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AL DI LÀ DI HEGEL, HEIDEGGER, E RATZINGER. IL PROBLEMA DELL’UNO E LA VIA DEI "TRE SOLI". A scuola di Dante, Bruno, Galilei, Vico, e Kant ...

NUOVO REALISMO E "GAIA SCIENZA": LA LEZIONE DI DANTE (E NIETZSCHE), OGGI. CONOSCERE SE STESSI E CHIARIRSI LE IDEE, PER CARITÀ! Una nota - di Federico La Sala

Per ben agire e ben comunicare (anche solo con se stessi o con stesse!), come insegna Dante, ci vogliono TRE SOLI (la cosiddetta - impropriamente - teoria dei "due soli")!!!
martedì 1 gennaio 2019
LA GAIA SCIENZA (...) in questo modo abbiamo imparato ad amare tutte le cose che oggi amiamo. In definitiva, siamo sempre ricompensati per la nostra buona volontà, per la nostra pazienza, equità, mitezza d’animo verso una realtà a noi estranea, quando lentamente essa depone il suo velo e si manifesta come una nuova inenarrabile bellezza: è questo il suo ringraziamento per la nostra ospitalità. Anche chi ama se stesso, lo avrà appreso per questa strada: non ce ne sono altre. Si deve (...)

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> LA LEZIONE DI DANTE (E NIETZSCHE), OGGI. CONOSCERE SE STESSI E CHIARIRSI LE IDEE, PER CARITÀ! -- UN TIROCINIO DI VITA NUOVA (di Beppe Pavan - CdB "Viottoli").

venerdì 13 luglio 2018

CdB - Comunità Cristiana di Base Viottoli

15 luglio - 15^ Domenica del T.O.

Un tirocinio di vita nuova

      • Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano (Marco 6, 7-13).

E’ un brano difficile, a mio parere. Non tanto per la radicalità del messaggio di Gesù, che i Vangeli ci testimoniano a ogni pagina e alla quale siamo ormai abituati, direi serenamente indifferenti, al di là forse dell’ammirazione estetica per la coerenza del profeta.

E’ difficile, secondo me, perché, a differenza della dottrina cattolica che vede nei discepoli di Gesù il nucleo originario del clero e della gerarchia, io ci vedo invece un invito preciso a ogni discepolo e a ogni discepola, a ogni uomo e a ogni donna che professino di voler vivere da cristiano e da cristiana.

Una pratica decisiva

Dice Marco (come anche Matteo 10,9-15 e Luca 9,1-6) che Gesù li mandava a predicare e a guarire, ad annunciare la buona notizia del Regno e a invitare la gente a fare penitenza, come segno tangibile del cambiamento di vita scelto.

Li mandava “a due a due” (solo Marco lo sottolinea), così si sostenevano nel compito e, andando, si scambiavano emozioni e parole, aiutandosi a vicenda ad approfondire e radicare le motivazioni del loro andare.

Mi sembra l’avvio di una pratica decisiva: un “passaparola” che, a poco a poco, coinvolgerà altri e altre e li/le motiverà a mettere a disposizione le proprie case, i propri averi, le proprie intelligenze, dando così vita alle piccole comunità domestiche di cui troviamo testimonianza nel libro degli Atti e nelle Lettere, non solo quelle di Paolo.

Solo uomini malati di potere, di ricchezza e di dominio, hanno potuto inventarsi e imporre il “sacramento dell’ordine”, addebitando a Gesù un progetto gerarchico che gli era completamente estraneo e che solo il mercimonio con l’imperatore di Roma ha reso possibile e duraturo nel tempo. E’ ora di smascherarlo e di abbatterlo, come la statua di Nabucodonosor nel sogno di Daniele...

Un tirocinio di vita

Torniamo al Vangelo, chiudendo con convinzione i testi di dogmatica e di catechismo. I “dodici” non erano preti e mai lo sono diventati. Erano discepoli, tra i quali solo il linguaggio maschile-neutro della cultura patriarcale nasconde e rende invisibili le donne, che accompagnavano Gesù e qua e là sono nominate.

A loro, ai discepoli e alle discepole che lo seguono con più convinzione ed entusiasmo, Gesù fa scuola: insegna, offre loro il proprio modello di vita, li/le invita a mettersi in gioco in prima persona, esercitandosi a fare quello che fa lui. E’ un tirocinio di vita nuova, quello a cui li/le invita: a imparare a mettere al centro le relazioni e a viverle con semplicità, coerenza, pazienza.

Semplicità. Niente cinque per mille né oboli di S. Pietro né concordati ed esenzioni ICI: solo “un bastone, sandali e una tunica”; e accettare con gioia l’ospitalità di chi mette a disposizione del cibo e un letto per il riposo.

Questa diventerà la casa di riferimento per altri e altre di quel villaggio: luogo di scambio, di ascolto della buona notizia del Regno, di relazioni che guariscono e consolano, raddrizzano altre schiene curve, cancellano depressioni, cecità, sordità, zoppìe di ogni tipo...

Marco dice che tutto ciò è il contenuto del “potere” che diede loro Gesù e che, a loro volta, hanno trasmesso ad altri e ad altre. Proprio com’è possibile che succeda a noi, ogni giorno che incontriamo uomini e donne con cui riusciamo ad entrare in relazione profonda di vita e di scambio.

E’ un “buon contagio” che si diffonde: ci accorgiamo che anche a lui, anche a lei, accade il bello e il buono che è già accaduto a noi e che si rinnova quotidianamente. La solitudine, la depressione, l’angoscia... e le mille somatizzazioni di una vita vuota di luce e di senso, lasciano il posto alla felicità, al desiderio di non tornare indietro, di vita piena... e di comunicarlo ad altri, ad altre.

Questa è la “conversione” a cui mi sento chiamato da Gesù; questo è il senso della “penitenza” a cui il messaggio evangelico ci chiede di aderire con coerenza.

E con pazienza: se qualcuno “rifiuta di accogliervi e di ascoltarvi, andatevene”. E continuate a camminare, di villaggio in villaggio, proprio come faceva Gesù, fermandovi nella casa che vi accoglie “finché non ve ne andiate”.

Sembra proprio che a Gesù non sia neppure passato per la mente di istituire parroci e pastori con compiti di permanenza territoriale. Troppo alto è il rischio di finire come i sacerdoti, gli scribi e i farisei di Israele, che impongono se stessi e pesi insopportabili.

Bisogna camminare, viaggiare, spostarsi... stimolando conversioni e cambiamenti di vita attraverso lo scambio nelle relazioni e accettando ogni rifiuto, che appartiene alla libertà di scelta di ogni uomo e di ogni donna.

A chi sceglie di vivere da suo discepolo, da sua discepola, compete il compito di predicare la buona notizia e di viverla con coerenza. Fare altrettanto è responsabilità di ciascuno e ciascuna.

Un modello copiabile

Ma non finisce lì! Nei versetti 30 e 31 vediamo Gesù che si prende cura dei suoi che tornano stanchi e li invita a riposare un po’. Ma la gente li segue, li assedia... e Gesù decide di prendersi cura di tutti e tutte e insegna come fare altrettanto sempre.

E’ semplice: basta condividere quel poco che ognuno/a ha: la parola e il gesto che guarisce, sostiene, conforta... e il cibo, la vicinanza sull’erba, la condivisione di un’esperienza di ascolto, di scambio, di ricerca.

Chi fa vita di comunità e di gruppo sa per esperienza quanto tutto ciò sia vero, sia semplice, sia “modello copiabile”. Non come il Gesù “personaggio”, di cui nessuno riesce a credere che sia proprio quell’umile artigiano di Nazareth che si è messo a fere il profeta.

Se “vivere da profeta” è e resta vocazione/professione di pochi, questi pochi restano lontani, imprigionati dal pregiudizio nel folclore, nel devozionismo, nel ritualismo vuoto e superficiale.

Sono modelli “non copiabili”, lontani dalla portata dei comuni mortali, che non si sentono dunque interpellati in prima persona. Non invitano all’ascolto e al cambiamento di vita, ma suscitano stupore e scandalo, come succede a Gesù nel brano iniziale del capitolo.

Se non c’è relazione il miracolo non avviene; se non ci sono consapevolezza e ascolto, fiducia e disponibilità, “fede da bambino”... il miracolo non si può fare.

Perché il miracolo del cambiamento non si impone da uno all’altro: può avvenire solo in chi ascolta l’esperienza altrui, accoglie la proposta e sceglie di farla propria.

Questo non accade “in patria”, nella casa del padre, dove impariamo a voler essere “padroni in casa nostra”, ma nel mondo, che è la “casa della madre”, delle relazioni d’amore libere, senza muri, senza respingimenti, senza confini, dove c’è responsabilità, riconoscimento reciproco e riconoscenza.

Tutto ciò è difficile, come dicevo all’inizio. Ma è fattibile, copiabile, possibile a ciascun uomo e a ciascuna donna. Non è “roba da preti”, missione per pochi...

Il Regno di Dio, dell’amore e della giustizia, ci è vicino e “viene” nella misura in cui ciascuno e ciascuna vi si dedica con semplicità, coerenza e pazienza. Se lo deleghiamo ai gerarchi, schiavi della loro sete di ricchezza e di dominio, resterà un’impresa impossibile. E’ parola di Gesù.

Beppe Pavan


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