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CHI INSEGNA A CHI CHE COSA COME?! QUESTIONE PEDAGOGICA E FILOSOFICA, TEOLOGICA E POLITICA

INSEGNAMENTO E COSTITUZIONE: "CHI INSEGNA AI MAESTRI E ALLE MAESTRE A INSEGNARE?"! Una nota - di Federico La Sala

Una ’risposta’ e un omaggio a una ragazza napoletana frequentante la classe prima della scuola media, incontrata a Certaldo, in occasione del “Premio Nazionale di Filosofia” (VI Edizione, 20.05.2012), che ha posto la domanda
venerdì 14 settembre 2012
SONNAMBULISMO STATO DI MINORITA’ E FILOSOFIA COME RIMOZIONE DELLA FACOLTA’ DI GIUDIZIO. Una ’lezione’ di un Enrico Berti, che non ha ancora il coraggio di dire ai nostri giovani che sono cittadini sovrani. Una sua riflessione
KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI").
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> INSEGNAMENTO E COSTITUZIONE --- Basta con la scuola del tutti contro tutti e della competizione sfrenata. Intervista a Gianni Marconato, psicologo e consulente didattico.

martedì 22 dicembre 2015

Basta con la scuola dei migliori

A parlare è Gianni Marconato, psicologo e consulente didattico.

intervista di Marta Valota (Tutta un’altra scuola, il 20 dicembre 2015)

«Ho la sensazione che ci si stia avviando verso una scuola del tutti contro tutti e della competizione sfrenata». A parlare è Gianni Marconato, psicologo e consulente didattico.

Marconato lavora per organizzazioni pubbliche e private e ha anni di esperienza nel campo della scuola.

«Vedo uno spinto individualismo, una corsa all’omologazione. Il vero cambiamento, oggi, è iniziare a seminare comunità a partire dai banchi di scuola», dice. Quella che ci propone è un’analisi lucida e realistica del forte disagio che riflette oggi quanto sta accadendo nel mondo della scuola.

«E’ ormai chiaro che il modello di istruzione convenzionale non solo ha fallito ma ha anche soffocato quei germi positivi della “scuola comunità” promossi a partire dagli anni ‘70-‘80 e funzionali a costruire strumenti per affrontare la vita e anche il mondo del lavoro. Il modello della scuola-azienda (una scuola della produttività, funzionale alle aziende, finanziata dalle aziende e gestita essa stessa come azienda per un profitto misurato in punti INVALSI e incremento di iscritti) di oggi oltre ad essere inefficace si dimostra arido e controproducente, ne è un segno tangibile la frustrazione degli insegnanti che va spesso di pari passo con l’insoddisfazione degli studenti» prosegue Marconato. «Ci stiamo avviando verso una scuola della competizione e dei migliori lasciando indietro quella che un tempo era la scuola di tutti - aggiunge - Il modello proposto oggi è del resto indicativo della cultura e della filosofia della società in cui viviamo. Si sta diffondendo sempre di più questa idea di scuola competitiva che fa il paio con una società della gara costruita sugli “studenti migliori”, sui “professori migliori” quando invece, soprattutto la scuola dell’obbligo e pubblica, dovrebbe essere una scuola che educa alla convivenza e rappresentare una comunità di individui che vivono, imparano e crescono insieme, dove l’altro non e un concorrente ma una risorsa».

Questa idea di scuola comunità, ma anche di scuola come servizio pubblico, sta scomparendo ed è sempre più minacciata anche dall’atteggiamento convintamente accondiscendente di persone che nel sistema scuola ci vivono. «Non si può, però, guardare alla scuola come a un monolite - ci tiene a distinguere Marconato - c’è infatti una (buona) parte di insegnanti che è scontenta della situazione in cui si trova a lavorare perché non riesce a garantire agli studenti un’istruzione di qualità ma anche utile a realizzare i propri sogni e desideri. Questi insegnanti rispondono e reagiscono anche dissentendo e resistendo ma assumendo sempre un atteggiamento etico rispetto ai fini della scuola pubblica, alla scuola di tutti e per tutti. Sono insegnanti che per il senso di responsabilità e passione per il lavoro suppliscono alle carenze del sistema dedicando, anche, una significativa parte di tempo a lavoro non remunerato. Non dimentichiamoci, però, che ci sono anche gli insegnanti allineati al sistema che sostenendolo e rinforzandolo affossano l’idea di una scuola basata sui valori della partecipazione democratica favorendo la deriva meritocratica, una deriva per cui chi ha già di più continuerà ad avere di più e che ha meno, sempre di meno in termini di opportunità di crescita».

In questa visione di scuola, l’insegnante è in una posizione decisiva «sempre che recuperi l’immagine socialmente e culturalmente deteriorata un po’ da attacchi strumentali ma anche da una perdita di tensione professionale. L’insegnante può riprendere la sua funzione (culturale e sociale) ampliando la consapevolezza del ruolo e rinforzando la competenza, ricordando che l’innovazione a cui deve tendere è sempre innovazione sociale e che il conformismo culturale è la negazione della propria identità».

L’errore più grande del modello di istruzione attuale sembra quello di concentrarsi troppo sui bisogni del mondo del lavoro concependo lo studente solo in termini di futuro lavoratore. «E’ indubbio che la scuola debba fornire strumenti e competenze adeguate per trovare un lavoro a fine percorso - dice Marconato - ma prima di questo, la formazione dev’essere orientata a sviluppare le risorse delle persone, il pensiero critico, analitico e riflessivo perché un domani, prima di essere lavoratore, sarà un cittadino all’interno di una comunità con doveri e diritti. Forse, però, oggi si vuole formare una persona allineata col pensiero dominante. L’approccio della scuola di oggi è innegabilmente il prodotto di una società neoliberista dominata da un’economia che ha favorito una cultura che valorizza la persona sulla base di ciò che produce e possiede. Oggi La competizione ha preso il posto della collaborazione, l’effimero si è sostituito al solido. Il rapporto con i luoghi della conoscenza si è sostituito con il rapporto con i luoghi dell’economia e, anche l’ambito scolastico, è diventato sempre più mercato e sempre meno luogo di aspettative di realizzazione e libertà e di conoscenza. La scuola dovrebbe essere proprio il contrario: fare barriera a questa tendenza e contrapporsi a questo modello. L’insegnamento è una pratica intrinsecamente sovversiva perché deve aiutare la persona a rapportarsi in modo critico con il sistema e non ad adattarvisi e a subirlo. La scuola non può e non deve essere contro la persona. Dobbiamo puntare ad una scuola profondamente “umana” dove sono coltivate tutte le sfumature dell’umano, dove anche l’errore e la sconfitta hanno un valore, dove le domande contano di più delle risposte».

«Non credo sia realizzabile una pur auspicabile “rivoluzione” e per questo il cambiamento della scuola pubblica verso una scuola democratica e di comunità e di servizio pubblico deve partire dall’esistente, cercare un valore incrementale e fare leva sulle persone e sulle risorse che la compongono migliorando la didattica senza appiattirla sulla didattica ministeriale, una didattica meccanica e povera, una didattica ingabbiata in schemi culturali trasparenti ma forti, come la didattica “digitale” e interpretazioni economicistiche della didattica per le competenze. La svolta verso una scuola che aiuti le persone a stare nella società fornendo strumenti utili all’individuo, non per proteggerlo dal mondo, ma proprio per farlo vivere bene e aiutarlo a superare le naturali difficoltà, deve necessariamente passare da un cambio anche sul piano normativo».

«L’attuale legge 107 non sembra purtroppo virare verso il cambiamento, anzi tutt’altro. Impoverisce le risorse a disposizione della scuola e tende a dividere piuttosto che ad unire, disintegra il sentire comune. Il piano nazionale per la scuola digitale, varato in pompa magna dal governo e con grande azione commerciale, è un esempio di scelta politica più che educativa: il digitale viene utilizzato come paradigma per spiegare l’attualità e come principale catalizzatore di innovazione. Se si vuole invece mettere al centro di una vera riforma la didattica, è necessario sfuggire alla trappola della tecnologia; personalmente non partirei dalla tecnologia, ma piuttosto da un percorso di ricerca di significato per approdare poi alla tecnologia».

E questa ricerca di significato serve anche da stimolo agli studenti che sempre più spesso vengono accusati di non aver voglia di studiare quando forse il problema andrebbe ricercato in un insegnamento standardizzato e poco significativo, tanto come contenuti che come metodo. «L’essere umano ha bisogno e voglia di imparare, è una tensione naturale dell’individuo - spiega Marconato. - Gli studenti oggi non hanno voglia di imparare quello che la scuola propone loro ma un progetto “pedagogico” proprio lo hanno bene in mente e nel cuore. Molti insegnanti vanno avanti a perpetrare modelli didattici appresi inconsapevolmente nel corso della propria carriera scolastica. Il mondo è cambiato, la società è cambiata e gli studenti oggi sempre meno imparano per ubbidienza. Assimilano magari in modo meccanico per superare un test o un esame e poi dimenticano tutto subito dopo. Credo che la nostra grande sfida oggi sia di aiutarli a dare significato a quello che stanno facendo, alla fatica dell’imparare. Una fatica con significato si fa volentieri. In una scuola così concepita, in una scuola in cui si coltivi anche l’utopia, si potrà dare ascolto ai bisogni, ai desideri, ai sogni di tutti. Diversamente sarà la scuola dei bisogni, dei desideri e dei sogni di pochi, di coloro che, a ben vedere, non hanno bisogno di sognare».

di Marta Valota


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