Inviare un messaggio

In risposta a:
EUROPA ED EVANGELO. LA "CROCE" DI CRISTO NON HA NIENTE A CHE FARE CON IL CROCIFISSO DELLA TRADIZIONE COSTANTINIANA E CATTOLICO-ROMANA

LA COSTITUZIONE ITALIANA, IL CRISTIANESIMO, E LA TRADIZIONE DELLA MENZOGNA CATTOLICO-ROMANA. Una nota - di Federico La Sala

SAN PAOLO, L’ASTUTO APOSTOLO DELLA GRAZIA ("CHARIS") E DELL’ AMORE ("CHARITAS"), E LA NASCITA DEL CATTOLICESIMO-ROMANO!
giovedì 14 giugno 2012 di Federico La Sala
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica, rimuovere gli ostacoli ... (Costituzione della Repubblica italiana, art. 3)
VIVA L’ITALIA!!! LA QUESTIONE "CATTOLICA" E LO SPIRITO DEI NOSTRI PADRI E E DELLE NOSTRE MADRI COSTITUENTI.
LA GRAZIA DEL DIO DI GESU’ E’ "BENE COMUNE" DELL’INTERA UMANITA’, MA IL VATICANO (...)

In risposta a:

> LA COSTITUZIONE ITALIANA, IL CRISTIANESIMO, E LA TRADIZIONE -- gestire la #SharingEconomy senza aver immaginato e compreso la #SharingSociety (di Piero Dominici)

venerdì 15 luglio 2016

L’errore di voler gestire la #SharingEconomy senza aver immaginato e compreso la #SharingSociety

di Piero Dominici *

      • Il dominio della macchina ha cercato di negare l’esistenza di questa dimensione spirituale, mentre ciò che rende l’uomo veramente umano è la sua abilità a proiettare se stesso nel mondo attraverso la tecnica e le forme d’arte. Tentare di castrare gli attributi della soggettività equivale a ridurre l’uomo all’impotenza, a farne il trastullo di forze capricciose in un mondo assurdo, a renderlo, in altre parole, una creatura e non un creatore (Lewis Mumford)

      • La società interconnessa è una società ipercomplessa, in cui il trattamento e l’elaborazione delle informazioni e della conoscenza sono ormai divenute le risorse principali; un tipo di società in cui alla crescita esponenziale delle opportunità di connessione e di trasmissione delle informazioni, che costituiscono dei fattori fondamentali di sviluppo economico e sociale, non corrisponde ancora un analogo aumento delle opportunità di comunicazione, da noi intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza che implica pariteticità e reciprocità (inclusione). [...] La tecnologia, i social networks e, più in generale, la rivoluzione digitale, pur avendo determinato un cambio di paradigma, creando le condizioni strutturali per l’interdipendenza (e l’efficienza) dei sistemi e delle organizzazioni e intensificando i flussi immateriali tra gli attori sociali, non sono tuttora in grado di garantire che le reti di interazione create generino relazioni, fino in fondo, comunicative, basate cioè su rapporti simmetrici e di reale condivisione. In altre parole, la Rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione (1996) ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sé e per sé, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco. (Piero Dominici)

Economia e società della condivisione (Dominici, 1996) sono “oggetti” e fenomeni complessi che pongono alla nostra attenzione diverse questioni e diversi livelli di analisi che non possono essere banalizzati o, comunque, ridotti semplicemente alla natura economica e razionale (?) degli scambi e di certe dinamiche sociali: eppure, l’errore (e il rischio) è stato/è/sarà quello di continuare a pensare, gestire, provare a normare la cd. Sharing Economy senza pensare/immaginare/comprendere la Sharing Society e le potenzialità che la contraddistinguono e che - bene precisarlo - non riguardano soltanto la dimensione tecnologica e digitale. Un approccio e un’impostazione che, peraltro, fanno coincidere la Persona e il Cittadino - con i relativi diritti/doveri e le libertà/responsabilità - esclusivamente con la “figura” del Consumatore, con preoccupanti derive e possibili cortocircuiti per la cittadinanza, l’inclusione, la stessa democrazia (si pensi anche alle questioni cruciali della profilazione, della trasparenza e, più in generale, della sorveglianza) che, evidentemente, non gode di un buono stato di salute; un approccio e un’impostazione che, con poca consapevolezza, non considerano adeguatamente la rilevanza strategica della fiducia, meccanismo e “dispositivo” fondamentale per la stessa esistenza del legame sociale, oltre che vero “fattore” abilitante della sharing economy. Questioni di cui tutti parlano ma pochi ne hanno effettivamente compreso le implicazioni. A ciò si aggiunga che, come affermato più volte in passato, economia e società della condivisione ci costringono a ripensare anche la nostra idea di “contratto sociale”(2000 e sgg.), lo spazio dei saperi e delle competenze, il nostro stare insieme, lo spazio relazionale e comunicativo, le Comunità locali e globali che, d’altra parte, non è assolutamente scontato siano “aperte” e inclusive.
-  Non bisogna dimenticare, in tal senso, come la cosiddetta sharing economy richieda altresì Persone e Cittadini educati alla libertà ed alla responsabilità, capaci di rigenerare, almeno in parte, quei legami sociali indeboliti e, perché no, quello Stato sociale, letteralmente collassato sotto le macerie di una crisi finanziaria globale che, con grave ritardo, si è compreso non essere soltanto di tale natura. Anche da questo punto di vista, la molteplicità e la pluralità delle “nuove” forme di condivisione e cooperazione, ma anche di scambio economico (e penso, su tutte, all’economia del dono), sono difficilmente circoscrivibili e inquadrabili dalla norma giuridica, per quanto complessa e articolata: il vero problema è costruire una cultura della condivisone, della cooperazione e della collaborazione, tuttora quasi del tutto assente nonostante le narrazioni su cittadinanza e democrazia digitale e le grandi aspettative ingenerate dalla rivoluzione digitale, anche in termini di partecipazione. L’errore di fondo è - e continua ad essere - quello di volere gestire (=controllare) l’economia della condivisione (Sharing Economy) senza aver immaginato e compreso fino in fondo la società della condivisione (Sharing Society).

Come abbiamo avuto modo di sostenere anche in passato, la progressiva, oltre che pervasiva, diffusione delle tecnologie della connessione (cit.), ad alto tasso di innovazione tecnologica, sta riconfigurando architetture sociali e politiche, favorendo l’affermazione di un nuovo modo di produzione economica interamente basato, più che sul possesso, sulla capacità di elaborazione e di diffusione delle informazioni e delle conoscenze. La cosiddetta società/economia della conoscenza, sostituendo progressivamente le risorse materiali con quelle immateriali, determina e rende possibili nuove forme di scambio sociale e reciprocità (in particolare, scambio e condivisione di conoscenze, competenze e tempo) le cui potenzialità e implicazioni sono ancora difficilmente immaginabili, definibili, prevedibili; una società della conoscenza che, guidata nei suoi percorsi evolutivi dalla rivoluzione digitale, porta con sé anche nuove asimmetrie sociali (per questo ho proposto la definizione di “Società Asimmetrica”) che la Politica, sempre più ridimensionata a livello della prassi dall’economia e dalla finanza, non sembra assolutamente in grado di affrontare e gestire.

L’economia globale della conoscenza continua a mantenere al suo interno due spinte (Dominici 1998, 2003, 2005) che si affrontano dialetticamente in campo aperto senza lasciare intravedere la possibilità di una sintesi: da una parte l’interdipendenza (e interconnessione) economica e tecnologica, dall’altra, la frammentazione sociale, politica e culturale. Alla base di queste dinamiche vi è, in ogni caso, la ben nota consapevolezza della crisi del pensiero - ma anche dei saperi e dei sistemi interpretativi prodotti - non più in grado di fornire modelli di problemi e soluzioni accettabili (Kuhn). Dentro la Società Interconnessa, le dimensioni globali della comunicazione e della produzione sociale di conoscenza hanno assunto una rilevanza senza precedenti, che vincola la Politica ad individuare ed elaborare strategie adeguate per ridurre tale ipercomplessità.
-  È in gioco l’inclusione degli attori sociali e, in particolar modo, di coloro che vivono ai margini del nuovo ecosistema: un’inclusione che non sarebbe tale qualora si rivelasse - come sta accadendo - un’inclusione per pochi e non servisse anche a contrastare quella percezione diffusa di isolamento, di indebolimento del legame sociale e, nello specifico, dei meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione. Sembrano profilarsi nuove opportunità di democratizzazione della conoscenza e dei processi culturali in grado di scardinare, definitivamente, il vecchio modello industriale costituito da assetti consolidati, gerarchie, logiche di controllo e di chiusura al cambiamento. Anche se - ne dobbiamo essere consapevoli - per queste nuove opportunità c’è anche un prezzo da pagare, soprattutto in termini di privacy e diritti.

La conoscenza, risorsa immateriale strategica per il mutamento in corso, è appunto “risorsa” costantemente riproducibile, trasferibile e riutilizzabile e ciò determina profondi cambiamenti nei modelli produttivi e distributivi, che vanno di pari passo con un aumento esponenziale della complessità sistemica e organizzativa (con nuovi bisogni comunicativi). Una risorsa che comincia anche ad essere sempre più vista e percepita come bene comune in grado (potenzialmente) di ristabilire rapporti sociali e di potere meno squilibrati e asimmetrici. Nonostante le numerose criticità, non possiamo non rilevare come le reti del nuovo ecosistema agevolino e abilitino, in ogni caso, la collaborazione e la cooperazione ma - come ripeto spesso - è (e sarà) sempre il fattore umano, sociale e relazionale (dovremmo allargare il discorso a scuola e università) a fare la differenza, dentro e fuori le organizzazioni, dentro e fuori i sistemi sociali.

La tecnica e la tecnologia, prodotti complessi dei contesti storico-culturali e delle culture (e non, come molti continuano a sostenere, “oggetti” non appartenenti, quasi esterni, alla/e cultura/e stessa/e) continuano ad imprimere costantemente accelerazioni repentine a organizzazioni e sistemi sociali, con profonde implicazioni per le identità, le Soggettività e gli ecosistemi relazionali e comunicativi; implicazioni e dinamiche sistemiche che ci costringono - come ribadito più volte in passato (1998 e sgg.) - a ripensare, non soltanto modelli, strategie, politiche, ma anche, e soprattutto, categorie e relative definizioni, non ultime quella di “reale, “virtuale”, “Persona”, “relazione”, “vita”, “identità”, “umano”, “naturale”, “artificiale”, “etica” etc. Conseguentemente, diventa «Di fondamentale importanza, in tal senso, ridefinire lo spazio del sapere (dei saperi) e ripensare lo “spazio relazionale” (1996 e sgg.), all’interno del quale si costruiscono le identità - che non sono mai date una volta per tutte...in costante divenire - e le soggettività: “costruzione” che avviene attraverso il dialogo, la conversazione, la reciprocità, l’empatia, la comunicazione = processo sociale (complesso) di condivisone della conoscenza (potere). Siamo sempre un “NOI” e non un “IO” (identità < > riconoscimento), anche se non ne siamo consapevoli. Esistiamo, sempre e comunque, all’interno di un sistema di reti di conversazione e comunicazione. Perché conoscere/sapere è vivere e viceversa e tali dinamiche nascono e si evolvono, sempre e soltanto, attraverso gli ALTRI, in chiave sistemica, oltre che relazionale. Livello “micro” (quello delle relazioni e dell’interazione sociale) e livello “macro” (quello delle organizzazioni, dei sistemi, degli Stati-nazione etc.), non soltanto non sono separati, ma si influenzano reciprocamente e sono in costante connessione e relazione...un duplice livello di analisi che, come ripetuto tante volte negli anni, richiede approccio alla complessità e una prospettiva sistemica (superamento del principio di causalità, di qualsiasi forma di determinismo mono-causale e riduzionismo; tante le concause e molteplici le variabili da considerarsi; sistemi e organizzazioni evolvono e si differenziano non in maniera lineare etc.). La sfida della e alla complessità ci chiede di ripensare educazione e istruzione, in maniera profonda, radicale. Significa ripensare gli stessi concetti di “libertà”, di “comunità” e, conseguentemente, di “democrazia” e, per arrivare alla stretta attualità, ripensare la nostra idea di Paese, di Europa, di Umanità (parlavo dell’urgenza di un “nuovo umanesimo”, esattamente, vent’anni fa...). Può sembrare la più classica delle lotte contro i mulini a vento...non è così e va portata avanti!”.

Un cambiamento di paradigmi di tale portata da richiedere, non soltanto approccio alla complessità e multidisciplinarità, ma anche una nuova sensibilità etica ed una (profonda) consapevolezza che trova un significativo riferimento anche nel “principio di precauzione”. Un cambiamento di paradigmi che investe qualsiasi sfera della prassi sociale e organizzativa: dall’economia al potere, dall’educazione alla Politica, dalla fruizione estetica alle forme di mediazione simbolica e culturale etc. Siamo di fronte a rischi e opportunità straordinarie o, per meglio dire, a rischi che possono tramutarsi in opportunità tra le quali anche quelle legate alla realizzazione di ambienti sempre più in grado di modificare percezioni e rappresentazioni del reale, oltre che dell’ALTRO DA NOI.

[....]

EPILOGO

La condivisione delle risorse conoscitive e delle competenze, unita ad adeguate (e complesse) politiche di scolarizzazione e formazione a più livelli (ci sono sempre le “eccezioni”, ma la situazione non è rosea anche per ciò che riguarda la qualità dei nostri laureati), rappresenta a nostro avviso “la” strada che non è più possibile non percorrere: la tecnica e le tecnologie (con il linguaggio, la cultura, la specializzazione dei saperi etc.) ci hanno messo in condizione di trasformare la realtà, e non soltanto di adattarci ad essa. Ma da sole non sono sufficienti. Servono cultura, conoscenza (e comunicazione, tra i saperi e tra le competenze), ricerca e formazione (continua!), non soltanto per (provare a) governare i processi e le dinamiche della società della conoscenza e dell’economia della condivisone (sharing economy); per curare le malattie, irrigare i campi, costruire le infrastrutture, ma anche per poter parlare di diritti e di libertà con i soggetti più deboli, permettendo loro di esserne consapevoli, di pensare con la propria testa, di essere cioè cittadini e non “sudditi”. In altre parole: servono cultura, conoscenza (e comunicazione, tra i saperi e tra le competenze), ricerca e formazione (continua!) sia per definire e realizzare le condizioni abilitanti della “vera” innovazione, quella sociale e culturale, che per mettere in condizione le Persone di essere Cittadini e non semplici consumatori (anche di cultura). Educazione, cultura e “sapere condiviso” (2003) che sono decisivi anche per contrastare i germi di una società globale fortemente individualista e, soprattutto, indifferente verso l’Altro, verso l’ambiente, verso le Comunità: a questo livello, si pone anche la questione cruciale della sostenibilità. Educazione, istruzione, ricerca e formazione (l’ho dato per scontato ma meglio dichiararlo...servono investimenti importanti!) sono necessarie per esistere dentro il nuovo ecosistema (Dominici, 1998).

CITTADINANZA E PARTECIPAZIONE

Chiudo recuperando le parole di un precedente contributo.

Diciamocelo chiaramente: per ora, siamo fermi all’illusione di una relazione meno asimmetrica con il potere, la politica e le istituzioni; per ora, siamo fermi ad un’immagine ideale, e idealizzata, del Cittadino e del Consumatore per i quali pensiamo e realizziamo strutture, servizi, modelli e pratiche partecipative che, al di là delle narrazioni, risultano sempre “calati dall’alto”; per ora, siamo fermi alla convinzione che il (continuo) ricorso alle leggi e alla tecnologia siano le uniche soluzioni ai problemi organizzativi, sociali e culturali di un Paese (stesso discorso si potrebbe fare per altri Stati-nazione) che - come più volte ripetuto - vive una crisi soprattutto culturale e di civiltà. Un Paese sempre più alla ricerca anche, e soprattutto, di un’identità, oltre che di un rilancio economico, magari con un ruolo da protagonista (?), nell’economia digitale e dell’immateriale. Un Paese che, al contrario, sembra trovarsi in una condizione di costante navigazione a vista, all’interno della quale ci stiamo forse accorgendo anche di tante false e fuorvianti narrazioni - e relativo storytelling - sul digitale, sull’inclusione, sulle riforme a costo zero (vecchissimo tema) e su un’innovazione inclusiva (Dominici 2000 e sgg.), raccontata come un’opportunità per tutti e a portata di mano: per ora, invece, siamo di fronte ad un’innovazione fondata sul principio di esclusività. Con le seguenti aggravanti: 1) la poca consapevolezza che non può /non potrà esserci alcuna “cittadinanza digitale” senza garantire le condizioni e i prerequisiti della cittadinanza (rinvio ad altri contributi, anche datati, sui temi dell’educazione, dell’istruzione, della costruzione sociale della Persona e del Cittadino); 2) allo stesso modo, la poca consapevolezza che non ci può/non ci potrà essere alcuna (vera!) partecipazione senza Cittadini consapevoli e criticamente formati; 3) il grave ritardo nella cultura della comunicazione (comunicazione è organizzazione) di questo Paese che continua a fare confusione, a livello organizzativo e sistemico, tra comunicazione e mezzi di comunicazione, tra comunicazione e connessione, tra comunicazione e marketing, tra comunicazione e informazione, tra informazione e conoscenza, tra tecnologia e metodologia, tra informatica e digitale etc. Con tutte le conseguenze del caso. Non ultime, quelle di Persone, Cittadini, consumatori, elettori che, contrariamente allo storytelling egemone, sono ben “lontani dal centro” dei servizi, dei processi, delle strategie, delle politiche (?) adottate.

N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui.

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle scorrettezze ricevute. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da tanti anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede. Buona lettura!

* Piero Dominici, Tech-Economy, 08/06/2016 (ripresa parziale).


Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Titolo:

Testo del messaggio:
(Per creare dei paragrafi separati, lascia semplicemente delle linee vuote)

Link ipertestuale (opzionale)
(Se il tuo messaggio si riferisce ad un articolo pubblicato sul Web o ad una pagina contenente maggiori informazioni, indica di seguito il titolo della pagina ed il suo indirizzo URL.)
Titolo:

URL:

Chi sei? (opzionale)
Nome (o pseudonimo):

Indirizzo email: