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Nuovo ordine mondiale : "Dio è valore", "Dio è ricchezza" ("Deus caritas est"). Il teologo Ratzinger scrive da papa l’enciclica "Deus caritas est" (2006) e, ancora oggi, nessuno ne sollecita la correzione del titolo. Che lapsus !!! O, meglio, che progetto !!!

CATTOLICESIMO (E CRISTIANESIMO) OGGI, 2012 : LA CATTEDRA DI SAN PIETRO UNA CATTEDRA DI ECONOMIA POLITICA. Tutti a scuola in Vaticano, per aggiornamenti. Materiali per approfondire - a c. di Federico la Sala

La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una "immane raccolta di merci" e la merce singola si presenta come sua forma elementare. Perciò la nostra indagine comincia con l’analisi della merce.
dimanche 9 décembre 2012 par Federico La Sala
Premessa :
LA MERCE *
1. I due fattori della merce : valore d’uso e valore (sostanza di valore, grandezza di valore).
La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una "immane raccolta di merci" e la merce singola si presenta come sua forma elementare. Perciò la nostra indagine comincia con l’analisi della merce.
La merce è in primo luogo un oggetto esterno, una cosa che mediante le sue qualità soddisfa bisogni umani di un qualsiasi (...)

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>LA CATTEDRA DI SAN PIETRO UNA CATTEDRA DI ECONOMIA POLITICA. --- DE CARITATE MINISTRANDA : SI SCRIVE CARITÀ, SI LEGGE ACCENTRAMENTO : IL MOTU PROPRIO DEL PAPA CHIUDE IL CERCHIO.

lundi 10 décembre 2012

SI SCRIVE CARITÀ, SI LEGGE ACCENTRAMENTO : IL MOTU PROPRIO DEL PAPA CHIUDE IL CERCHIO *

36960. CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Attenzione da dove vengono e attenzione a dove vanno, i soldi, perché tutto si può dire ma non che pecunia non olet, né che ogni spesa, per quanto presuntamente a fin di bene, sia una spesa ben fatta. Saranno considerazioni banali, ma non è mai male ripeterle e soprattutto non è mai vano disporre di strumenti giuridici per vigilare che non siano commessi abusi. Ovvio che valga anche per le opere di carità, tanto che Benedetto XVI ha sentito il bisogno di mettere intorno ad esse dei paletti alquanto elettrificati e guardiani armati di responsabilità con il motu proprio De caritate ministranda, datato 21 novembre e reso pubblico qualche giorno dopo, il 2 dicembre.

Siccome al servizio della carità la Chiesa è chiamata anche a livello comunitario, dalle piccole comunità locali alle Chiese particolari, fino alla Chiesa universale ; e poiché, rileva il papa citando la sua enciclica Deus caritas est, « il Codice di Diritto Canonico, nei canoni riguardanti il ministero episcopale, non tratta espressamente della carità come di uno specifico ambito dell’attività episcopale », è giunto il momento di « colmare » un « lacuna normativa in modo da esprimere adeguatamente, nell’ordinamento canonico, l’essenzialità del servizio della Carità nella Chiesa ed il suo rapporto costitutivo con il ministero episcopale, tratteggiando i profili giuridici che tale servizio comporta nella Chiesa, soprattutto se esercitato in maniera organizzata e col sostegno esplicito dei pastori ».

Perciò i 15 articoli del motu proprio stabiliscono che tutte le organizzazioni caritative sono innanzitutto « tenute a seguire nella propria attività i principi cattolici e non possono accettare impegni che in qualche misura possano condizionare l’osservanza dei suddetti principi » ; « i principi ispiratori e le finalità dell’iniziativa, le modalità di gestione dei fondi, il profilo dei propri operatori, nonché i rapporti e le informazioni da presentare all’autorità ecclesiastica competente » dovranno essere espressi già nei loro statuti ; si può ricorrere alla « denominazione di “cattolico” solo con il consenso scritto dell’autorità competente », ovvero del « vescovo diocesano del luogo dove l’ente abbia la sua sede principale ». Il quale deve « vigilare affinché nell’attività e nella gestione di questi organismi siano sempre osservate le norme del diritto universale e particolare della Chiesa », curare che « le loro attività mantengano vivo lo spirito evangelico » e che gli operatori scelti dalle entità caritative siano « persone che condividano, o almeno rispettino, l’identità cattolica di queste opere ».

Il vescovo, ma anche il parroco per competenza su un’attività parrocchiale, « dovranno impedire che attraverso le strutture parrocchiali o diocesane vengano pubblicizzate iniziative che, pur presentandosi con finalità di carità, propongano scelte o metodi contrari all’insegnamento della Chiesa ». Ed inoltre - aggiunge il motu proprio - il vescovo diocesano « deve evitare » che gli organismi di carità siano « finanziati » o « accettino contributi » da « enti o istituzioni che perseguono fini in contrasto con la dottrina della Chiesa ». In tal caso interverrà « proibendo l’uso del nome “cattolico” ed adottando i provvedimenti pertinenti ove si profilassero responsabilità personali ».

Quando le attività caritative fossero poi « di ambito internazionale, sia consultato preventivamente il competente dicastero della Santa Sede », ovvero il Pontificio Consiglio Cor Unum, che « ha il compito di promuovere l’applicazione di questa normativa e di vigilare affinché sia applicata a tutti i livelli ».

Blindata sotto Cor Unum è già finita la Caritas Internationalis, quando nel maggio scorso sono stati approvati i suoi nuovi statuti (v. Adista Notizie n. 19/12), secondo i quali « qualunque testo di contenuto o orientamento dottrinale o morale, emanato da Caritas Internationalis, deve sempre essere sottoposto alla preventiva approvazione del Pontificio Consiglio » e la nomina delle cariche deve avere « l’approvazione preventiva » del papa. Spuntata l’arma dell’autonomia voluta dal Concilio Vaticano II alla benemerita e più autorevole organizzazione caritativa, non rimaneva che provvedere al controllo stretto delle sue emanazioni nazionali e diocesane, troppo vicine ai poveri e perciò a rischio di attività sensibili alla lotta alle strutture socio-economiche ingiuste.

In particolare negli Stati Uniti, De caritate ministranda avrà anche una conseguenza diretta su tutti gli altri organismi caritativi che, avvalendosi del lavoro di propri dipendenti, si trovano nel dovere di rispettare la riforma sanitaria di Obama, in base alla quale i “datori di lavoro”, ovviamente al di là di qualsiasi credo cui appartengano, devono pagare ai dipendenti anche l’assistenza per l’aborto. Quelli che non si opporranno a tale dettato legislativo, decisamente contrario alla dottrina cattolica, verranno depennati - con la conseguenza di vedersi chiusi anche i rubinetti degli aiuti economici ecclesiali - dall’elenco di enti cattolici ? (eletta cucuzza)

* Adista Notizie n. 45 del 15/12/2012


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