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PSICOANALISI E FILOSOFIA. Indicazioni per una seconda rivoluzione copernicana .....

DAL LABIRINTO SI PUO’ USCIRE. FACHINELLI, "SU FREUD". Una nota - di Federico La Sala

“Su Freud” (a c. di Lamberto Boni, Adelphi, Milano 2012, e. 12, pp. 115) è un’ottima occasione per riconsiderare il percorso di Elvio Fachinelli (...)
lundi 7 juillet 2014
IL "LABORATORIO" DELLA "CONVERSAZIONE CONOSCITIVA". « Rinserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio, e quivi fate d’aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti : siavi anco un gran vaso d’acqua, e dentrovi de’ pescetti ; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vada versando dell’acqua in un altro vaso di angusta bocca che sia posto a basso ; e stando ferma la nave, osservate diligentemente come quelli animaletti (...)

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> DAL LABIRINTO SI PUO’ USCIRE. FACHINELLI, "SU FREUD". --- "Labirinto filosofico". Cacciari nel « labirinto » del Moderno demoniaco e inattuale (di G.ppe Cantarano)

jeudi 5 juin 2014

Cacciari nel « labirinto » del Moderno demoniaco e inattuale

Il nuovo testo del filosofo che fa ritorno alla nostra concreta esistenza

di Giuseppe Cantarano (l’Unità, 05.06.2014)

IL MODERNO - È STATO PIÙ VOLTE DETTO - È COME UN LABIRINTO. MA UN LABIRINTO UN PO’ PARTICOLARE. Perché, sebbene vi sia un centro, questo centro è in realtà vuoto. Non contiene, non custodisce, non nasconde, diciamo così, nessuna Verità. Nessuna salvezza. Non solo. Ma le molteplici vie - i molteplici percorsi - che lo costituiscono a volte si incontrano, si intersecano, si annodano in un groviglio apparentemente inestricabile. Per poi di nuovo separarsi, dividersi, allontanarsi. Sentieri - percorsi - tutti diversi. Inassimilabili. Ciascuno geloso della propria irriducibile, intraducibile singolarità. Della propria distinta identità. Del proprio inconfondibile timbro linguistico. Sentieri - percorsi - tutti differenti. Eppure tutti « identici ». Perché tutti hanno in comune l’identico labirinto che li contiene. Quel labirinto le cui vie sono - di volta in volta - tratteggiate, segnate dal loro stesso cammino. Dal loro stesso procedere. Che a volte improvvisamente e inaspettatamente si arresta, si interrompe - come i sentieri di un bosco - per tornare indietro. E per intraprendere un altro cammino. Un’altra direzione. Poiché se è vero che in questo curioso labirinto - che è la filosofia - non c’è un centro, è altrettanto vero che non c’è un’unica via d’uscita prestabilita, predeterminata. Ecco perché ciascun sentiero filosofico è « condannato » a costruirsela, a trovarsela da sé, la via d’uscita.

Metafora del Moderno, questo strano labirinto è però il luogo dove l’interrogazione della filosofia non ha smesso mai di aggirarsi, di avventurarsi, se ci pensiamo bene. È il luogo da dove i molteplici e differenziati percorsi della filosofia non riescono ancora a congedarsi. Perché nessuno è sinora riuscito a crearsi la propria via d’uscita. Mentre il centro è sconsolatamente, disperatamente vuoto. E non c’è più alcun motivo, alcuna ragione, alcun senso per soggiornare in esso.

È a questo paradossale labirinto filosofico che Massimo Cacciari ha dedicato il suo ultimo bel libro, Labirinto filosofico, (Adelphi, pp.348, euro 38,00 ). Un libro « inattuale ». Controcorrente, diciamo così. E a suo modo « demoniaco », se vogliamo. Perché non si può certamente scrivere un libro come questo, se non si è spinti, trascinati quasi a farlo da quel demone - di cui parlava Socrate - che abita in ciascuno di noi. E che ci obbliga incessantemente a interrogarci. A tornare a interrogarci ancora sulle « cose ultime ». Che ci obbliga, insomma, a far ritorno alla metafisica. E alle sue « eterne » questioni. Troppo frettolosamente - e, peraltro, con puerile ingenuità - liquidate dalle correnti mode filosofiche. Che hanno contribuito a inaridire la filosofia. Relegandola nell’astrazione degli specialismi accademici. Dove agonizza ormai da troppo tempo. Lontano dalla vita. Lontano da quelle domande che cercano di scuoterla. Di acciuffarla. Di « curarla ».

Far « ritorno » alla metafisica, per Massimo Cacciari, è tornare infatti a prendersi cura soprattutto di quella « cosa ultima » che è il nostro esserci. La nostra concreta esistenza. Ma senza l’amore - senza la philia - nessun sapere - nessuna sophia - sarebbe davvero in grado di corrispondere a questa disperata « vocazione terapeutica ». Perché è vero che è la meraviglia - thauma -, lo stupore per le cose esistenti che muove l’interrogazione della filosofia. È vero - come scrive Cacciari - che « metafisica è l’interrogazione intorno alla physis dell’ente che ci ha tremendamente meravigliato ».

Certo, la prima domanda della filosofia scaturisce dallo stupore per le cose esistenti :« Che è “questo” che ci sta di fronte ? È qualcosa, certamente - osserva Cacciari -. Da Dove ? Perché qualcosa esiste ? ».

Ma cos’è che tremendamente ci meraviglia, ci spaventa - delle cose che esistono - se non l’angosciante esperienza che noi facciamo del loro dileguamento ? Se noi non amassimo le cose che esistono - e le creature che vivono - perché dovremmo tremendamente meravigliarci - angosciarci - del loro dileguamento ? Il thauma - la paura più tremenda - è il fatto che dobbiamo morire, ci dice Cacciari.

Ma il nostro pensiero - il « divino », il trascendente che è in noi - si ribella a questa « apparente » evidenza. È l’angoscia della nostra morte che ci costringe a pensare. A filosofare. Che ci costringe a trascenderci.

Ecco perché la filosofia - come erroneamente si crede - non potrebbe mai essere una « cura » per il morire. Non potrebbe mai essere una preparazione alla morte - melete thanatou. Ma è « cura- angoscia contra il nudo fatto che moriamo », precisa Cacciari. È davvero mortale il soffio che dà vita al nostro corpo ? Può davvero spegnersi il principio della nostra vita ? Siamo davvero convinti che tutto, nel divenire, sia destinato al nulla ? Siamo davvero sicuri - si chiede Cacciari - che per « guarire » dall’angoscia della morte, dobbiamo rassegnarci ad abbandonare il nostro corpo - che è soltanto dolore e sofferenza - e « correre a morire, correre incontro alla sua morte per poter credere alla immortalità della pura anima » ?

No, la filosofia non è cura per la morte, ma per la vita. La filosofia è sì interrogazione dell’angoscia massima, la morte. Ma non si può « guarire » dalla morte morendo. Ma semmai pensando la morte. Al centro della nostra psiche c’è il nostro pensiero vivente, che ci dice che noi viviamo. Il nostro pensiero vive, è pensiero del vivente poiché si oppone al fatto « apparente » che noi dobbiamo morire. Solo chi è dotato-armato del logos - proprio della filosofia - potrà mettere a morte ogni padrone. Perfino quel padrone che è la nostra morte. Ecco perché la filosofia non può essere una attesa impaziente e impotente della morte liberatrice.

Ma è un saper mettere a morte tutto ciò che ostacola, impedisce una piena vita : « Trapassare il padrone ultimo - la morte - e fare del dato “che si muore” un fatto del pensiero : ecco la cura suprema e il supremo esercizio. Da limite del vivere - ci dice Cacciari - la morte, nell’esser pensata da parte dell’anima, diviene così fattore essenziale della sua vita ».


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