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ITALIA: STORIA E POLITICA (1513-2013). MACHIAVELLI CONTRO OGNI TIRANNIA E CONTRO OGNI POPULISMO: C’E’ CAPO E "CAPO" E STATO E "STATO"!!!

LA QUESTIONE DELLO STATO: "IL PRINCIPE" O MEGLIO "DE PRINCIPATIBUS" (1513). UN OMAGGIO A NICCOLO’ MACHIAVELLI. Una nota di Sergio Romano - con un saggio (pdf) di Federico La Sala

Lascio al lettore decidere se fra l’epoca di Machiavelli e la nostra corra qualche analogia. Mi limito a osservare che questo Stato apparentemente unitario è un mosaico di lobby, corporazioni, patriottismi municipali, irresponsabilità regionali e sodalizi più o meno criminali (...)
mercoledì 23 gennaio 2013 di Federico La Sala
[...] Credo che la chiave di cui il lettore ha bisogno per orientarsi fra tante interpretazioni di Machiavelli sia nascosta nella sua vita. Il Principe è il risultato delle esperienze che l’autore aveva fatto negli anni fra il 1498 e il 1512 quando era stato cancelliere e segretario dei Dieci di Libertà, l’organo che nella Repubblica fiorentina era contemporaneamente ministero degli Interni, degli Esteri e della Guerra. Aveva viaggiato in Italia e in Europa, aveva frequentato le corti (...)

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> LA QUESTIONE DELLO STATO: "IL PRINCIPE" O MEGLIO "DE PRINCIPATIBUS" (1513). ---- CESARISMO EUROPEO.Sospensione della democrazia grazie alla crisi (di Cédric Durand - Razmig Keucheyan - "Le Monde Diplomatique").

giovedì 15 novembre 2012

-  Sospensione della democrazia grazie alla crisi
-  Verso un cesarismo europeo
*

      • Ironia sarcastica, incoraggiamento o epitaffio? L’attribuzione del Premio Nobel per la pace all’Unione Europea, il 12 ottobre scorso, può suscitare perplessità quando, allo stesso tempo, la Banca centrale europea e la Commissione di Bruxelles conducono una guerra dei bilanci contro numerosi Paesi membri. Questa scelta richiama in ogni caso una riflessione sulla natura del regime politico dell’Unione.

      • Cédric Durand, professore associato di Economia all’Università di Parigi-XIII, e Razmig Keucheyan, professore associato di Sociologia all’Università della Sorbona (Parigi-IV).
        -  (traduzione dal francese di José F. Padova)

«Un oggetto di cristallo, se lo gettiamo a terra, si rompe, ma non in un modo qualsiasi: si rompe seguendo le sue direzioni di sfaldatura, in pezzi la cui delimitazione, benché invisibile, era tuttavia predeterminata dalla struttura del cristallo stesso». Questa constatazione, stabilita da Sigmund Freud negli anni ’30 (1) a proposito dei malati mentali, si applica anche ai malati politici, al primo posto dei quali vi è l’Unione Europea, struttura incrinata e fessurata come non mai.

La crisi economica apertasi nel 2007 ha rivelato le contraddizioni inerenti alla costruzione europea. In particolare, ha dimostrato che l’Unione si appoggia a un regime politico autoritario, intrinsecamente in grado di sospendere le procedure democratiche invocando l’urgenza economica o finanziaria. Nel corso degli ultimi quattro anni istituzioni sfuggenti a ogni controllo popolare, quali la Banca centrale europea (BCE) e la Commissione europea, hanno così imposto - con la collaborazione attiva delle classi dominanti di questi Paesi - il loro foglio di via obbligatorio ai popoli irlandese, ungherese, romeno, greco, italiano, spagnolo, portoghese, francese, ecc. Il Patto di Bilancio europeo (Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance TSCG), il controllo di bilancio degli Stati membri e la sorveglianza delle banche da parte dell’Unione ampliano questo movimento (2). Come definire questa forma di governo dei popoli senza i popoli?

Per comprendere la natura del nuovo regime politico europeo conviene ritornare sulle quattro fasi della crisi. Tutto ha inizio nell’agosto 2007. Quando la più grande banca francese, BNP Paribas, annuncia il blocco degli attivi di tre dei suoi fondi d’investimento, giustificandolo con la propria incapacità di dare loro una valutazione, l’Unione Europea non dispone di alcuna risorsa finanziaria propria che le permetta d’intervenire: anche se la moneta unica ha suscitato l’emergenza in banche che operano a livello del continente, la supervisione della loro attività resta prerogativa degli Stati. La BCE inietta importanti volumi di liquidità, senza che sia ancora progettata un riforma in profondità del sistema finanziario.

Il fallimento della quarta banca d’investimenti del mondo, Lehman Brothers, nel settembre 2008, dà il segnale d’inizio alla seconda fase della crisi. Esso porta il sistema finanziario internazionale sull’orlo del fallimento e provoca una contrazione del credito (credit crunch) di grande ampiezza. Per la prima volta nel dopoguerra l’economia mondiale affonda nella recessione.

La risposta viene dapprima dal G20 e dalle banche centrali delle principali economie del pianeta: tutti riconoscono la necessità di misure anticicliche provvisorie. Al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre 2008 i governi annunciano la ricapitalizzazione degli istituti di credito in difficoltà e promettono di garantire i prestiti bancari. A livello dell’Unione Europea, due istituti aumentano il loro potere: la BCE e la Direzione generale della concorrenza (DGC), che costituiscono i veri e propri centri di pilotaggio nella tempesta. Poiché sono prive di legittimazione elettorale, il loro rafforzamento si intensifica in misura inversamente proporzionale a quello della democrazia dell’Unione.

Terza fase: alla fine del 2009 l’Europa diventa l’epicentro della crisi globale. S’innesca allora una spirale infernale: decollo dei tassi d’interesse del debito pubblico dei Paesi periferici, generalizzazione delle misure d’austerità, crescita a mezz’asta o in caduta libera. Nella tormenta Paesi sovrani incastrati in una moneta unica si trovano alla mercé di attacchi speculativi dal momento in cui la BCE rifiuta di fornire la sua garanzia.

Da Bonaparte a Mario Draghi

Maggio 2010. Il primo piano di salvataggio della Grecia pone Atene sotto la tutela della «troika»: Fondo monetario internazionale (FMI), BCE e Commissione europea. Nella sua scia i tassi d’interesse dell’Irlanda e del Portogallo, seguiti da quelli della Spagna e dell’Italia, impazziscono, annullando l’ipotesi secondo la quale la Grecia sarebbe un caso particolare. Allo stesso tempo viene alla luce un Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF). Malgrado l’opposizione di una parte delle elite continentali, la BCE amplia il campo delle sue prerogative e si mette ad acquistare buoni del Tesoro sul mercato secondario.

Questi cambiamenti si uniformano agli interessi della finanza. Klaus Regling prende il comando del FESF. Ex dirigente del FMI, del ministero delle Finanze tedesco e della Commissione europea, ha realizzato una parte della sua carriera nella finanza privata, lavorato nel corso degli anni ’80 per l’Associazione federale delle banche tedesche, diretto un fondo speculativo (hedge fund) a Londra fra il 1999 e il 2001 e svolto attività di consulente privato a Bruxelles.

Caso simile: Jacques de Larosière. Ex direttore generale del FMI, alto funzionario del Tesoro francese, poi consigliere di Michel Pébereau, presidente-direttore generale di BNP Paribas, nel febbraio 2009 ha diretto un gruppo di esperti che ha fornito alla Commissione europea un rapporto sulla riforma dell’architettura finanziaria europea. Quattro degli otto membri di questo gruppo sono o sono stati legati agli istituti finanziari Goldman Sachs, BNP Paribas, Lehman Brothers e Citigroup.

Nel corso della quarta fase, che inizia in luglio 2011, la crisi dei debiti sovrani della periferia dell’Europa si estende ad alcuni Paesi del cuore storico dell’Unione, come l’Italia, che vede i tassi d’interesse del suo debito balzare in alto rispetto a quelli pagati dalla Germania. L’insieme del continente precipita nuovamente nella recessione, mentre i Paesi del sud affondano nella depressione. Contemporaneamente la crisi si politicizza sempre più. Le tensioni si ravvivano a livello internazionale fra Paesi europei, soprattutto in seno alle società più malmenate dalle turbolenze economiche: Spagna, Italia, Portogallo e Grecia.

Il ruolo svolto dall’Istituto della finanza internazionale (IIF) si rivela cruciale. Sorta di lobby dei grandi istituti finanziari mondiali, questo organismo ha fatto gravare tutto il suo peso sui rappresentanti dei governi nazionali e dell’Unione. È stato direttamente coinvolto nei negoziati sulla riforma dell’architettura finanziaria europea, arrivando per esempio a fare fallire la proposta di una nuova tassa per il settore bancario (3).

Quando in ottobre 2011 il primo ministro greco Georges Papandreu ha annunciato la sua intenzione di indire un referendum sul nuovo piano di aiuti, i governi europei si fanno minacciosi. Nicolas Sarkozy evoca per la prima volta l’eventualità per la Grecia di un’uscita dall’euro. Papandreu dimissiona; è sostituito, alla testa di un «governo di unità nazionale», da Lucas Papademos, ex banchiere centrale ad Atene e a Francoforte.

In Italia Silvio Berlusconi subisce la medesima sorte. Dopo che il commissario agli Affari economici e monetari Olli Rehn aveva indirizzato all’Italia, in novembre 2011, una lettera che esigeva drastiche riforme economiche e fiscali, è costretto a rassegnare le dimissioni. È sostituito da Mario Monti, clone transalpino di Papademos, Larosière e Regling. Ex commissario europeo incaricato della concorrenza, Monti ha presieduto l’European Money and Finance Forum, un think tank che riunisce finanzieri, politici e docenti universitari, ed è stato consulente di Goldman Sachs e Coca-Cola.

L’incapacità dei governi nazionali di affrontare la situazione porta a un’accelerazione dell’integrazione europea. Il nuovo trattato in corso di ratifica inquadra rigidamente le politiche nazionali di bilancio, sottoponendole allo stretto controllo da parte della Commissione e degli altri governi. Il principio che «la sovranità si ferma quando cessa la solvibilità» riduce a quasi-protettorati i Paesi che fruiscono dei programmi d’assistenza. Ad Atene, Lisbona e Dublino gli uomini della «troika», nei loro abiti scuri, dettano i pacchetti delle misure da adottare, facendo uscire allo scoperto i rapporti neocoloniali ai quali vengono sottoposti i Paesi della periferia. Sostenuti dal nuovo assetto di potere in Francia, Spagna e Italia hanno strappato al vertice europeo del giugno 2012 una vaga promessa, secondo la quale la messa sotto tutela potrebbe in avvenire essere meno stringente. Queste illusioni sono volate in frammenti con le recenti dichiarazioni di Mario Draghi, che progetta di offrire la garanzia completa della BCE - della quale è diventato governatore in novembre 2011 - soltanto in cambio di un’obbedienza completa delle autorità nazionali alle ingiunzioni della «troika» (4).

Così, dopo l’inizio della crisi, l’Unione Europea non ha mai smesso di manifestare le caratteristiche di un regime autoritario. Governi eletti costretti alle dimissioni e rimpiazzati da tecnocrati senza legittimità democratica; preminenza d’istituzioni presunte «neutrali», come la BCE; cancellazione del ruolo del Parlamento europeo, il cui presidente socialdemocratico, Martin Schulz, tenta invano di fare riconoscere il peso politico (5); annullamento dei referendum; intrusione del settore privato nel processo decisionale politico... Per comprendere questa dinamica antidemocratica, che soltanto un movimento sociale di ampiezza continentale potrebbe rovesciare, non è inutile rivolgersi a un contemporaneo di Freud, anch’egli perspicace osservatore della crisi di civiltà degli anni ’30: Antonio Gramsci.

Secondo l’intellettuale italiano, nel corso delle grandi crisi del capitalismo, le istituzioni che dipendono dal suffragio universale, come i Parlamenti, passano in secondo piano. Al contrario, le circostanze consolidano «la posizione relativa del potere della burocrazia (civile e militare), dell’alta finanza, della Chiesa, e in generale di tutti gli organismi relativamente indipendenti dalle fluttuazioni dell’opinione pubblica (6)». In tempi normali tutte queste istanze non recalcitrano nel lasciare al comando le istituzioni democratiche. Non è più il caso in situazione di crisi: da una parte, le contraddizioni inerenti alle istituzioni legittimate sul piano elettorale si approfondiscono, indebolendo la loro capacità di prendere le decisioni che l’accelerazione del ritmo della politica esige, dall’altra, l’opinione pubblica fluttua considerevolmente, minacciando di rivolgersi verso le soluzioni più radicali.

Gramsci chiama «cesarismo» questa propensione dei regimi democratici a manifestare inclinazioni autoritarie in tempo di crisi. Nel XIX secolo e nella prima metà del XX spesso è all’interno delle forze armate che emergono gli elementi cesaristi - così è per Napoleone Bonaparte, Otto von Bismarck e Benito Mussolini, tre figure emblematiche del fenomeno. Il cesarismo d’altra parte ispira il suo nome a un carismatico generale romano che, oltrepassando il Rubicone, ha cancellato il confine fra il militare e il politico. Gramsci tuttavia aveva previsto che attori non militari potessero anch’essi esercitare la funzione di cesare: è il caso della Chiesa, della finanza e della burocrazia statale. L’autore dei Quaderni dal carcere constata per esempio la natura frammentata della Nazione nata dal Risorgimento italiano, nel XIX secolo: la sua formazione mediante aggregazione di territori successivamente annessi si opera senza vera implicazione delle masse popolari. Solamente la burocrazia di Stato garantisce l’unità, svolgendo il ruolo di cesare senza il quale le forze centrifughe farebbero esplodere l’insieme.

Le dinamiche attualmente all’opera all’interno dell’Unione Europea evocano una forma di cesarismo non militare, ma finanziario e burocratico. Entità politica dalla sovranità frammentata, l’Europa vede la sua unità garantita soltanto dalla burocrazia di Bruxelles e l’inserimento strutturale della finanza internazionale nel suo funzionamento. E i supposti «progressi» compiuti sulla via dell’integrazione nel corso degli ultimi tre anni accentuano questa caratteristica.

Questo cesarismo non è un’invenzione recente. Dopo la Seconda guerra mondiale, certe istituzioni non democratiche, fra le quali le Corti costituzionali o le banche centrali indipendenti, sono diventate sempre più potenti nell’Europa dell’ovest. L’idea che anima le elite continentali dell’epoca è che i totalitarismi «gemelli» - nazismo e stalinismo - siano il prodotto degli «eccessi» della democrazia, ragione per la quale occorre proteggere quest’ultima contro la sua propria irragionevolezza (7). Fin dalla sua origine il progetto europeo s’inserisce in questa logica mirata a tenere a distanza i popoli. Ma la brutale accelerazione operata dal 2009 in poi ha radicalizzato il processo: l’unione economica e monetaria è diventata uno strumento autoritario di gestione delle contraddizioni economiche e sociali prodotte dalla crisi.

Di conseguenza la scelta che ormai si offre non oppone più la continuazione della costruzione europea al ritorno al livello nazionale, come vorrebbero farci credere i mezzi di comunicazione dominanti e gli intellettuali euro-liberali, bensì due opzioni antagoniste: il cesarismo o la democrazia.

-  (1) Sigmund Freud, Nouvelles Conférences d’introduction à la psychanalyse, Gallimard, Paris, 1984 (1" éd. : 1933).
-  (2) Lire Raoul Marc Jennar, «Deux traités pour un coup d’Etat européen» et «Traité flou, conséquences limpides », Le Monde diplomatique, respectivement juin et octobre 2012.
-  (3) Financial Times, Londres, 20 juillet 2011.
-  (4) Financial Times, 7 septembre 2012.
-  (5) Le Monde, 19 janvier 2012.
-  (6) Antonio Gramsci, Guerre de mouvement et guerre de position, textes des Cahiers de prison choisis et commentés par Razmig Keucheyan, La Fabrique, Paris, 2012. Lire «Gramsci, une pensée devenue monde», Le Monde diplomatique, juillet 2012.
-  (7) Cf. Jan-Werner Müller, Contesting Democracy. Political Ideas in Twentieth-Century Europe, Yale University Press, New Haven, 2011.

* Le Monde Diplomatique, novembre 2012, pag 3


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