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ITALIA : STORIA E POLITICA (1513-2013). MACHIAVELLI CONTRO OGNI TIRANNIA E CONTRO OGNI POPULISMO : C’E’ CAPO E "CAPO" E STATO E "STATO" !!!

LA QUESTIONE DELLO STATO : "IL PRINCIPE" O MEGLIO "DE PRINCIPATIBUS" (1513). UN OMAGGIO A NICCOLO’ MACHIAVELLI. Una nota di Sergio Romano - con un saggio (pdf) di Federico La Sala

Lascio al lettore decidere se fra l’epoca di Machiavelli e la nostra corra qualche analogia. Mi limito a osservare che questo Stato apparentemente unitario è un mosaico di lobby, corporazioni, patriottismi municipali, irresponsabilità regionali e sodalizi più o meno criminali (...)
mercredi 23 janvier 2013 par Federico La Sala
[...] Credo che la chiave di cui il lettore ha bisogno per orientarsi fra tante interpretazioni di Machiavelli sia nascosta nella sua vita. Il Principe è il risultato delle esperienze che l’autore aveva fatto negli anni fra il 1498 e il 1512 quando era stato cancelliere e segretario dei Dieci di Libertà, l’organo che nella Repubblica fiorentina era contemporaneamente ministero degli Interni, degli Esteri e della Guerra. Aveva viaggiato in Italia e in Europa, aveva frequentato le corti (...)

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> ENCICLOPEDIA MACHIAVELLIANA --- Machiavelli al confine tra gli antichi e i moderni. De Sanctis, Mussolini, Gramsci : a ciascuno il suo « Principe » (di Luciano Canfora)

jeudi 11 décembre 2014

Machiavelli al confine tra gli antichi e i moderni

De Sanctis, Mussolini, Gramsci : a ciascuno il suo « Principe »

di Luciano Canfora (Corriere della Sera, 11.12.2014)

Un dotto francese di fede protestante, prudentemente trapiantatosi a Londra proprio a ridosso della Rivoluzione, Louis Dutens (1730-1812), scrisse un ponderoso trattato apparso per la prima volta nel 1766, poi più volte ristampato, per dimostrare che Le scoperte attribuite ai moderni, anche nel campo delle scienze matematiche e fisiche, erano già state pensate dagli antichi. Reagì polemicamente D’Alembert. Ma Dutens sfoderava, nel suo trattato, anche talune dichiarazioni dei grandi moderni pronti a dirsi debitori verso gli antichi.

Fu quasi un secondo tempo della Querelle. In particolare colpivano le parole attribuite a Leibniz e riportate da Dutens (che di Leibniz fu benemerito editore) : « Signore - avrebbe detto Leibniz ad un devoto visitatore -, Lei mi ha usato spesso la gentilezza di dirmi che io so qualcosa ; ebbene io voglio mostrarvi le fonti da cui ho attinto tutto quello che so » ; e, prendendo per mano il dotto amico, lo portò nel suo studio e gli mostrò le edizioni, che aveva sempre sottomano, di Platone, Aristotele, Plutarco, Sesto Empirico, Euclide, Archimede, Plinio il Vecchio, Seneca e Cicerone.

L’impostazione di Dutens era ingenua, ma poneva un problema vero : l’uso creativo degli antichi da parte dei moderni. Niccolò Machiavelli e Thomas Hobbes, l’uno a cavallo tra Quattro e Cinquecento, l’altro in pieno Seicento, e già maturo pensatore mentre Leibniz nasceva, offrono la migliore materia per cimentarsi con la questione.

Non è certo casuale che, nell’Introduzione alla recentissima Enciclopedia Machiavelliana prodotta - nel cinquecentesimo anniversario del Principe - dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana (direttori dell’opera Gennaro Sasso e Giorgio Inglese), Sasso dedichi un denso paragrafo al tema L’imitazione dell’antico (vol. III, pp. XLVIII-XLIX).

Sasso si concentra, ovviamente, sui Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio , dove l’operazione è resa trasparente dal fatto stesso di porre il racconto liviano della storia romana alla base della riflessione. Sasso mette in luce l’aporia intrinseca in quel modo di procedere : se « gli uomini » - osserva - erano, naturalisticamente intesi, « gli stessi », come mai si erano fatti in realtà tanto diversi da far sorgere il problema dell’estrema difficoltà di tornare ad essere come quegli antichi ?

Nel proemio al primo libro dei Discorsi Machiavelli addirittura sembra quasi anticipare quell’assunto cui Dutens - per parte sua convinto che Machiavelli fosse solo un ripetitore degli antichi - dedicherà tante energie : che cioè le conquiste scientifiche (in particolare la medicina) erano già state attuate dagli antichi. E deplora che proprio nella politica il modello antico venga ignorato e disatteso. Hobbes, invece, nelle pagine introduttive al De Cive, dirà con tutta l’asprezza necessaria, che Aristotele si è sbagliato nell’assunto fondamentale della Politica (la naturale « socievolezza » degli uomini) : « Questo assioma - dirà -, sebbene accolto da molti, è falso ».

L’apparente dilemma si risolve in realtà constatando che proprio quei fondatori della modernità - Machiavelli, Hobbes, Leibniz - hanno pensato il nuovo dialogando con gli antichi. È questo che Leibniz intendeva quando additava al suo visitatore i libri che avevano sustanziato il suo pensiero.

Se Machiavelli, Hobbes, Leibniz non poterono non dialogare con gli antichi, noi non possiamo non dialogare con Machiavelli, Hobbes e con tutti coloro che, lottando per dischiudere la modernità, incominciarono proprio da quel remoto, e pur sempre fresco, punto di partenza.

Questo genere di dialogo si risolve, per lo più, in una feconda forzatura : si fa dire, ai libri fondativi che ci precedettero, ciò che noi vi leggiamo o vogliamo leggervi proprio perché, con l’aiuto di una tale « pietra focaia », pensiamo, o cerchiamo di pensare, i nostri pensieri : quelli del presente e del tempo che sentiamo imminente. Lo facciamo con i classici antichi e con i classici moderni : per esempio proprio con Machiavelli. E l’ Enciclopedia che qui segnaliamo assolve egregiamente a tale compito, a tale funzione chiarificatrice. Essa ci mostra, voce dopo voce, articolo dopo articolo, non solo quale originalissimo « Ierone siracusano » sia il tiranno visto da Machiavelli, ma anche quale originalissimo Machiavelli sia il Machiavelli di Ugo Foscolo o di Francesco De Sanctis o, ai limiti del totale stravolgimento dell’originale, il Machiavelli di Antonio Gramsci.

E ancora : quello demonizzato dalla Controriforma - il « cattivo maestro » - che ritorna curiosamente nello scontro tra fazioni bolsceviche in pieno XX secolo (si veda la voce « Russia » in questa Enciclopedia) ; e poi il Machiavelli arruolato senza tanti complimenti dal pessimismo antropologico del « tacitismo » : fino alla sua manifestazione postrema nel Preludio al Machiavelli di Mussolini, ispirato - in ciò Gramsci vide giusto - all’insopportabile e oligarchico pessimismo di Giuseppe Rensi.

Ovviamente il compito degli storici e dei filologi non è solo quello di rimirare la creativa fecondità di un pensiero (e la sua possibile vitalità ben oltre gli intendimenti dell’autore), ma anche, e non meno, di recuperare l’esatta nozione di ciò che quel determinato autore disse, scrisse e pensò : di scrostare dunque, di sull’originale, le rigogliose e « necessarie » incrostazioni dei posteri. L’ Enciclopedia Machiavelliana rende molto bene anche questo prezioso servigio, e dobbiamo perciò essere grati alla squadra che l’ha saputa realizzare.


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