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USA. PRESIDENZIALI 2012. Un’America "per tutti" o "per molti" ?! ....

OBAMA 303 - ROMNEY 206. Per Barack Obama "altri 4 anni" : confermato Presidente. Romney ha riconosciuto la vittoria

Sarà lui a guidare l’America per i prossimi quattro anni. « Four More Years » : è stato ancora una volta uno slogan vincente a trascinarlo alla vittoria, come il « Yes We Can » del 2008. « Finirò quello che ho iniziato. Il meglio deve ancora venire » - in un lungo discorso, si è rivolto all’America. « Torno alla Casa Bianca più determinato. La nostra economia si sta riprendendo ».
jeudi 8 novembre 2012 par Federico La Sala
PIANETA TERRA. E - "Lezioni americane" (Italo Calvino) ....
"CHANGE WE NEED". BARACK OBAMA, SULLE ALI DELLO SPIRITO DI FILADELFIA E DI GIOACCHINO DA FIORE, HA GIA’ PORTATO GLI U.S.A. FUORI DAL PANTANO
USA : RISULTATO STORICO, EPOCALE. Barack Obama è il 44° Presidente degli Stati Uniti, è il primo nero a conquistare la Casa Bianca
PRESIDENZIALI USA 2012 (AGGIORNAMENTO)

su twitter : “altri quattro anni”
Usa, Obama si (...)

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> OBAMA 303 - ROMNEY 206. Per Barack Obama "altri 4 anni" --- Demografia chiave del duello repubblicani-democratici (di Marilisa Palumbo)

mercredi 7 novembre 2012

La scelta dell’America né bianchi, né operai : i nuovi americani

Le minoranze ispaniche e asiatiche verso il sorpasso

Demografia chiave del duello repubblicani-democratici

di Marilisa Palumbo (Corriere della Sera, 7.11.2012

C’erano anche il cubano americano Marco Rubio, senatore della Florida, e l’indiano americano Bobby Jindal, governatore della Louisiana, nel comizio delle star repubblicane che hanno tirato la volata a Romney qualche giorno fa a Cincinnati, Ohio. Sono i volti della nuova America cui i repubblicani devono cominciare ad affidarsi : pena la marginalizzazione per anni a venire, non possono più permettersi di essere il partito di una classe bianca che invecchia mentre giovani istruiti, donne (specialmente non sposate), abitanti delle città e minoranze (che da sole formano già un quarto dell’elettorato) trovano la propria voce nel partito democratico. Nel 2008 furono questi gruppi di elettori a far vincere Obama, ma anche i liberal devono chiedersi se un altro candidato possa avere il suo stesso appeal e riconquistare la sua coalizione multi-colore.

Le minoranze

I demografi dicono che l’America è vicina a un « tipping point », un punto di svolta. Secondo William Frey, della Brookings Institution, queste elezioni sono state « l’ultimo hurrah per i bianchi ». D’ora in poi i repubblicani non potranno più contare sulla cosiddetta « southern strategy », ossia puntare quasi esclusivamente su elettori « sudisti », evangelici e rurali.

Per la prima volta nella storia l’anno scorso i bambini nati da coppie miste o appartenenti alle minoranze - 2,02 milioni - hanno sorpassato le nascite dei bianchi non ispanici : 50,5% (erano il 37% nel 90) contro il 49,5%. Un dato premonitore di quello che accadrà tra un paio di decenni, quando l’America potrà dire addio alla sua maggioranza bianca : l’aumento esplosivo (anche se frenato nell’ultimo paio d’anni dalla crisi economica) dell’immigrazione e la crescita costante della popolazione latina e asiatica dovrebbero condurre al sorpasso attorno al 2040.

La campagna del 2008 è stata in qualche modo il racconto di un Paese che questa trasformazione la guardava con speranza e fiducia, materializzandola nel volto di quell’uomo dal nome improbabile, metà africano metà americano del Kansas, con una famiglia che, come lui stesso ama ripetere, « quando si riunisce sembra un’assemblea delle Nazioni Unite ». Ma questa campagna, e prima ancora i quattro anni di Obama al governo, con il fallimento del suo sogno bipartisan e l’esplosione dei Tea Party, hanno raccontato invece un’America che davanti al cambiamento punta i piedi. Di mezzo c’è stata una crisi economica, e i limiti di un uomo caricato di aspettative messianiche, ma le trasformazioni che attraversano l’America non si possono fermare.

Se in una situazione economica ancora traballante e con una disoccupazione così alta il presidente è stato in testa ai sondaggi per quasi tutta la campagna, nonostante un misero 37% di sostegno da parte dell’elettorato bianco, è perché è sempre rimasto fortissimo tra gli elettori delle minoranze. Soprattutto tra i latinos, che quattro anni fa gli avevano accordato il 67% delle preferenze e che sono decisivi in molti stati chiave. Il New Mexico, dove gli ispanici sono ormai il 46,7 per cento della popolazione, non è neanche più comparso nella colonnina degli Stati indecisi.

E pensare che nel 2004 Karl Rove, il « cervello » di Bush, considerava i latinos un gruppo di elettori in bilico : in fondo George W. aveva ottenuto il 44% delle loro preferenze. Peccato che poi sia arrivato il pugno duro sull’immigrazione. Il « Dream act », che garantirebbe la residenza e un percorso verso la cittadinanza ai giovani entrati illegalmente nel paese con i loro genitori, è fermo al Congresso per l’opposizione repubblicana. Ma c’è da scommettere che se ne tornerà a discutere. Ci sono voci pesanti nel partito, come quella di Jeb Bush, che da tempo suonano l’allarme : senza il voto ispanico il Grand Old Party è destinato a diventare una forza di minoranza. Dominare le preferenze dell’elettorato bianco, come Romney ha fatto per tutta la durata della campagna, non è più sufficiente.

L’elettore post-industriale

Ma non è solo la composizione razziale ed etnica dell’America a cambiare. Il passaggio, in molte aree del Paese, a un’economia post-industriale basata sulla produzione di idee più che di beni, ha aumentato il peso di un tipo di elettorato fatto di professionisti urbanizzati, che tende a votare democratico. Di più : che ha sostituito il « blue collar voter », l’operaio, come spina dorsale della coalizione democratica. Ne parlavano, descrivendo un’economia che ha la sua base nelle aree urbane e suburbane ribattezzate « ideopolis », John Judis e Ruy Teixeira in un famoso libro di ormai dieci anni fa, The Emerging Democratic Majority. Molte di queste aree sono dentro i famosi stati indecisi : Charlotte, il triangolo della ricerca in North Carolina, i sobborghi della Virginia settentrionale, la regione attorno a Denver, Colorado, Orlando e il sud della Florida. E poi ci sono gli spostamenti interni di popolazione, come quelli dei californiani liberal che hanno scelto di andare a vivere nell’area di Reno, in Nevada, di Albuquerque in New Mexico e in Colorado.

La religione

E infine, per quanto ancora le campagne elettorali si combatteranno su temi sociali come aborto e matrimoni omosessuali, su cui spingono soprattutto i repubblicani, davanti a un elettorato che vede crescere i non credenti (un americano su cinque, uno su tre tra gli under 30) ? Un altro gruppo, i non affiliati, che secondo una recente indagine del Pew sono molto liberali sui temi sociali, meno sul ruolo del governo, ma comunque votano a larga maggioranza progressista. E sono quindi un gruppo solidamente democratico almeno quanto gli evangelici bianchi (anche loro il 19% della popolazione) possono essere considerati solidamente repubblicani.

Non è detto, anzi molto probabilmente non è vero che la demografia è destino. La sicurezza nazionale - come è accaduto dopo l’11 settembre, o l’economia come quest’anno - possono risultare più importanti di qualsiasi divisione razziale, di censo e di istruzione. Soprattutto, i partiti possono ridefinire la loro identità. È questa la sfida che attende i repubblicani nei prossimi quattro anni.


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