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PER IL BENE DELLA CHIESA ...

BENEDETTO XVI SI DIMETTE. Lascerà il pontificato dal prossimo 28 febbraio. Lo ha annunciato personalmente, in latino

"Ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile2005"
mardi 12 février 2013
Benedetto XVI lascia il pontificato, Papa si dimette il 28 febbraio*
Il Papa lascia il pontificato dal 28 febbraio. Lo ha annunciato personalmente, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto. "Un fulmine a ciel sereno". Con queste parole il decano del collegio cardinalizio, cardinal Angelo Sodano ha commentato la decisione di Benedetto XVI di lasciare il pontificato
Il Papa ha spiegato di sentire il peso dell’incarico di pontefice, di aver a lungo meditato (...)

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> BENEDETTO XVI SI DIMETTE. --- UN ESEMPIO DI LATINO MODERNO... È bensì vero che il latino dei moderni riflette la ricchezza e la novità della lingua dei moderni, ma alcuni pilastri della sintassi non possono, neanche in omaggio al « nuovo che avanza », essere infranti (di Luciano Canfora).

mardi 12 février 2013

Un esempio di latino moderno

di Luciano Canfora (Corriere della Sera, 12 febbraio 2013)

Il testo originale del comunicato con cui Benedetto XVI ha annunciato le sue dimissioni è scritto, come è ovvio, in un latino costruito con prestiti ricavati da autori delle più diverse epoche. È una specie di mosaico che abbraccia quasi due millenni di latinità : dal ciceroniano « ingravescente aetate » al disinvolto « ultimis mensibus » che figura in scritti ottocenteschi (addirittura del calvinista Bachofen), fino al « portare pondus » che ricorre in Flavio Vegezio, Epitoma rei militaris, ma più frequentemente in autori quali Raimondo Lullo (Ars amativa boni), Tommaso da Kempis o anche nei sermoni di Bernardo di Chiaravalle.

Spicca come prelievo dal dotto e audace Rufino traduttore di Origene, l’espressione « incapacitatem meam ». Per altro verso solide attestazioni di epoca classica, da Quintiliano a Plinio, sorreggono la frase più importante di tutto il testo e cioè : « declaro me ministerio renuntiare » (« dichiaro di rinunciare al mio ruolo di Papa »).

Peccato però che, per una svista imputabile a qualche collaboratore turbato dalla gravità dell’annunzio, proprio nella frase cruciale sia stata inferta una ferita alla sintassi latina, visto che al dativo ministerio viene collegato l’intollerabile accusativo commissum (« incombenza affidatami »). Avrebbe dovuto esserci, per necessaria concordanza, il dativo commisso.

Come consolarsi di questo lapsus ? Pensando per esempio ai rari ma disturbanti errori di latino che macchiavano le Quaestiones callimacheae di un grande filologo come Giorgio Pasquali, rettificate però nella ristampa realizzata poi dal bravissimo Giovanni Pascucci, grammatico fiorentino. Ma non è impertinente comparare un filologo laico con un Pontefice regnante ? L’errore - si sa - si insinua sempre. Come il periodo tedesco, così il periodo latino è « ein Bild » (un quadro), in cui ogni tassello ha un suo posto e la ferita inferta alle concordanze risulta tanto più dolorosa.

Analogo incidente è avvenuto addirittura nella frase di apertura, dove il Pontefice dice ai « fratelli carissimi » che li ha convocati « per comunicare una decisione di grande momento per la vita della Chiesa » : ma si legge pro ecclesiae vitae laddove avremmo desiderato pro ecclesiae vita.

Sia stato il turbamento o sia stata la fretta, resta il disagio per le imperfezioni di un testo destinato a passare alla storia. È bensì vero che il latino dei moderni riflette la ricchezza e la novità della lingua dei moderni, ma alcuni pilastri della sintassi non possono, neanche in omaggio al « nuovo che avanza », essere infranti.


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