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DISTRUGGERE IL CRISTIANESIMO : LA SECOLARIZZAZIONE ASTUTA DEL CATTOLICESIMO RATZINGERIANO. Benedetto XVI, il papa teologo, ha gettato via la "pietra" su cui posava l’intera Costruzione ... e anche la maschera di cristiano !

IL PARADOSSO DI RATZINGER - EX BENEDETTO XVI : LA SECOLARIZZAZIONE "MAMMONICA" DELLA CHIESA. Un’analisi di Paolo Flores d’Arcais - a c. di Federico La Sala.

con le sue dimissioni ha investito il Soglio di Pietro di quel “disincantamento del mondo” che caratterizza la modernità secolarizzata e che il suo pontificato ha invece forsennatamente combattuto, e anche con significativi successi (...)
samedi 16 février 2013
KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI").

Ex Benedetto XVI e quel gesto che secolarizza la Chiesa
di Paolo Flores d’Arcais (il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2013)
“Non c’è posto per un Papa emerito” dichiarò seccamente Karol Wojtyla nel non lontano 1994, e
invece un Papa emerito ci sarà, a partire dalle ore 20 del (...)

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> IL PARADOSSO DI RATZINGER - EX BENEDETTO XVI : LA SECOLARIZZAZIONE "MAMMONICA" DELLA CHIESA. --- I nodi della secolarizzazione. La cultura disinnesca l’ordigno della religione (di Federico Vercellone)

samedi 27 juin 2015

Filosofia

I nodi della secolarizzazione

La cultura disinnesca l’ordigno della religione

Kelsen e Habermas denunciano il rischio di relegarla al foro interiore : così, paradossalmente, la si abbandona a laicismo e fondamentalismo

di Federico Vercellone
-  Insegna estetica all’Università di Torino *

La modernità nascente era sorta nel segno di una meravigliosa ubriacatura messianica, quella primo-romantica, la quale faceva derivare lo spirito del tempo « nuovo » dal carattere inaugurale del cristianesimo. Il mondo secolare moderno sarebbe, da questo punto di vista, l’esito di una sorta di parto messianico, e questo ne fa un universo votato a un progresso indefinito, orientato a un’infinita approssimazione alla meta ultima. A partire dallo storicismo tedesco e dalla teologia liberale protestante le cose vanno modificandosi, e sempre di più il mondo moderno si palesa come un mondo secolare sorto in forza del cristianesimo e liberatosi dall’ipoteca di Dio grazie allo stesso Gesù Cristo, il quale, morendo, ha emancipato questa terra dall’incombente presenza del divino per affidarla alla sola responsabilità umana.

Il problema è che il mondo secolare moderno soffre della propria sobrietà priva di certezze ed è tentato di creare nuove fedi, secolari e non, e comunque di far rientrare nella sfera pubblica quella fede religiosa che si era ritratta nei più intimi recessi dell’animo umano. Il mondo secolarizzato non regge dinanzi agli effetti che esso stesso ha prodotto, e sempre più si rinnova la necessità di ritrovare nuove divinità ideologiche o mass-mediatiche.

Su questi temi ci invitano a riflettere Hans Kelsen in Religione secolare, il suo ultimo libro uscito postumo nel 2012, comparso ora in italiano da Cortina e, ben più di recente, Jürgen Habermas in Verbalizzare il sacro pubblicato da Laterza. Il libro di Kelsen ha dietro di sé una lunga e sofferta vicenda. Kelsen giunse persino a sottrarlo alla stampa, nel 1964, dopo averne corretto le bozze, preferendo pagare una salata penale all’editore piuttosto che vedere pubblicate quelle pagine delle quali non era pienamente convinto.

La questione posta da Kelsen è quanto mai attuale. La sua formulazione è tuttavia fortemente condizionata dall’epoca nella quale il libro fu scritto, un’epoca variegatamente dominata da grandi ideologie che assumevano il volto di prospettive totalizzanti, di vere e proprie visioni del mondo. Si va in questo quadro dal mito della tecno-scienza al marxismo.

La domanda di Kelsen è quanto mai esigente e precisa : si può parlare di religione nel caso di visioni del mondo onnilaterali le quali tuttavia non si organizzano intorno a un’ipostasi divina trascendente ? Si può, in breve, avere religioni senza Dio ?

La risposta di Kelsen è decisamente negativa. Kelsen polemizza contro coloro, da Ernst Cassirer a Karl Löwith, ma tra questi va annoverato principalmente il suo allievo Erich Voegelin, i quali tendono a interpretare gli esiti delle filosofia illuministica e della secolarizzazione come delle vere e proprie proposte di fedi immanentistiche le quali hanno, per parte loro, una remota radice nella tarda antichità e nel Medioevo.

La modernità sarebbe percorsa in quest’ottica da un sotterraneo stream neo-gnostico che costituirebbe una sorta di unico comune denominatore delle spinte secolarizzanti e addirittura di quelle rivoluzionarie del tempo presente. Dalla gnosi antica ad Agostino a Gioacchino da Fiore, vero e proprio padre delle rivoluzioni moderne, avremmo così a che fare con un unico filo rosso che conduce sino a Marx e a Nietzsche, i due grandi pensatori che minano le fondamenta del mondo cristiano-borghese.

La posizione di Kelsen è di estremo significato. Essa è potentemente anticipatoria e, per così dire, ci fa gettare lo sguardo sul nostro tempo, spesso definito come « post-secolare », intriso di sincretismi e di fedi eteroclite. Kelsen ci guida infatti oltre un’idea di secolarizzazione intesa come rinchiudersi della religione nell’ambito dell’intimità individuale a grande distanza dalla sfera pubblica.

La questione è del massimo rilievo. Non a caso a riprenderla è il massimo filosofo vivente. E’ infatti Jürgen Habermas, in Verbalizzare il sacro, a metterci in guardia, con eccellenti ragioni, dall’idea che la religione possa essere separata dalla sfera pubblica e dalla cultura e consegnata esclusivamente al foro interiore. Un’ipotesi di questa natura, che recide i legami tra religione e cultura, finisce, tra l’altro, per abbandonare la sfera religiosa, paradossalmente, al laicismo e al fondamentalismo insieme. Abbiamo cioè a che fare con contenuti di fede troppo dogmatici per essere interpretabili i quali, pertanto, possono soltanto o essere esclusi dalla sfera pubblica oppure, volendo far valere nella sfera pubblica il proprio presunto contenuto di verità, entrare in conflitto violento gli uni con gli altri. Questo induce a sottolineare, suggerisce Habermas, il significato della presenza della religione nella cultura : le argomentazioni che derivano dalla sfera della fede possono e debbono essere ammesse nello spazio pubblico e nel dialogo politico, trovando qui un’adeguata collocazione, purché la loro formulazione si sorregga su argomentazioni razionali che si sostengono indipendentemente dai presupposti dogmatici sui quali i diversi mondi religiosi si fondano.

* La Stampa TuttoLibri, 27.06.2015


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