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EVANGELO=BUONA-NOTIZIA, BUONA-VOLONTA’, BUONA EDUCAZIONE...

PAPA FRANCESCO, L’ANELLO D’ORO O D’ARGENTO E’ LO STESSO: SEGUA L’ESEMPIO DI GIOVANNI XXIII E GIOVANNI PAOLO II. Lo restituisca a san Giuseppe - Auguri di buon-inizio da "la Voce di Fiore"

L’anello del pescatore scelto da Papa Bergoglio (...) è in argento dorato.
martedì 19 marzo 2013 di Federico La Sala
PAPA FRANCESCO
Roma crocevia del mondo:
domani la Messa d’inizio pontificato
Domani, nella Solennità di san Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria, alle 9.30, papa Francesco celebrerà la Messa sul sagrato della Basilica di San Pietro per l’inizio del suo ministero petrino.

PAPA FRANCESCO / I SIMBOLI ​
Conservato il motto,
l’anello sarà d’argento *
La celebrazione di domani partirà dalla tomba di San Pietro, dove ci (...)

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> PAPA FRANCESCO, D’ORO O D’ARGENTO E’ LO STESSO --- UNA CHIESA POVERA, COLLEGIALE ED EVANGELICA. LE PROPOSTE DELLA RETE DEI VIANDANTI.

lunedì 18 marzo 2013

UNA CHIESA POVERA, COLLEGIALE ED EVANGELICA. LE PROPOSTE DELLA RETE DEI VIANDANTI *

37085. ROMA-ADISTA. Centralità del Vangelo più che del magistero, Chiesa povera e dei poveri, sinodalità, corresponsabilità, sacerdozio comune, valorizzazione del ruolo delle donne: sono i punti fondamentali della “agenda” per la Chiesa di domani messi a punto collettivamente dai Viandanti (una rete di gruppi cattolici di cui fanno parte, fra gli altri, il Chicco di Senape di Torino, Fine Settimana di Verbania, Galilei di Padova, l’Altrapagina di Città di Castello, Oggi la Parola, Lettera alla Chiesa fiorentina e i periodici Esodo e Il Gallo) e sviluppati nella “Lettera alla Chiesa che è in Italia”, presentata il 16 marzo scorso, in un incontro pubblico al Centro San Fedele di Milano a cui hanno partecipato, fra gli altri, il presidente dei Viandanti Franco Ferrari, la teologa Marinella Perroni, don Giovanni Nicolini e Giancarla Codrignani (il testo integrale della lettera si trova sul sito dell’associazione: www.viandanti.org).

Prendiamo la parola in quanto «battezzati», scrivono i Viandanti, ringraziando tutti quei cristiani che, nel corso del cammino della Chiesa hanno dimostrato di «non annacquare la buona notizia del Vangelo» e si sono impegnati per «edificare una Chiesa più libera, più misericordiosa, più semplice, più audace, più aperta, più fraterna, più evangelica e conciliare».

E proprio il Concilio è la stella polare che guida la riflessione della rete di base dei cattolici: «Sentiamo di non poter tacere di fronte ad alcune sfide che il nostro tempo pone alla fede cristiana, perché riteniamo che non siano adeguatamente affrontate dall’annuncio e dalla pastorale così come oggi sono tendenzialmente impostate», scrivono, evidenziando la diffusione, all’interno della comunità dei credenti, «di situazioni di disagio di fronte alla difficoltà della gerarchia di rispondere secondo lo spirito del Vangelo ai “segni dei tempi” e di realizzare, con un positivo confronto tra pastori e fedeli, atteggiamenti e pratiche di ascolto, sinodalità e corresponsabilità come frutto e sviluppo del Concilio Vaticano II».

Segni dei tempi e sogno di una Chiesa povera

E sono tre i “segni dei tempi” - espressione conciliare della Gaudium et spes - da discernere e a cui rispondere. Il primo, «dire Dio», ovvero la «necessità del ritorno ai temi essenziali del Vangelo e, insieme, coscienza della complessità culturale e delle sfide reali che ciò comporta». Sarebbe bello, scrivono, che nell’Anno della fede, «l’attenzione si rivolgesse più direttamente, alla Parola del Vangelo piuttosto che al Catechismo della Chiesa Cattolica».

E poi il nuovo «contesto multiculturale nel quale viviamo». «L’accoglienza - si legge nella Lettera dei Viandanti - non può essere stemperata in nome della difesa di presunte identità cristiane; posizioni esplicitamente razziste da parte di movimenti e partiti non devono trovare silenziosi i pastori, né per conservare la contiguità con il potere, né per timore di perdere appoggi».

Infine «l’emergere della presenza globale dei poveri». «Siamo chiamati - scrivono i Viandanti - a pronunciare parole evangeliche per un superamento di una crisi che non è la fine del mondo, ma di un modello di mondo.

È una crisi non solo economico-finanziaria, ma anche culturale ed etica, una crisi di sistema e non solo congiunturale, che necessita per il suo superamento non di semplici aggiustamenti, ma di cambiamenti radicali e alternativi, sia sul piano delle strutture sia su quello degli stili di vita».

Si tratta allora di «recuperare la via non solo pastorale, indicata dal Concilio, di una Chiesa povera e dei poveri che guarda e valuta la realtà a partire dalla prospettiva dei poveri: una Chiesa che vive la povertà e la sobrietà non come optional, ma come scelta indilazionabile e costitutiva. È un potente segno evangelico una Chiesa che dismette, a tutti i livelli, ogni vestigia di potere e opulenza, per una testimonianza amorevole di servizio e di sobria economia».

Confronto, sinodalità, corresponsabilità

L’aggiornamento radicale della struttura ecclesiastica e della ecclesiologia, in linea con le istanze emerse durante il Concilio Vaticano II, è il cuore della “Lettera alla Chiesa che è in Italia”. «Riteniamo necessario nella Chiesa - scrivono - il confronto libero tra le diversità esistenti: la libertà di pensiero deve essere accettata senza emarginazioni, avendo presente che l’obbedienza, in certi casi, non è una virtù. Nella Chiesa locale vorremmo che il ministero della sintesi e della guida da parte del vescovo non prescindesse dall’ascolto delle diverse esperienze. Pensiamo che la libertà di espressione, di ricerca teologica e la presenza di un’opinione pubblica nella Chiesa non solo non comprometterebbero, ma anzi darebbero maggior forza e visibilità alla specifica missione del magistero dei vescovi».

Il nodo, secondo i Viandanti, è la progressiva verticalizzazione della struttura ecclesiastica, da arginare non con “rivoluzioni copernicane” ma con la riscoperta del «sacerdozio comune». «Il problema più grave che stiamo vivendo nella vita ecclesiale - scrivono - è la frattura tra “sacerdozio ministeriale” e “sacerdozio comune” e la ri-gerarchizzazione autoritaria del loro rapporto. Il conseguente rischio, pur non sempre immediatamente percepibile, è l’inefficacia del “sacerdozio comune” che ha, tra i suoi esiti visibili, anche la perdurante flessione delle vocazioni al sacerdozio ministeriale». Si tratta allora di «costruire una Chiesa che coincida effettivamente con il Popolo di Dio, secondo le indicazioni conciliari», a partire per esempio dalla «purificazione del linguaggio» - evitando l’uso del termine «sacerdoti» per indicare i soli presbiteri -, fino a «ripensare profondamente le modalità tradizionali della formazione dei presbiteri, superando la “separatezza” rispetto al Popolo di Dio e alla storia dell’uomo».

La verticalizzazione della struttura ecclesiastica rende «evanescente» la comunità cristiana, che «non ha alcun ruolo, non ha alcuna autonomia decisionale» e inevitabilmente «si riduce ad essere un’esecutrice, più o meno fedele, di ordini e di prescrizioni che piovono dall’alto». In questo contesto non c’è spazio per «una vera corresponsabilità laicale, anzi si favorisce un’immagine della Chiesa in competizione più che in dialogo col mondo, chiusa in se stessa più che aperta ai “segni dei tempi”; col pericolo di un neo-trionfalismo liturgico», reso ancora più evidente «dal ritorno, legittimato ufficialmente, a ritualità preconciliari».

Si tratta allora di «praticare il coraggio della franchezza e la pazienza della sinodalità, in modo che tutti (laici, presbiteri, religiosi, vescovi) si aiutino a vicenda nel riscoprire e rendere operanti le funzioni che competono a ciascuno, soprattutto in vista di mettere comunitariamente a fuoco le modalità del necessario aggiornamento», perché «in una Chiesa sinodale tutte le voci devono, non solo essere ascoltate, ma essere considerate e coinvolte nell’assunzione delle decisioni».

Una diversa prassi pastorale

Anche nella prassi pastorale, scrivono i Viandanti, è urgente una «conversione», nella direzione indicata dal Concilio: «Da una Chiesa centrata su se stessa a una Chiesa centrata sul servizio del Regno dato ai poveri; dalla preminente sacramentalizzazione al primato dell’evangelizzazione; dal clericalismo alla corresponsabilità di tutti i battezzati; dall’improvvisazione individualistica ad una pastorale progettuale, organica e contestualizzata; dall’attivismo alla sapienza della croce come misura della propria efficacia/efficienza».

Si tratta di passare «da una prassi pastorale pensata per istruire, per insegnare verità (da apprendere), per illustrare precetti e norme (da eseguire fedelmente) ad una prassi che pone al proprio centro la formazione di coscienze mature, di persone capaci di assumersi le proprie responsabilità, di camminare insieme agli altri con le proprie gambe e di ragionare con la propria testa, di operare scelte di fondo umanizzanti e liberanti». E in questa diversa prassi pastorale, scrivono i Viandanti - che tuttavia in questo passaggio sembrano far prevalere qualche timidezza, forse per la delicatezza del tema - «potrà trovare la giusta collocazione anche l’attenzione a tutte le realtà di solito percepite come diverse», come per esempio «quella delle persone omosessuali».

In ogni caso «la prospettiva di sinodalità permanente si configura come lo strumento più idoneo per avviarsi verso quella ecclesiologia di comunione, comunque sempre da conquistare e confermare: una sinodalità capace di coinvolgere tutti i membri del Popolo di Dio. La valorizzazione del “ministero laicale” è la condizione principale, per camminare verso una tale Chiesa sinodale». E anche «l’assunzione piena del regime di laicità che le società attuali pongono alla base della propria costituzione. Una laicità che non esclude e non emargina le realtà che rimandano ad esperienze religiose. Una laicità che chiede alla Chiesa di dismettere le forme attuali di presenza nello spazio pubblico che non ne rispettano lo spirito (come l’insegnamento confessionale della religione cattolica nello Stato di tutti).

Le donne nella Chiesa

Presente, ma un po’ debole - perlomeno rispetto ad istanze più radicali che si levano da altri settore del mondo cattolico di base - il tema del ruolo delle donne nella Chiesa. La liberazione evangelica, scrivono i Viandanti, deve fare riconsiderare «una prassi lunga di svalutazione delle donne, di esclusione dallo spazio dei ministeri ordinati, di privazione del diritto a parlare con autorità», una «prassi che si vuole fondata sull’esplicita volontà di Gesù e su una millenaria Tradizione. Senza pretese di sostituirci al Magistero, ci chiediamo solo, nella semplicità ma anche nell’autenticità della nostra autocoscienza credente, se era così la prassi di Gesù verso le donne, quale appare dai Vangeli». Un tema sensibile, spesso percepito, «in tanta parte del clero», con «un certo fastidio» e ritenuto «marginale», mentre «ha una sua evidente centralità e profonde implicazioni per l’esegesi, per la comprensione della dottrina e, soprattutto, per le relazioni stesse dentro il tessuto ecclesiale».

Del resto, si legge nella Lettera alla Chiesa, anche su questo argomento, nel post Concilio sono emerse importanti indicazioni: «L’immagine materna e paterna di Dio», «la novità dirompente del comportamento di Gesù nei confronti delle donne», «la “parzialità” dei generi sessuali per cui uomo e donna insieme sono l’immagine di Dio», «la possibilità di “letture di genere” che gettano nuova luce interpretativa su molte pagine della Bibbia» e «l’esistenza del diaconato femminile in alcune delle prime comunità».

Si tratta allora di avere «uno “sguardo” nuovo che vede l’obsolescenza anti-evangelica di una struttura piramidale clericale, che sembra tendere all’autoconservazione e che non sembra disposta a promuovere un ministero presbiterale più vicino alle comunità, camminando con tutti i battezzati su un piano di uguale dignità, accogliendone realmente il sacerdozio comune, su cui s’innestano i diversi ruoli del servizio alla comunità, adeguati ai tempi e ai carismi delle persone». È necessario allora, scrivono i Viandanti - le cui proposte restano però sottintese, perlomeno su questo aspetto -, «un percorso di riconciliazione che, partendo da un ripensamento critico del passato, dal riconoscimento degli errori commessi nei confronti delle donne, possa arrivare alla consapevolezza di una necessaria conversione e a una richiesta di perdono».

L’agenda per la Chiesa di domani

La sintesi in sette punti, una sorta di agenda per la Chiesa di domani: «Dialogo con il mondo», con la «piena assunzione dei problemi che assillano l’uomo contemporaneo (ingiustizie, violenze, corruzione, emergenze etiche e sociali), nella consapevolezza che la Chiesa manifesta l’amore per l’intera famiglia umana, senza contrapporsi ad essa»; «unità della Chiesa», con la «ripresa decisa del cammino ecumenico, che appare stanco, se non fermo»; «rilancio convinto della riforma liturgica conciliare, senza confusioni nostalgiche e ritualismi»; «centralità ecclesiale dell’eucaristia e riconsiderazione di discipline rigoristiche», come per esempio quelle per «i divorziati risposati e le coppie di fatto»; «Chiesa sinodale», con la «reale attuazione, nello spirito e nelle forme istituzionali, dell’ecclesiologia di comunione del Concilio, mettendo in evidenza la comune dignità e responsabilità di tutti i cristiani fondata sul battesimo»; sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune», aprendo una riflessione franca «sul ruolo dei presbiteri, sulla loro formazione e sulla permanenza della loro disciplina celibataria» e sul ruolo della donna, valorizzando «la ministerialità femminile» e considerando la possibilità «di restaurare il diaconato femminile»; «Chiesa povera e dei poveri», ripensando in profondità «ciò che la fedeltà al Vangelo oggi chiede per ciò che attiene l’uso e la gestione dei beni, l’opzione preferenziale dei poveri e della liberazione evangelica, il rapporto con il potere e con la dimensione della laicità dello Stato». (luca kocci)

* Adista Notizie n. 11 del 23/03/2013


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