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L’EUROPA, IL CRISTIANESIMO ("DEUS CHARITAS EST"), E IL CATTOLICESIMO COSTANTINIANO ("DEUS CARITAS EST").Una storia di lunga durata...

MURATORI, BENEDETTO XVI, E "UNO SPROPOSITO MAIUSCOLO": LA LEZIONE DI VICO. Un breve testo dalla "Prefazione ai lettori" del "Trattato sulla carità cristiana" di Ludovico A. Muratori - a c. di Federico La Sala

MURATORI E RATZINGER. "DEUS CARITAS EST": FINE DEL CRISTIANESIMO. TOLTA AL PESCE ("I.CH.TH.U.S.") L’ ACCA ("H"), IL COLPO ("ICTUS") E’ DEFINITIVO!!!
sabato 11 luglio 2015
"Solo la carità cristiana insegna la prassi del Bene metafisico"("Boni metaphysici praxim una charitas christiana docet"). G.B. Vico, De constantia iurisprudentis, 1721.
DUE PAPI IN PREGHIERA: MA CHI PREGANO?!
STORIA E STORIOGRAFIA. Nel 1723, a Napoli, Giambattista Vico già lavora alacremente alla "Scienza Nuova"; per lui, è più che chiaro: "charus" e "charitas" derivano etimologicamente dai termini greci "charìeis" e "charis", e il significato inequivocabile dell’uno è di "grazioso", (...)

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> LUDOVICO A. MURATORI E BENEDETTO XVI --- UN CHIARIMENTO FILOLOGICO E UNA NOTA SUL PROGRAMMA DI PAPA FRANCESCO DI CARLO MOLARI.

mercoledì 15 gennaio 2014


Evangelii Gaudium, il programma di papa Francesco

di Carlo Molari (Rocca, n. 1, 01.01.2014)

I l primo documento ufficiale (Evangelii Gaudium) scritto da Papa Francesco ha caratteristiche particolari. Si presenta come Esortazione Apostolica riassuntiva dell’ultimo Sinodo dei Vescovi. Ma in realtà è molto di più.

P. Spadaro, direttore della Civiltà cattoli ca, nel suo sito internet afferma: «si tratta di un testo che contiene un disegno ed è frutto di una maturazione durata anni, se non decenni, non solo di riflessione, ma anche (e soprattutto) di esperienza pasto rale» (cyberteologia).

La XIII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, tenutasi a Roma dal 7 al 28 ottobre 2012 riguardava: «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». Al termine i Vescovi hanno riassunto i loro lavori in 57 proposizioni comunicate al Papa in vista di un documento conclusivo.

Papa Francesco ha «accettato con piacere l’invito dei Padri sinodali di redigere questa Esortazione». Nel farlo ha inteso raccogliere «la ricchezza dei lavori del Sinodo» (n. 16). Ma nello stesso tempo, e forse in modo prevalente, il Papa ha voluto anche «esprimere le preoccupazioni» che lo «muovono in questo momento concreto dell’opera evangelizzatrice della Chiesa» (n. 16). Sarebbe perciò insufficiente leggere il documento solo in rapporto al Sinodo dei Vescovi. Egli intende, infatti, «delineare un determinato stile evangelizzatore» perché ogni fedele lo assuma «in ogni attività che... realizzi». Il suo sigillo è il richiamo dell’Apostolo Paolo che chiude l’introduzione: «siate sempre lieti nel Signore. Ve lo ripeto, siate lieti» (Fil. 4,4) (n. 18).

Il documento perciò dovrebbe essere considerato il primo abbozzo del programma del Pontificato di Papa Francesco per un radicale rinnovamento: «Ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno» (n. 25).

Il duplice registro del documento si concretizza in un intreccio molto ampio di sette temi (indicati nel n. 18: la riforma della Chiesa «in uscita» missionaria; le tentazioni degli operatori pastorali; la Chiesa come totalità del Popolo di Dio che evangelizza; l’omelia e la sua preparazione; l’inclusione sociale dei poveri; la pace e il dialogo sociale; le motivazioni spirituali per l’impegno missionario). Essi sono distribuiti in cinque capitoli corrispondenti a 288 numeri.

Lo stesso Papa è consapevole che lo sviluppo dei temi «forse potrà sembrare eccessivo» (n. 18), ma se si tiene conto della duplice natura del documento la lunghezza appare giustificata. Sarebbe però presuntuoso riassumere in due pagine la ricchezza del denso testo. Mi limito a richiamare due punti di particolare interesse.

no al proselitismo, sì al fascino del Vangelo

Il primo giorno di ottobre e nei giorni successivi i mezzi di comunicazione riportavano l’intervista di Papa Francesco a Eugenio Scalfari in cui era riportata questa espressione. «Il proselitismo è una solenne sciocchezza, bisogna conoscersi e ascoltarsi».

Alcuni cattolici tradizionalisti hanno reagito negativamente a questa affermazione quasi fosse una dichiarazione di rinuncia alla missione di annunciare il Vangelo. In realtà non si tratta di questo bensì del metodo di evangelizzazione.

Il Vangelo non si impone ricorrendo ai meccanismi della persuasione mediatica, e neppure dell’argomentazione razionale bensì al fascino del Bene, all’attrattiva del Bello, alla seduzione del Vero e del Giusto. Questo è il compito, il dovere fondamentale di ogni cristiano perché è l’esigenza di ogni uomo: «Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione» (n. 14).

Il Papa non rinuncia quindi alla missione anzi precisa che dei tre ambiti a cui si rivolge: i praticanti, i fedeli che non praticano e tutti coloro che non conoscono Cristo, questi ultimi costituiscono il compito primo della Chiesa: «Giovanni Paolo II ci ha invitato a riconoscere che ’bisogna, tuttavia non perdere la tensione per l’annunzio’ a coloro che stanno lontani da Cristo, ’perché questo è il compito primo della Chiesa’. L’attività missionaria ’rappresenta ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa’ e ’la causa missionaria deve essere la prima’» (n. 15 le citazioni sono dall’enciclica di Giovanni Paolo II Redemptoris missio del 7 dicembre 1990 nn. 280, 287, 333).

Papa Francesco aggiunge «questo compito continua ad essere la fonte delle maggiori gioie della Chiesa» (n. 15 cita Lc. 15,7) e in tutto il capitolo primo (nn. 19-49) sollecita «la trasformazione missionaria della Chiesa». Il soggetto della missione, infatti, è l’intero popolo di Dio sollecitato più volte ad «uscire», in senso proprio e traslato: «uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (n. 20). La chiesa in uscita: «accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno odore di pecore e queste ascoltano la loro voce» (n. 24).

il pluralismo nella Chiesa è una ricchezza da sviluppare

La Chiesa cattolica negli ultimi secoli ha irrigidito i modelli teologici e i paradigmi pastorali in una uniformità che attualmente sembra costituire un freno più che uno stimolo alla missione e alla testimonianza. Papa Francesco ha espressamente dichiarato di voler favorire un maggiore pluralismo e ne ha indicato il fondamento nella «libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a modo suo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi» (n. 22). Infatti, «La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme, che una volta seminato, cresce da sé anche quando l’agricoltore dorme (cfr. Mc 4, 26-29)» (n. 22).

Da questa dichiarata intenzione derivano le molte citazioni dai documenti di conferenze episcopali presenti nel testo, l’insistenza sulla necessità di una maggiore inculturazione nell’annuncio del Vangelo e l’impegno dichiarato di lasciare più spazio alle iniziative pastorali locali: «Non credo... che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare decentralizzazione’» (n. 16).

Egli esprime poi la convinzione che: «anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello a una conversione pastorale... Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria» (n. 32).

Partendo dalla constatazione che il «Popolo di Dio si incarna nei popoli della Terra, ciascuno dei quali ha la propria cultura» (n. 115) che sviluppa «con legittima autonomia», deriva la convinzione che «la diversità culturale... non minaccia l’unità della Chiesa» ma è «armonia che attrae» (n. 117).

Complementare a queste indicazioni è l’insistenza sulla «gerarchia delle verità» (Concilio Vaticano II Unitatis redintegratio n. 11 cit n. 36), per evitare sproporzioni nell’accentuare «la temperanza più che la carità» «la legge più della grazia» (n. 38) correndo il rischio di perdere la «freschezza» del messaggio e «il profumo del Vangelo» (n. 39). «A tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute» (n. 44). «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti... Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata» (n. 49).

Occorre infine la consapevolezza che: «Né il Papa né la Chiesa posseggono il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale o della proposta di soluzioni per i problemi contemporanei» (n. 184) e che quindi «nel dialogo con lo Stato e con la società, la Chiesa non dispone di soluzioni per tutte le questioni particolari» (n. 241). Anche «la Chiesa, che è discepola missionaria, ha bisogno di crescere nella sua interpretazione della Parola» (n. 40). Indicazioni molto chiare per tutti!


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