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"PRINCIPI DI SCIENZA NUOVA". "OCCASIONE Di meditarsi quest’Opera" (1730) : UNA CHIAVE DI ACCESSO AL CAPOLAVORO DI GIAMBATTISTA VICO

IL PUTTANESIMO DELLO SPIRITO: LA DIPINTURA TUTTA CONTRARIA. LA LEZIONE IGNORATA DI GIAMBATTISTA VICO. Alcune note - a c. di Federico La Sala

Giambattista Vico: "Potrai facilmente, o Leggitore, intendere la bellezza di questa divina Dipintura dall’orrore, che certamente dee farti la bruttezza di quest’altra, ch’ora ti dò a vedere tutta contraria".
domenica 16 giugno 2019
"PRINCIPI DI SCIENZA NUOVA D’INTORNO ALLA COMUNE ORIGINE DELLE NAZIONI": QUALE SIA LA CHIAVE DI ACCESSO AL CAPOLAVORO (1744) DI GIAMBATTISTA VICO, NON E’ ANCORA AFFATTO CHIARO NE’ AI FILOSOFI NE’ AI FILOLOGI E NEPPURE AI TEOLOGI, BENCHE’ SIA SOTTO I LORO OCCHI: "IGNOTA LATEBAT"!
LA MENTE ACCOGLIENTE. Una traccia per la rilettura della "Scienza Nuova".(aprire il pdf, per vedere "la dipintura" (e l’"impresa"):*
an admirabile verbovocovisual presentment (J.Joyce, Finnegans Wake)
an admirabile (...)

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>IL PUTTANESIMO DELLO SPIRITO? --- Berlusconi e Renzi, perché? La fiaba moderna della grande trattativa. Ma che roba è politicamente? E giuridicamente? E moralmente?

mercoledì 22 gennaio 2014


Berlusconi e Renzi, perché?

di Furio Colombo (il Fatto, 22.01.2014)

      • CARO COLOMBO, la grande giustificazione di Renzi sarebbe: condannato o no, nella destra comanda lui e bisogna incontrare lui. Ma è la stessa logica della trattativa Stato-mafia. Possibile che sia la mossa giusta per cominciare? Matteo

PENSANDOCI BENE la “missione impossibile” e dunque molto celebrata quasi da tutti di Matteo Renzi, che incontra pubblicamente Silvio Berlusconi, associandolo al ruolo di salvatore della Patria, non è così estranea a una consolidata tradizione del Pd ricevuta in eredità dagli ex e dagli “ex ex” di una parte e dell’altra (Pci e Dc ).

Il Pd, infatti, ha continuamente guardato con tolleranza e mitezza a venti anni di berlusconismo, di conflitto di interessi, di compravendita di giudici e parlamentari. Parlo di un Pd che, per dirla con Francesco Piccolo, ha sempre voluto essere come “tutti”, cioè garantista e tollerante verso uno che sarà anche un po’ fuori legge, ma piace. E comunque ha potere. Chi si è trovato nella fossa Pd, vuoi perché aveva a che fare con“l’Unità”, vuoi perché faceva parte del gruppo parlamentare alla Camera o al Senato, veniva regolarmente pregato di non sollevare certe questioni di “berlusconismo viscerale” sul quotidiano Pds, Ds, Pd, o di non fare certi interventi in aula.

Non si trattava di questioni politiche complicate. Si trattava di decidere se, per un partito che vuole avere un rapporto leale con i cittadini, è bene dire la verità, fattuale, politica e giudiziaria su Berlusconi (che stava creando stupore nel mondo di amici e alleati) oppure era doveroso fingere che il perenne imputato (dal traffico di prostituzione minorile all’abbordaggio della Mondadori, con acquisto, quando necessario, di giudici e senatori e -intanto- frode fiscale continuata e amicizia dichiarata con il pluriassassino Mangano) fosse un normale statista da cui, di tanto in tanto, mitemente si dissente. Certo, “tutti” preferivano Berlusconi o per affari o per prudenza (perché si poteva anche perdere il posto mettendosi contro, come Biagi alla Rai, come me e Padellaro a “l’Unità”). Invece, essere come “tutti” (ovvero smettere di sollevare grane dette pomposamente “denunce”) è un sentimento naturale, a giudicare dalle reti Rai e dall’eroico conformismo di tanti nostri colleghi che si sono mantenuti rigorosamente dalla parte di “tutti” per un tempo così lungo.

Ma l’evento Renzi è forse un caso a parte, come lo è quasi ogni iniziativa del Supergiovane fiorentino. È accaduto tra una sentenza passata in giudicato per reato grave, e la decisione del giudice di sorveglianza sulla pena accessoria (domiciliari o servizi sociali?) e dopo l’espulsione di B. dal Senato.

Possibile che il nuovo Pd di Renzi intenda aprire il futuro con uno “storico incontro” con il condannato che arriva scortato dalla polizia, che intanto svuota le strade, invece di arrestarlo come da sentenza? Voi potete sgridare il Pd per la mite tolleranza sempre dimostrata da tutto l’apparato dirigente verso Berlusconi e i suoi reati, prima della condanna definitiva.

Ma dovete ammettere che Renzi è stato molto più audace: ha nominato Berlusconi interlocutore unico e co-autore dell’unica soluzione giusta e vera che salverà il Paese, dopo la condanna. Depone bene sul carattere vitalistico e impulsivo, capace di decisioni rapide, del ragazzo. Ma che roba è politicamente? E giuridicamente? E moralmente?


La fiaba moderna della grande trattativa

di Barbara Spinelli (la Repubblica, 22.01.2014)

DIFFICILE pensare che un politico accorto, abituato a vincere, usi le parole a casaccio. Che si spinga fino a dire, come Renzi dopo l’incontro con Berlusconi al Nazareno, che nel colloquio è emersa «profonda sintonia». Sintonia si ha quando il suono che emetti s’accorda perfettamente con un altro. Se poi è addirittura profonda, ogni incongruenza diventa schiuma delle cose. Schiuma la condanna giudiziaria del Cavaliere; schiuma l’imperio della legge.

Armonia regna. La Grande Trattativa può iniziare. Se fosse una fiaba, e non un pezzo emblematico di storia italiana, le incongruenze sarebbero normali: la montagna che scali è in realtà una pianura, i sassolini bianchi che raccogli nel bosco ti fanno dimenticare che la madre ti ha scacciato e gettato nella notte. Stoffa delle fiabe è anche il ripetersi del perturbante, che risbuca uguale a se stesso finché l’incanto si spezza.

Non così in politica, dove il perturbante stride: per alcuni insopportabile, per altri incomprensibile. Quando la politica prescinde così platealmente dalla giustizia, quest’ultima evapora. Negoziare non solo la legge elettorale ma anche la Costituzione con un pregiudicato è difficilmente giustificabile perché gli italiani si diranno: ma come, Berlusconi non era interdetto? incandidabile? Che ne è, della maestà della Legge?

La fiaba, dice Cristina Campo, è una professione di fede; è «incredulità nella onnipotenza del visibile». Non fidarti di quel che vedi, credi piuttosto nell’invisibile, nel sotterraneo. Non è successo nulla nei tribunali, Berlusconi s’è candidato alle europee e nessuno inarca il sopracciglio. Quel che hai visto al Nazareno, la favola lo rende possibile: la politica più che autonoma è sconnessa dalla giustizia, Berlusconi ha milioni di elettori e solo questo conta. Lui l’ha sempre preteso.

La sintonia affiorò subito, quando il manager entrò in politica col suo enorme conflitto di interessi e gli fu condonato. A più riprese fu poi protetto; in momenti critici Napolitano gli diede tempo per rialzarsi; ogni volta lo scettro gli fu restituito. Lo stesso accade oggi, sei mesi dopo la sentenza: il condannato s’accampa sugli schermi come cofondatore, addirittura, di nuove Costituzioni. «La pacificazione che non è riuscita a Letta è andata in porto con Renzi», si compiace Forza Italia.

La pacificazione copre punti cruciali, a cominciare dalla legge elettorale. Per Berlusconi l’Italia deve essere bipolare, perfino bipartitica: sempre ha detto che l’esecutivo non va imbrigliato. Solo di recente ha accettato, per convenienza, larghe intese. Renzi gli fa eco: l’accordo «garantisce la governabilità, il bipolarismo, ed elimina il ricatto dei partiti piccoli». La rappresentatività neanche è menzionata. Forza Italia recupererà Alfano, ma il Pd chi recupererà? Non solo: Berlusconi ha sempre voluto Camere di nominati, e con le liste boccate (sia pur piccole) i nominati torneranno. Forse Renzi ci ripenserà. Al momento, anch’egli sogna deputati controllabili. Ha tirato fuori il doppio turno: che evita gli inciuci, non i parlamenti blindati.

Una minoranza del Pd s’indigna («Mi sono vergognato », ha detto Fassina, e Cuperlo si è dimesso da Presidente). Ma anche qui regna l’infingimento fiabesco. Chi s’offende ha fatto le stesse cose, per vent’anni, senza vergogna in eccesso. Agì nell’identico modo Veltroni, quando nel gennaio 2008 proclamò a Orvieto che il Pd rompeva le alleanze e «correva da solo» contro Berlusconi. Meno di quattro mesi dopo il governo Prodi cadeva, Berlusconi saliva al trono. Né furono meno corrivi D’Alema, Violante, che ignorarono la legge sul conflitto d’interessi aprendo le porte al capo d’un impero televisivo. Dicono alcuni che Renzi può patteggiare, essendo «nato-dopo» questa storia di compromessi. Ma i nati-dopo sono responsabili della Storia (compresa la non elezione di Prodi e Rodotà al Quirinale, compreso il tradimento dei 101) anche se personalmente incolpevoli. Da quando guida il Pd, l’incolpevole risponde del passato, e di un’autocritica storica che tarda a venire.

Sostiene Renzi che tutto è diverso, oggi: la sintonia è semplice accordo, obbligato e «fatto alla luce del sole». La consolazione è magra. Berlusconi esce dalla notte ed entra nel giorno, con lui si rifanno leggi elettorali e anche costituzioni. Smetterà d’essere considerato un pregiudicato e dunque infido. Già ha smesso: è il senso simbolico-fatato dellaGrande Trattativa.

Conta a questo punto sapere l’oggetto del patto. Per alcuni è la salvezza del boss dai giudici, vil razza dannata. Più nel profondo, è la consacrazione di nuovi padri costituenti. Tra loro ha da esserci chi, anche se condannato, s’ostina a definire desueta la Costituzione del ’48. L’ha ribadito l’11 gennaio: «Abbiamo fiducia, con una legge elettorale che dia il premio di governabilità del 15%, di arrivare da soli ad avere la maggioranza in Parlamento, per poter fare quello di cui l’Italia ha bisogno dal 1948 a oggi». Il ’48, in altre parole, fu un inizio nefasto. Non si sa se la sintonia profonda copra anche questo. Renzi parla solo di Senato e regioni, ma quel che succederà dopo non è chiaro. Chiaro è però l’approdo: l’Italia deve essere bipolare, bipartitica, e i governi non destabilizzabili da coalizioni insidiose.

Un’ambizione legittima, se l’Italia politica fosse davvero divisa in due. Ma è divisa in tre: la crisi ha partorito Grillo. Semplificare quel che è complesso è la molla di Berlusconi, di Renzi, di Letta, anche del Colle. Il fine è un comando oligarchico, non prigioniero delle troppo frammentate volontà cittadine. La soglia elettorale dell’8 per cento per i partiti solitari è una mannaia. Grillo non temerà concorrenti.

Nel suo ultimo libro, Luciano Gallino dà un nome alla nuova Costituzione cui tanti tendono: la chiama costituzione di Davos. Il termine lo coniò in una riunione a Davos Renato Ruggiero, ex direttore dell’Organizzazione mondiale per il commercio: «Noi non stiamo più scrivendo le regole dell’interazione tra economie nazionali separate. Noi stiamo scrivendo la costituzione di una singola economia globale».

Un obiettivo non riprovevole in sé (anche Kant l’immaginò), se lo scopo non fosse quello di «proteggere un’unica categoria di cittadini, l’investitore societario globale. Gli interessi di altre parti in causa - lavoratori, comunità, società civile e altri i cui diritti duramente conquistati vennero finalmente istituzionalizzati nelle società democratiche - sono stati esclusi» (Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi 2013).

Non stupisce che 5 Stelle (o altri movimenti alternativi) disturbino i semplificatori. Sia pure caoticamente, la società civile - quella vera - s’interessa alla politica perché vede minacciati non interessi di parte ma il pubblico bene, come definito da Machiavelli: proprio il bene ignorato dalla costituzione di Davos.

Non stupisce nemmeno che nelle mappe raffiguranti l’odierno Parlamento, lo spicchio di 5 Stelle perda spesso il nome: è occupato da «Altri». Era così nelle mappe del decimo secolo. Dove cominciavano terre sconosciute, specie asiatiche, si scriveva: Hic abundant leones, qui abbondano i leoni. Questo forse intendeva il capo dello Stato, dopo le amministrative del ‘12, quando di Grillo disse: «Non vedo boom».

I leoni sono ora in Parlamento, e ci torneranno. Possono dire qualcosa, difendere la Costituzione del ’48, la legalità. È grave che non agiscano, lasciando che la Sintonia sia ancor più vasta. Il loro sbigottimento di fronte all’incontro che ha rilegittimato un politico condannato lo si può capire. È vero, «l’Italia è in preda alle allucinazioni e ai déjà-vu». Ma lo stato di stupore non è sufficiente. Alla lunga paralizza. La Grande Trattativa non è scongiurata: davanti a tanti volti trasecolati, può proseguire nei più imprevedibili dei modi.


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