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STORIA E MEMORIA. Colonialismo e anti-colonialismo....

VO NGUYEN GIAP, UNA STELLA NEL CIELO DEL VIETNAM. In sodalizio con Ho chi min combattè i giapponesi, cacciò i francesi, sconfisse gli americani. L’intero Paese è in lutto

È morto dunque, a centodue anni, nel suo Vietnam, non più coloniale come alla sua nascita, non più diviso come nei decenni delle sue guerre, meno comunista di come forse lo voleva, ma saldamente riunificato e indipendente, un personaggio che ha lasciato un segno profondo nel secolo alle nostre spalle.
sabato 5 ottobre 2013 di Federico La Sala
Addio al generale Giap
Muore la leggenda del Vietnam, che creò l’esercito di liberazione del suo Paese
Vo Nguyen aveva 102 anni ed era alto solo un metro e mezzo. Eppure fu un grande: riuscì prima a scrollarsi di dosso l’occupazione coloniale francese e poi a costringere alla fuga gli americani
di Gabriel Bertinetto (l’Unità, 05.10.2013)
AVEVA CON SÉ 33 COMPAGNI VO NGUYEN GIAP IN QUEL GIORNO DI DICEMBRE DEL 1944, IN CUI NEL CUORE DELLA JUNGLA GIURÒ SOLENNEMENTE DI COMBATTERE FINO (...)

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> VO NGUYEN GIAP, UNA STELLA NEL CIELO DEL VIETNAM. --- Era dicembre del 1972. Giap mi disse “Nelle guerre coi giganti vincono i deboli” (di Furio Colombo)

martedì 8 ottobre 2013

Incontro con la storia

Giap mi disse “Nelle guerre coi giganti vincono i deboli”

di Furio Colombo (il Fatto, 08.10.2013)

Avevamo passato tutto il giorno nelle caverne, durante il bombardamento di Haiphong. Ci sono donne, bambini, operai, camionette in riparazione, macchine utensili per costruire e riparare, lungo camminamenti, scale, gradini e camere da letto a cui mancava una parete. Avevano portato il letto, a volte in legno scolpito, con coperte arrotolate come cuscini e trapunte colorate, e una o due sedie per la famiglia, mentre il soldato combatte e l’operaio lavora. Uomini e donne, ragazzi e ragazzine, in tutte le cose da fare possibili. Per i piccoli c’era la classe, persino i banchi e la cattedra, dove la caverna si allargava di più. Lampadine pendevano da ogni sporgenza delle grotte, una illuminazione forte, da festa, che ti costringeva a buttarti indumenti sulla testa quando era il turno del sonno. Non sapevo che quel giorno (era dicembre del 1972) avrei visto Giap, il generale, il capo, il comandante, il vincitore, il mito.

La luce bellissima della sera e il sentiero nella giungla

L’abitudine di chi ci scortava (Antonello Trombadori e io) era di non rispondere mai. Non a me, che venivo dall’America, ma neanche a Trombadori che, a quel tempo, era deputato e dirigente del Partito comunista italiano. Trombadori, che andava ogni volta che poteva ad Hanoi non solo per solidarietà politica, ma per la sua cieca fiducia nell’agopuntura e nella medicina delle erbe, mi ha detto che, dopo il lungo viaggio nella caverna (eravamo lì dentro dalla notte prima, anche per stare al sicuro nel ventre della montagna) mi avrebbe fatto conoscere il suo medico che, come tutti i leader Vietcong, era uno che aveva studiato e lavorato a Parigi. La luce della sera, in Vietnam, specialmente nel Nord, specialmente vicino al mare, è come una luce di scena. Impossibile che la luce della natura sia così bella. Intorno avevamo le montagne a pan di zucchero, verdi, scoscese, salgono e scendono ripide, addolcite dal verde fitto. Su una jeep americana catturata chissà dove, l’autista, una scorta e noi siamo partiti con uno scatto violento, direzione foresta. Nella foresta c’è sempre una strada, che non è una strada, ma è libera da ostacoli e sbocca, dopo un’ora, ai bordi uno spiazzo polveroso: A sinistra un tempietto e uno di quei piccoli cimiteri di tombe basse e eguali che annunciano la presenza di un villaggio. Ma la scena è chiusa da una roccia ripida e nuda. Davanti alla roccia una piccola casa che sembra finta se non fosse una casa povera, la porta ammaccata, un vetro rotto, in alto. Solo la scorta è venuta e bussa alla porta.

Apre lui, Vo Gguyen Giap, in divisa impeccabile, la giacca dal taglio perfetto, la figura un po’ allargata dalle spalline lucide e rigide ma resa più elegante, benché non alto, dalle gambe lunghe, in proporzione. Il viso è scolpito con cura, elegante e borghese di un professionista e o di un insegnante di buon livello. La stanza, si vede benissimo, è messa in ordine solo per questo incontro, un tavolo quadrato con centrino che forse è inamidato, un gran vaso di fiori che sono stati appena portati, quattro sedie che non sono del tavolo e una teiera. Giap non ha ancora parlato, ha gesti brevi, eleganti. È gentile e diffidente nel senso che sa benissimo che stiamo interpretando una scena e in quella scena non giocherà alcun ruolo se non, con prudenza, se stesso. Dice subito: “Parliamo francese”, con pronuncia chiara e colta. Quando stiamo seduti, lui ascolta, come un professore in una sessione d’esami, la mia spiegazione, la mia ragione (un giornalista italiano che vive a New York) di essere nel Vietnam del Nord, fra Hanoi e Haiphong, proprio mentre sono ripresi i bombardamenti. Mi aspetto un commento che non c’è, per esempio accusare Kissinger. E io continuo, come per produrre una giustificazione: “Ero venuto con l’intenzione di filmare il primo giorno di pace, e invece continua la guerra...”.

Il generale Giap ha uno sguardo sereno che non guarda proprio me, ma un po’ più lontano, dietro gli occhiali leggeri, puliti bene (ma una stanghetta è legata con fil di ferro). Come un medico gentile precisa i caratteri del male di cui si occupa. “L’imperialismo pensa di vincere perché è più forte. La guerra continua ancora un po’, e poi vinciamo noi. Nelle guerre con i giganti vincono i deboli, sempre”. Ha le due mani sul tavolo, mani più giovani della sua età, mani di chi legge e di chi scrive, non di chi combatte. Noto in quel momento che le maniche della giacca impeccabile, dove c’è il risvolto segnato dal filo d’oro del suo grado, sono sfilacciate, quasi tagliuzzate dall’uso. Anche i pantaloni, stirati al punto da suggerire un po’ di amido, finiscono male, logori e non più riparabili, sulle caviglie senza calze e i piedi magri, eleganti, in scarpe lucidissime che quasi non stanno insieme.

Elegante nella sua divisa, la voce pacata, la stretta di mano da politico

C’è forse civetteria in questa esibizione combinata di potere, eleganza e povertà, che ho incontrato spesso nel Vietnam del Nord, mai in modo così perfetto. Parla con voce uguale e pacata, come in una breve lezione in cui nulla è fuori posto, logico, fattuale, preciso, con un ricordo nitido di luoghi e date, comprese citazioni e attribuzioni di frasi di personaggi del mondo. Parla poco. Ascolta domande politiche e le evita. Considera il suo lavoro un progetto a cui - da esperto - sta lavorando con cura. Intanto ha servito il tè, da una teiera forse d’argento, splendente nella stanza che sul fondo è buia, perché non basta la luce dell’unica lampadina. Va via la luce ma non è un bombardamento, ci avverte, è il generatore. Quando torna la luce lui è in piedi, la sua divisa sembra di nuovo perfetta. Sa come concludere. Non con una frase comunista, ma con una esortazione patriottica, un inno (senza cambiare il tono della voce) a un’unica patria, del Sud e del Nord, La stretta di mano non è né forte né debole. È netta, politica, la giusta dose di protocollo e di diffidenza. È notte e i bagliori di fuoco a distanza, in direzione del porto, sono i bombardamenti. Non senti le esplosioni perché sei assordato dal rumore dei B-52 che volano basso.


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