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"Il libro di Federico La Sala offre un punto di vista raro. Quello di un pensiero maschile che osserva e riflette e su alcuni pilastri del pensero filosofico occidentale in modo non neutro (...)".
lunedì 10 febbraio 2020
Della Terra, il brillante colore
2013, nov 27*
Della Terra, il brillante colore
Il libro di Federico La Sala offre un punto di vista raro. Quello di un pensiero maschile che osserva e riflette e su alcuni pilastri del pensero filosofico occidentale in modo non neutro ma a partire dal riconoscimento della propria parzialità - di individuo e di genere.
Il libro si compone di più saggi che affondano nel profondo delle nostre radici culturali come “carotaggi” a campione. La (...)

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mercoledì 27 marzo 2019

Cultura

Se la poesia guarda ai migranti per indagare l’ignoto dentro e fuori di noi

Scaffale. "Muri e Mari" di Marco Cinque per le edizioni Ensemble. Una raccolta, introdotta da Jack Hirschman e illustrata da Mauro Biani, in cui la tensione poetica è drammaticamente sospesa, mai fine a se stessa, fino a diventare intento, forza che spinge ed attira verso la conoscenza dell’"altro": il migrante, uomo, donna, bambino, in mare, a Roma o in ogni altro posto, è il Giusto, l’essere che in sé porta la Salvezza

di Raffaele K. Salinari (il manifesto, 27.03.2019)

Per Anatole France il vero significato della parola «viaggiare» era quello del cambiare opinioni e pregiudizi. Per Osip Mandel’stam invece che, una volta, chi non aveva viaggiato non osava scrivere. In questa raccolta di poesie, di cronache in versi, di immagini che si fissano nelle pieghe dell’anima, traspaiono esperienze vissute e condivise: chi scrive non solo ha viaggiato, ma accolto in sé l’altro, il diverso per eccellenza, l’alieno che viene dal nostro stesso altrove: il migrante.

Ma chi è il migrante per Marco Cinque? Chi è questo totaliter aliter che, alla fine, sostanzia la parte più profonda di noi e ci invita a ri-guardarci alla luce interrogativa che ogni esperienza vitale suscita e accende? Qui, in queste pagine di Muri e Mari (edizioni Ensemble) con l’introduzione di Jack Hirschman, «poeta laureato emerito», come si definisce nella prefazione, e l’evocativa copertina di Mauro Biani, la tensione poetica è drammaticamente sospesa, mai fine a se stessa, una tensione che così diventa intento, in-tensio, forza che spinge ed attira verso la conoscenza dell’ignoto dentro e fuori di noi: il migrante, uomo, donna, bambino, in mare, a Roma o in ogni altro posto, è il Giusto, l’essere che in sé porta la Salvezza.

Ad un certo punto del folgorante saggio sull’opera di Nikolaj Leskov, Walter Benjamin ci introduce alla sua originalissima idea di apocatastasi: la Salvezza universale attraverso il ritorno di tutti gli esseri alla pienezza originaria. Il sentiero che invita a percorrere da quel momento è, come spesso nel suo stile, notturno e sotterraneo: pieno di oscure analogie e necriche metafore che però, alla fine, seguendo la mappa tracciata dal suo immaginario messianico, ci portano al cospetto di una splendente verità.

Come guida naturale del tortuoso cammino verso la verità del nostro essere nel Mondo, del nostro esserci, Benjamin staglia dai racconti di Leskov questa particolarissima figura che egli chiama «il Giusto». Incarnazione complessa perché estremamente sfaccettata, maschera di volta in volta diversa, il viaggiatore, il pellegrino, il nomade, l’apolide, come i personaggi delle poesie di Marco Cinque, sono tra le sue incarnazioni più frequenti. In tutte queste versioni, che nel nostro tempo costituiscono il prisma della complessa figura migrante, il giusto mostra la sua essenza costante che si trasmette, di sfaccettatura in sfaccettatura, come in quelle Pathosformel che Warburg cercò di incasellare nel suo favoloso atlante Mnemosyne.

E non è Memoria questa raccolta di poesie? Benjamin parte da Bloch, citandone l’interpretazione del mito di Filemone e Bauci, nel quale si descrive la figura del Giusto come colui, «favolosamente scampato alla follia del mondo» e che, proprio mercé questa sua caratteristica, è in grado, attraverso i suoi racconti, di portare un annuncio di Salvezza, di apocatastasi appunto. Ecco perché queste poesie, tra l’altro splendidamente tradotte in inglese da Alessandra Bava, queste cronache, questi insight, che Marco Cinque ci offre, non parlano solo di vita, di salvezza fisica, di accoglienza, ma, purtroppo, anche di morte, di abbandono, di una tremenda ingiustizia egoista, della nostra indifferenza.

Molte pagine sembrano stagliare la figura migrante come talmente fragile che l’idea stessa che da questa possa venire un annuncio di Salvezza attraverso la loro stessa salvezza, sembra assolutamente incoerente. Ma, se ci pensiamo bene, se rimaniamo il tempo necessario nell’atmosfera di ogni pagina, della visione che ogni verso vorrebbe trasmetterci, non ci sovveniamo, ancora una volta che il pensiero dell’eternità ha sempre avuto la sua fonte principale nella morte?

Per attivare questa operazione favolosa che trasmuta i racconti di morte nella tensione massima verso la vita, l’autore, forse inconsciamente, o forse come forma della sua stessa esperienza esistenziale, potrebbe fare suo il motto di Johann Peter Hebel, quando dice che la morte è la sanzione di tutto ciò che il narratore può raccontare e aggiunge, «dalla morte egli attinge la sua autorità. O, in altre parole, è la storia naturale in cui si situano le sue storie». La morte come fonte di rinascita dunque è l’origine del racconto, la matrice della sua eternità. Come non vedere in questa affermazione la sanzione di queste pagine, la loro sottile fascinazione?


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