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SULL’USCITA DALLO STATO DI MINORITÀ E SULLO SPIRITO CRITICO, OGGI. "X"- FILOSOFIA. LA FIGURA DEL "CHI": IL NUOVO PARADIGMA.

DAL "CHE COSA" AL "CHI": NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI "CARITÀ"! DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE. Una nota di Eleonora Cirant (e altri materiali).

"Il libro di Federico La Sala offre un punto di vista raro. Quello di un pensiero maschile che osserva e riflette e su alcuni pilastri del pensero filosofico occidentale in modo non neutro (...)".
domenica 23 febbraio 2020
Della Terra, il brillante colore
2013, nov 27*
Della Terra, il brillante colore
Il libro di Federico La Sala offre un punto di vista raro. Quello di un pensiero maschile che osserva e riflette e su alcuni pilastri del pensero filosofico occidentale in modo non neutro ma a partire dal riconoscimento della propria parzialità - di individuo e di genere.
Il libro si compone di più saggi che affondano nel profondo delle nostre radici culturali come “carotaggi” a campione. La (...)

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> NUOVA ERMENEUTICA E NUOVO PRINCIPIO DI "CARITÀ"! --- LA LEZIONE DI NOZICK. Trovo più congeniali Nozick e quei tentativi «bayesiani» di ricondurre il fenomeno dell’empatia in un ambito empirico e razionale (A. Pagnini).

domenica 26 gennaio 2020

EMPATIA. Cosa significa adottare il punto di vista altrui? Due approcci complementari ce lo spiegano

METTETEVI UN PO’ NEI MIEI PANNI

di Alessandro Pagnini *

      • Laura Boella, «Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia», Cortina, Milano, 2006, pagg. 120, euro 11,50.

      • Antonio Rainone, «La riscoperta dell’empatia», Bibliopolis, Napoli, 2006, pagg. 236, euro 24.

Due libri sull’empatia usciti quasi contemporaneamente, di Laura Boella e Antonio Rainone, testimoniano quella che i due autori considerano una vera e propria attuale rinascita di interesse per il tema. L’empatia è una forma di comprensione, come indicava Dilthey, fondata sull’affinità ontologica e psicologica di soggetto e oggetto, che avviene in una sorta di immedesimazione, di proiezione immaginativa, in cui «io» e «tu» entrano in un sottile gioco di condivisione, anche emotiva, di esperienze e di idee.

Il significato del termine non è mai stato univoco, per cui ha ragione Boella ad avvertirci di non confondere l’empatia con l’amore, con la compassione, con la simpatia, mentre sembra più proficuo riportarla nell’alveo naturale del suo battesimo «tecnico»: da una parte, quello del «dibattito sul metodo» in psicologia e in ambito storicistico (su cui insiste di più Rainone), dall’altra, quello del «sentire l’altro» in un’etica che sia sensibile alla lezione della fenomenologia di Heidegger e di Levinas (Boella).

Rainone, da parte sua, dà maggior risalto al modo del tutto peculiare in cui il dibattito sul verstehen è penetrato nel neopositivismo e nella filosofia analitica, fino a leggere originalmente la «riscoperta» dell’empatia dove meno è trasparente: nella tesi del «comportamentista» Quine su come concepire le attribuzioni intenzionali (le attribuzioni ad altri di credenze e desideri) e su come risolvere il problema della «traduzione radicale» di un linguaggio alieno; e quindi nelle tesi, particolarmente rilevanti, di Putnam e Nozick, tra chiarimenti intorno al cosiddetto «principio di carità» e teorie del contenuto concettuale e della razionalità nell’azione.
-  Alla fine, Rainone condivide l’interesse di molti filosofi anche per alcune teorie sperimentali sullo sviluppo ontogenetico della psicologia ingenua dette del mindreading ; dove alla «teoria della teoria», che postula il possesso da parte degli esseri umani di una "teoria" implicita (su basi innatistiche) che ci consente di interpretare il comportamento e il linguaggio altrui (noi congetturiamo su quello che vuol dire e fare l’altro esattamente come lo scienziato predice l’occorrenza di un evento), si contrappone la «teoria della simulazione», che postula la simulazione, talora letta in chiave di inferenza analogica, come procedimento di base che soddisfa quella funzione.

La storia che ci racconta Rainone parte da Dilthey e Collingwood per arrivare a Davidson, ai neowittgensteiniani e ai dibattiti più recenti in filosofia della mente e in epistemologia (soprattutto quella «affidabilista» e quella ingaggiata nei problemi controversi di una sua «naturalizzazione»). La storia che richiama Boella, per approdare a considerazioni soprattutto etiche, parte invece da quell’empatia che Husserl definiva un «enigma... oscuro e... tormentoso», e passa poi per Scheler e soprattutto per la Edith Stein (filosofi cari all’autrice), con la quale è condiviso il senso della necessaria attenzione per l’empatia: «Osservare e descrivere il fondamento originario del nostro esistere insieme agli altri».

Le due trattazioni sono palesemente molto diverse, al punto di non avere, assai sorprendentemente, neppure un minimo di riferimenti bibliografici in comune. La trattazione di Rainone informa in dettaglio, con una opportuna attenzione alla sequenza storica delle posizioni, sui contenuti di un dibattito che si è andato trasformando nel tempo soprattutto per la sua spesso essenziale contiguità con gli esiti delle scienze (da quelle psicologiche cognitive a quelle biologico-evoluzionistiche e neurofisiologiche), fino a cogliere la rilevanza della recente scoperta dei «neuroni specchio» per la teoria della simulazione (i «processi simulativi sarebbero una sorta di software attivato a livello cerebrale»). La trattazione della Boella è invece più improntata a descrizione fenomenologica a partire dalla nostra esperienza quotidiana, più attenta alle modulazioni dei rapporti vissuti tra corpo, emozioni e mente, ed è più concentrata sul significato morale del "praticare" l’empatia. Boella, con una scrittura adatta a cogliere la grana fine dell’esperienza concreta, creativa nelle metafore e nelle suggestioni, mutua più dalla letteratura (preziosa alleata sin dalle epigrafi) che non dalla scienza. Era stato Milan Kundera, del resto, a cogliere opportunamente come la letteratura (il romanzo) avesse nella modernità ereditato quella «passione del conoscere» di cui parlava Husserl, scrutando la vita concreta dell’uomo, tenendo il «mondo della vita» sotto una luce perpetua, senza incorrere nell’«oblio dell’essere».

Sono anch’io convinto, senza condividere quelle premesse filosofiche, che la letteratura ci insegni molto, soprattutto sull’empatia. Sicuramente più di quanto la più fantasiosa delle filosofie contempli (basterebbero le pagine strordinarie, recentemente rilette da Sebald nel suo Passeggiatore solitario, in cui Robert Walser "empatizza" con un lapis, o con la cenere, per lo sconcerto di qualsiasi teoria, sia essa epistemologica o relativa alla scoperta dei valori etici). Ma personalmente non inclino alle filosofie che rivaleggiano con la letteratura (preferisco la letteratura), prediligo (pace Heidegger) le filosofie "rigorose" a quelle "serie", non amo quelle che indulgono agli enigmi o alle magiche congiunzioni di anime.
-  E così, in tutto il materiale che questi due bei libri ci mettono a disposizione, trovo più congeniali Nozick e quei tentativi «bayesiani» di ricondurre il fenomeno dell’empatia in un ambito empirico e razionale (tentativo altrove riuscito anche per quella particolare forma di empatia che è, per certi versi, l’abduzione, o l’«occhio clinico», o la metis rivista in chiave di abilità «indiziaria»). Raccomandando però, con sincero spirito bipartisan, la lettura di tutt’e due.

*Il Sole-24 Ore, 09.07.2006 (ripresa parziale - senza foto).


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