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RINASCIMENTO ITALIANO, OGGI ..

AUGUSTO, LA SIBILLA TIBURTINA, E LA "MADONNA DI FOLIGNO". Una nota di Federico La Sala

VERSO IL 2015. A MILANO, DOPO "COSTANTINO (313-2013)" AL PALAZZO REALE, LA "MADONNA DI FOLIGNO" DI RAFFAELLO A PALAZZO MARINO (FINO AL 12 GENNAIO 2014)
sabato 18 gennaio 2014
FOTO. FILIPPO BARBERI o BARBIERI (Philippus de Barberis o Philippus Siculus),"Discordantiae Sanctorum doctorum Hieronymi et Augustini, et alia opuscola", Roma, 1481: La Sibilla Tiburtina.
LA "MADONNA DI FOLIGNO" DI RAFFAELLO A PALAZZO MARINO.
Una nota *:
MADONNA DI FOLIGNO
Se teniamo presente che, commissionata nel 1511 dal segretario papale Sigismondo de’ Conti per la chiesa dell’Aracoeli, "la pala raffigura la visione della Vergine che Augusto ebbe il giorno della nascita di Cristo", e (...)

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> RINASCIMENTO ITALIANO, OGGI ---- LA "MADONNA SISTINA": UNA RIVOLUZIONARIA MARIA. Un contributo all’interpretazione (di Augusto Vegezzi)

venerdì 10 gennaio 2014

RIVOLUZIONARIA MARIA

Un contributo all’interpretazione della Madonna Sistina

di Augusto Vegezzi (Libertà - quotidiano di Piacenza, 01.09.2013)

“Intorno a questa immagine (la Madonna Sistina) si raccolgono tutte le irrisolte questioni circa l’arte e l’opera d’arte”. Così scriveva Martin Heidegger, iniziando una paginetta densissima di ardite e spericolate intuizioni, concluse icasticamente: “Nondimeno mi accorgo che tutto questo resta un insufficiente balbettio”.

Questa scoraggiata ma sincera capitolazione può suggellare gli oltre tre secoli di riflessioni critiche, estetiche e teologiche della più alta cultura del Centro e dell’Est Europa, insomma dal Reno agli Urali e oltre, che si è cimentata su questo dipinto con innumerevoli interpretazioni, da Winckelmann a Schiller, Goethe, Hegel, Schopenhauer, Gogol, Tolstoi, Dostoevskiy, Nietszche, Mann, Freud, Florenskiy, Beniamin, Chestov e tanti altri, senza scioglierne il misterioso, intrigante fascino.

Quasi nessuno invece se n’è mai occupato in Italia e nel resto dell’Europa. Un silenzio inesplicabile e quasi tombale. Già nel ‘500 troviamo solo alcune osservazioni, acute come sempre ma generiche, del Vasari e nel ‘600 un giudizio positivo ma di maniera di tale padre Passera. Fino alla vendita nel 1754 ad Augusto III di Sassonia, nessuno in Italia spende una parola o scrive una riga, mentre rari risultano i pellegrini sulla strada Francigena o i viaggiatori del Grand Tour che la visitano.

Non stupisce se i monaci neri di San Sisto, che conservano il dipinto con cura, infine, considerandolo “infruttuoso”, lo vogliano alienare. Meglio un sacco d’oro di un Raffaello imbarazzante e irredditizio. La corte dei Farnese è favorevole alla vendita, tranne un alto dignitario, lo Scribani. Nessuna obiezione dal Vescovado. Forse per la tradizionale contrapposizione tra San Sisto e la Cattedrale? Nessuna rivolta del popolo dei fedeli. Forse perché non la capisce, non coinvolge, non esalta ma lascia indifferenti?

Insomma, l’assente da sempre a Piacenza va a Dresda, dove invece ispira ed esalta intellettuali e popolani e ancora oggi attrae folle di turisti e fedeli. Ma la sconsolata resa di Heidegger sancisce che la coscienza critica della grande cultura europea di tre secoli si è risolta e dissolta in un “insufficiente balbettio”.

La Madonna Sistina, tuttavia, rimane un meraviglioso dipinto, che intriga, affascina, sfida cuore e mente a sbrigliarsi per capirlo e amarlo ed esserne ulteriormente estasiati. Eppure l’affascinante enigma resta irrisolto e deve ancora essere indagato per la sua complessità, la sua originalità, la sua drammaticità.

Lo conferma il dotto articolo di Mimma Berzolla, che con occhi di lince ha rivelato ben sei dita nella destra di San Sisto e ne ha dato un’ingegnosa spiegazione. La scoperta è raccapricciante. Chiunque conosce l’alto senso dell’arte, il culto della bellezza naturale e il rigore etico-intellettuale di Raffaello non gli avrebbero permesso di dipingere spontaneamente un sesto dito. Non dimentichiamo l’epitaffio, forse del Bembo: «Qui giace quel Raffaello, da cui, vivo, Madre Natura temette di essere vinta e quando morì, [temette] di morire [con lui]

I milioni di ammiratori in Europa e anche a Piacenza, che finora l’avevano esaltata e si erano estasiati, non l’avevano veramente guardata, decifrata e vista appunto con occhi lincei, penetranti. Si direbbe che questa Madonna innamora a prima vista, coinvolge, incanta e appaga a prescindere dai tanti dettagli e problemi strutturali, interpretativi e simbolici che si debbono ancora scoprire e spiegare.

Alcuni sono sotto gli occhi di tutti e per nulla raccapriccianti, anzi molto gradevoli e seducenti. Il dipinto è molto complesso ma vediamolo analiticamente, concentrando il fuoco dell’attenzione sulla Madonna stessa e sul suo bambino. Si tratta forse di un geniale unicum, una straordinaria invenzione, un’assoluta novità rispetto alla tipologia canonica delle migliaia di Sacre maternità con il consueto infante amorosamente, perdutamene abbracciato dalla Madonna della seggiola o quello del malizioso tondo Botticelli di Piacenza o i tanti leggiadri fanciulli ludici, ignari e sorridenti, con le loro madri splendide nelle loro vesti sgargianti di sete e velluti, aristocratiche padrone di palazzi sfarzosi e parchi perfetti.

Qui Maria è in piedi e cammina su un globo, simbolo della Terra. Ha i piedini nudi, rosei, delicati, con le giuste cinque dita, le caviglie nude, fini e lisce, le mani diafane e delicate, il collo snello e flessuoso, un incarnato di pesca. E un viso leggiadro, misterioso e difficile da interpretare. Questa non è la Madre ieratica e ascetica delle icone bizantine, priva corporeità, stimolo di elevazione, miracolosa e magica. Né la Madre estatica nella Gloria dei Cieli, tipo l’Assunta di Tiziano (1516), (che deve avere visto una riproduzione della Sistina) sublime e raggiante. Questa Maria, attraente, terrestre, naturale, è lontana dalle Madonna di culto devozionale che conquistano l’adorazione, quasi l’iperdulìa, dei fedeli, estasiati appunto da Madri Divine, Divine Vergini, Madri Dolorose, Strazianti Pietà etc.

Questa ragazza, diciamo di diciotto anni, con un bambino in braccio di due anni, cammina con passo spedito, tanto che la larga veste che l’avvolge rivela la forma delle lunghe, affusolate gambe e di un bel seno, mentre il largo velo le ondeggia sulla spalla sinistra. Ella non si libra nel cielo o sulle nuvole, come San Sisto e Santa Barbara, ma marcia su un globo, sulla Terra. Marcia sulla Terra! E porta sul braccio Gesù, un bambino di almeno due anni.

Possiamo dedurne che Sanzio ha voluto effigiare la moglie di Giuseppe, il falegname, suddita romana di etnia ebrea, nell’anno terzo della nostra era, magari il 30.07.0003 dopo Cristo. Un ritratto storico, frutto di un impareggiabile studio morale, psicologico e religioso!

Maria appare una ragazza piena di vita, energica, esuberante, una forza della natura ma non come le figure greco-romane, estroverse e soddisfatte, espressioni di serenità, quiete, grandezza, incarnazioni dell’idea platonica di una femminilità eterna, ora e sempre. Qui Raffaello ha creato una Maria donna integrale, che ha una carnalità vibrante insieme a un’interiorità intensa, vive non nell’eternità della gloria dei cieli, ma anima e corpo, qui e ora, il suo Dasein, il suo tempo e luogo preciso. Cammina, marcia avanti, col suo carico fisico e simbolico, in missione, guardando e prefigurando con i suoi neri occhi pensosi il futuro redento.

Lo scrittore Grossman dedica a Maria Sistina pagine profondissime ma sconcerta sostenendo che questa immagine, “la più atea che ci sia”, sarebbe un’icona dell’uomo sovietico e rivoluzionario. E’ vero, Questa Maria è rivoluzionaria, ma in senso diverso, nel senso della rivoluzione cristiana. Raffaello percepisce ed esprime questa eccezionale novità; nel suo ritratto mette in risalto il rovesciamento del senso del tempo, la fine del tempo statico di tutto il mondo antico e l’inizio di quello dinamico della nostra civiltà. Insomma, la cesura epocale tra il tempo circolare e sempre eguale della preistoria e delle civiltà agrarie del pane, scandito dalle quattro stagioni dell’anno e dall’eterno ritorno della Terra nel suo orbitare attorno al Sole e quello rivoluzionato, in crescita, come un’onda che monta, una linea che s’innalza dal meno al più, dalla Caduta alla Salvezza, un tempo iniziato dalla missione di Gesù per redimere l’umanità, un tempo in progress con la diffusione del Cristianesimo.

Questo straordinario mutamento, da un mondo statico ed esteriore a uno dinamico e interiore, si riflette nel viso di Maria Sistina, che rispecchia genialmente il nuovo Zeitgeist. Niente a che fare con la serenità e vitalità terrene ed estroverse dei visi antichi, immortalate dall’arte greca e romana e rievocate da Sanzio nella splendida Galatea, un’appassionata apoteosi del trionfo pagano della bellezza e sensualità. Ma anche niente a che fare con la serenità eterea e la bellezza sontuosa delle tante Madonne dipinte nel ‘400 e nel ‘500. Quello della Sistina è un viso grazioso, acqua e sapone, drammatico, inquieto, volitivo e determinato. Il viso della donna che ha generato il Figlio e lo reca decisa nel mondo e al mondo.

Questa Madre, per Raffaello, è l’eloquente simbolo della donna protocristiana e ricorda la stampa Il cavaliere, la morte e il diavolo (1513) del Duerer, certo a lui nota, che tratteggia, magari con qualche tocco barbarico per un umanista, il prototipo del cavaliere cristiano. Raffaello non ha bisogno di porre a fianco del suo prototipo della donna cristiana la morte e il diavolo, simboli del tragico male di vivere che tutti ci tormenta e alla fine uccide. Il volto di Maria è unruhige, inquieto ma risoluto, e testimonia il dramma esistenziale e la vittoria spirituale della vocazione e della missione religiose sui tormenti, sui rimpianti e sulle disillusioni di una giovane normale che ha sacrificato sogni, speranze e progetti di una vita normale.

Questa immagine della donna Maria è la più profonda, sensibile ed empatetica di Raffaello, che rivela qui iperbolicamente il suo genio creatore. Di lui dicevano che era divino perché superava la natura, che la dipingeva come avrebbe dovuto essere. Certo è che nessun pittore approfondì l’animo della ragazza Maria come Sanzio ha fatto in questo capolavoro. Anzi, pochissimi pittori si sono addirittura posti questo problema.

E nessuno come lui ha affrontato il problema del Figlio ... un bambino sconcertante e impressionante come il Cristo risorgente dalla tomba di Piero o il Cristo giudice di Michelangelo.

Sul figlio Raffaello ha osato forse l’inosabile e ha superato se stesso per originalità e profondità. Come ha tentato con successo di capire e svelare la complessità della donna Maria, così si è cimentato e ha inventato un figlio misterioso, enigmatico, intrigante. Fisicamente non bello, un bambinone, macrocefalo, (la sua testa è più grande di quella di Maria, dolicocefala) e un po’ in sovrappeso.

Eppure questo Gesù non ha nulla di puerile. Si intravedono invece una serietà adulta, una maturità latente, forse il senso di un inaudito destino. Il viso è un capolavoro, severo, corrucciato, con tonde guanciotte e bocca disgustata. Pensieroso. E’ un enigma. Gli occhi neri sono penetranti, spalancati a fissare gli astanti, noi, fedeli e non fedeli; ci trafiggono, ci leggono dentro, forse ci giudicano. Qui nulla è normale, infantile, puerile. Questo non è un semplice bambino. E’ forse sovrumano? Ha forse voluto l’artista far intuire come in filigrana nel figlio il Figlio?

L’intuizione sconcertante di Grossman, tuttavia, non è priva di senso, se intesa a rimarcare il nuovo Zeitgeist rispetto a quello dell’era cristiana, lo svolgimento sempre più dinamico, accelerato della nostra civiltà, lungo l’onda permanente di questo tempo in progress, postumanista, postcristiano, postcomunista, postindustriale, postmoderno, postliquido, panterrestre... ma che rischia di peggiorare l’attuale crisi globale aprendo scenari apocalittici.

Eppure l’idea di un’umanità impegnata a costruire coscientemente e responsabilmente il proprio mondo e il proprio futuro sotto il segno del miglioramento, che si esprime in Maria Sistina, prototipo dalla madre cristiana, e che ha avuto una lunga elaborazione secolare nell’Occidente con le grandi svolte dell’Umanesimo, dell’Illuminismo, del Liberalismo, del Socialismo e della Democrazia, questa idea oggi langue ma non è morta, anzi si sta diffondendo su tutta la terra pur tra mille travisamenti e contraddizioni. Il fondamento indistruttibile rimane nello spirito di conoscenza e libertà degli uomini e delle donne uniti e solidali.

In grazia dell’arte di Raffaello, che come ogni arte è l’espressione attraverso mezzi sensibili della complessità dell’umano interrogando il profondo, ci giunge questa figura emblematica della quale Vasilij Grossman esalta il senso carismatico e universalmente umano. “Questo dipinto ci dice quanto la vita deve essere preziosa e magnifica, e che non c’è forza al mondo in grado di costringerla a trasformarsi in qualcosa che, benché assomigli esteriormente alla vita, non è più vita. ... La forza della vita, la forza di ciò che è umano nell’uomo, è immensa, e la violenza più potente non può asservire questa forza, essa può solo ucciderla.”

Purtroppo la società mediatico-consumistica-cibernetica-globale, la nostra, sta facendo passi giganteschi nella tragica direzione di una disumanizzazione agghiacciante.

Cari essere umani, uomini e donne, l’alternativa di un futuro di valori, cultura e civiltà è nelle nostre scelte, nelle nostre speranze, nei nostri valori.


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