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RINASCIMENTO ITALIANO, OGGI ..

AUGUSTO, LA SIBILLA TIBURTINA, E LA "MADONNA DI FOLIGNO". Una nota di Federico La Sala

VERSO IL 2015. A MILANO, DOPO "COSTANTINO (313-2013)" AL PALAZZO REALE, LA "MADONNA DI FOLIGNO" DI RAFFAELLO A PALAZZO MARINO (FINO AL 12 GENNAIO 2014)
sabato 18 gennaio 2014
FOTO. FILIPPO BARBERI o BARBIERI (Philippus de Barberis o Philippus Siculus),"Discordantiae Sanctorum doctorum Hieronymi et Augustini, et alia opuscola", Roma, 1481: La Sibilla Tiburtina.
LA "MADONNA DI FOLIGNO" DI RAFFAELLO A PALAZZO MARINO.
Una nota *:
MADONNA DI FOLIGNO
Se teniamo presente che, commissionata nel 1511 dal segretario papale Sigismondo de’ Conti per la chiesa dell’Aracoeli, "la pala raffigura la visione della Vergine che Augusto ebbe il giorno della nascita di Cristo", e (...)

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> AUGUSTO - Un leader pragmatico, abilissimo nella comunicazione. Attraverso il circolo del fedele amico Mecenate, Ottaviano legittimò il suo predominio assoluto.

venerdì 28 dicembre 2018

Augusto e la cultura. Tutti i poeti del principe

Attraverso il circolo del fedele amico Mecenate, Ottaviano legittimò il suo predominio assoluto. All’imperatore è dedicato il primo volume della serie «I protagonisti della storia» in edicola con il «Corriere della Sera» da giovedì 27 dicembre

di Franco Manzoni (Corriere della Sera, 27.12.2018)

      • Immaginario. Il sovrano s’identificò nella figura di Enea: il nuovo eroe epico, l’avo della «gens Iulia»

Un’impronta comune caratterizza la produzione letteraria durante l’età augustea. Come se un’abile e occulta regia avesse guidato tutti gli autori nel tendere verso un equilibrio etico. Con il principio di evitare eccessi stilistici quali la volgarità del linguaggio e l’esaltazione della lussuria o dell’estasi erotica. D’altronde qualsiasi forma di potere necessita di legittimazione.

Così per aumentare il proprio consenso Ottaviano, che per primo riuscì a riformare la costituzione repubblicana di Roma senza annullarla ma svuotandola di contenuto, decise di utilizzare l’ars poetica sotto vigile controllo, pronto a ricorrere a drastiche misure di repressione contro quegli scrittori che non si fossero allineati alla sua politica culturale. Un abile progetto di propaganda: dopo le guerre civili, il periodo del grande terrore compreso fra la morte di Cesare e la battaglia di Azio, è chiaro che Augusto, simile al dio Helios, doveva essere esaltato per la sua straordinaria capacità di donare la pace universale al popolo, di restituire importanza alla famiglia e agli antichi costumi morali, di certificare la missione dei Romani nel «civilizzare» i barbari fino ad inglobarli.

Il suo nome andò di conseguenza a coincidere con la ricostruzione dei valori tradizionali nell’ambito di una concordia raggiunta. Mai più lotte intestine. Per controllare e orientare i maggiori letterati del tempo il princeps ordinò al caro amico e sostenitore Mecenate, ricco cavaliere, abile diplomatico, raffinato appassionato di cultura, di costituire una cerchia di scrittori disponibili a collaborare agli obiettivi della politica augustea. Che cosa offrire in cambio? Protezione, garanzia di carriera, munifiche elargizioni e cospicui sovvenzionamenti.

Con fiuto da eccellente talent scout, Mecenate lanciò i giovani ma già apprezzati Virgilio e Orazio. E non solo: sotto la propria ala protettrice accolse Tibullo, Properzio e altri poeti, considerati poi minori dalla critica: Lucio Vario Rufo, Cornelio Gallo, Aristio Fusco, Plozio Tucca, Valgio Rufo, Domizio Marso, Quintilio Varo, Caio Melisso ed Emilio Macro. Un autentico esercito di letterati come armi da usare per il sostegno del disegno imperiale teso ad una riforma complessiva dello Stato.

Attraverso le loro opere Mecenate, che da privato cittadino esercitava un potere senza nome né definizione, riuscì a costruire un’operazione «modello» di promozione a favore dell’ideologia di Augusto. Soltanto in tale modo è possibile comprendere la stupefacente coerenza stilistica delle Odi di Orazio e dei capolavori di Virgilio. Mentre la creazione nell’Urbe delle prime biblioteche pubbliche permetteva all’imperatore di mettere a disposizione di tutti esclusivamente letture gradite al regime.

I rapporti tra principe e intellettuali non erano però sempre armoniosi. Persino Virgilio fu convinto ad eliminare dall’Eneide il nome dell’amico Cornelio Gallo, costretto al suicidio per ordine dell’imperatore. Ovidio pagò l’esaltazione dei piaceri dell’eros e degli insoliti connubi sessuali presenti nelle Metamorfosi con l’esilio in una sperduta località sul Mar Nero. Lo storico Tito Labieno, colpevole di non essere più in sintonia con Augusto, venne invece punito dando i suoi libri alle fiamme.

Nella smania di conquistare un potere illimitato il princeps s’incarnò di conseguenza nella figura di Enea, l’antenato della gens Iulia, il nuovo eroe epico frutto dell’erudita fantasia di Virgilio. Ma quell’Enea iniziatore della stirpe coincide tuttavia con un fomentatore di guerra a qualsiasi costo. Non si tratta di una contraddizione. Prima di divenire portatore di pace, Ottaviano sparse sangue ovunque, assumendo il ruolo di vendicatore contro i cesaricidi Bruto e Cassio e di salvatore della patria nei confronti dell’Oriente invasore di Cleopatra e Antonio.

Nell’arco di un ventennio è proprio con Augusto che iniziò la stagione dei massimi scrittori della letteratura latina, quei classici senza tempo come Virgilio, Orazio, Properzio, Tibullo, Ovidio e Livio, in grado di competere con gli autori della Grecia antica. Tutti alle dipendenze dell’imperatore, uomo di polso, non di clemenza.


La sfida al destino: i protagonisti che fanno la storia

Parte oggi, con un volume di Arnaldo Marcone sul primo imperatore dell’antica Roma, la serie delle biografie in edicola con il quotidiano. Da lungo tempo si discute su quanto influiscano nelle vicende delle società umane le scelte compiute dalle figure più famose sulla base del proprio orientamento personale

di Marcello Flores (Corriere della Sera, 27.12.2018)

Nel 1943, nel pieno della Seconda guerra mondiale, Sidney Hook, un intellettuale impegnato che era stato comunista nei primi anni Trenta e nel 1939 aveva costituito il Committe for Cultural Freedom che intendeva opporsi ai totalitarismi di destra e sinistra, pubblicò The Hero in History. In esso sosteneva che esistono «uomini memorabili» e «uomini che creano eventi nella storia»: tra i primi ricordava il ragazzo olandese che, ponendo il dito sul buco creato nella diga, salvò la città di Haarlem dall’inondazione, ma anche Gavrilo Princip, il giovane terrorista serbo-bosniaco il cui atto - l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo e della moglie Sofia - precipitò il mondo nella tragedia della Prima guerra mondiale; tra i secondi poneva senza esitazione Vladimir Lenin, di cui ricordava ancora, evidentemente, l’infatuazione che aveva prodotto in lui e in molti intellettuali della sua generazione.

Anche se può sembrare paradossale furono proprio i marxisti, secondo i quali le forze dominanti nella storia erano quelle economiche e sociali e che affidavano alle strutture e ai contesti più generali, più che agli individui, il ruolo di muovere la storia e alimentarne le dinamiche, a riflettere sul ruolo delle singole personalità nel corso degli eventi. Il libro che ebbe maggiore successo e che, ristampato in molte lingue, venne letto da molteplici generazioni, fu quello di Georgij Valentinovic Plechanov, che nel 1898 pubblicò La funzione della personalità nella storia. In esso, dopo aver sottolineato che l’individuo costituiva «un legame inevitabile nella catena inevitabile degli eventi» - cercando così di superare gli estremismi di una visione pienamente soggettivistica e una puramente deterministica - aveva aggiunto: «La funzione degli uomini veramente grandi consiste nell’essere i promotori, perché essi vedono più lontano e hanno una volontà più forte degli altri». Egli si domandava cosa sarebbe successo alla Rivoluzione francese se Mirabeau non fosse morto improvvisamente, Robespierre fosse stato ucciso accidentalmente o Napoleone fosse stato assassinato prima d’iniziare la campagna d’Italia. E rispondeva che le cose sarebbero, forse, cambiate, ma solo di poco o per poco tempo, dal momento che ogni epoca produceva i suoi eroi adatti, riprendendo la frase dell’illuminista Claude-Adrien Helvétius, secondo cui «ogni periodo ha i suoi grandi uomini, e se mancano li inventa».

Il principale esponente del soggettivismo era stato Thomas Carlyle, che dagli anni Venti fino agli anni Cinquanta dell’Ottocento aveva sviluppato, in sintonia con il romanticismo tedesco, l’idea che la storia fosse appannaggio dei grandi uomini, di alcuni dei quali (Schiller, Cromwell, Federico II) scrisse biografie destinate a durare, trovando in essi i protagonisti di eventi collettivi (la rivoluzione francese, il romanzo tedesco, il cartismo inglese) che acquistavano significato solo attraverso i propri protagonisti. Anche all’interno della storiografia liberale whig, che nell’Ottocento egemonizzò la visione britannica del passato, il ruolo affidato agli individui nel permettere il successo della libertà civile, della tolleranza religiosa, della divisione dei poteri come base per una spinta vittoriosa al progresso industriale e sociale del Paese venne ripetutamente sottolineato.

Sarà successivamente la tradizione tedesca, nella forma prima hegeliana e poi marxista, a suggerire che a creare la storia non erano tanto i grandi individui, ma forze sovraindividuali (lo «spirito universale» di Hegel, le «masse» dei populisti utopici, le «forze produttive» del marxismo ortodosso). Anche per un romantico e un idealista come Schelling, tuttavia, la storia era in qualche modo predeterminata, e gli uomini vi giocavano un falso dramma in cui da attori rischiavano di diventare marionette; mentre per Marx la storia era il risultato dell’attività storica degli uomini, che vedeva però al tempo stesso come «autori» e «attori» del dramma che vivevano e interpretavano.

      • Il paradosso. Proprio i marxisti, secondo i quali le forze dominanti sono quelle economiche, hanno prestato più attenzione al ruolo dei singoli

Per cercare di risolvere l’antinomia tra le forze sociali, economiche e collettive che dominano il processo storico e il ruolo che potrebbero avere gli individui nel determinarne gli effetti, o almeno accelerarne spostamenti e deviazioni, Karel Kosik sostenne che l’uomo è al tempo stesso un prodotto della storia, ma si trova anche a esserne potenzialmente il creatore, perché è penetrato della presenza e dell’umanità degli altri e non può trasformare il mondo che attraverso la loro collaborazione.

È difficile pensare che cosa avrebbe potuto essere la storia senza la presenza di quelle personalità che costituiscono i «protagonisti» che verranno proposti nelle prossime settimane dal «Corriere della Sera»: senza Augusto o Cristoforo Colombo, senza Pietro il Grande o Marco Polo, senza Pericle o Attila; ma anche senza Cleopatra o Livia, Teodora o Maria de’ Medici. Furono il risultato dei loro tempi o i creatori delle loro epoche? Probabilmente entrambe le cose.

È stato sempre presente, nelle vite di ognuna di queste figure, un elemento di casualità, dell’essere presenti al momento giusto quando le loro capacità potevano costituire una risorsa importante per modificare o confermare il corso della storia. Ma si trattava, in ogni modo, di figli e figlie del proprio tempo, capaci di interpretarlo con maggiore lucidità, intensità e determinazione. Fortuna e virtù, come scrisse Machiavelli - un altro dei protagonisti della serie che andrà in edicola - sono due aspetti che si compenetrano: la prima è l’occasione attraverso cui l’uomo può dimostrare il proprio valore e la propria insostituibilità.


Augusto e il duplice capolavoro. Costruì l’Italia e rigenerò Roma

Un leader pragmatico, abilissimo nella comunicazione. All’imperatore è dedicato il primo volume della collana «Protagonisti della storia» in edicola dal 27 dicembre

di LIVIA CAPPONI (Corriere della Sera, 23.12.2018)

      • [Foto] La Saturnia Tellus, uno dei rilievi raffigurati sull’Ara Pacis, monumento edificato a Roma nel 9 avanti Cristo per celebrare i fasti dell’età augustea

«Camaleonte» fu il soprannome affibbiatogli nel IV secolo dall’imperatore Giuliano, mentre per lo storico Ronald Syme era uno showman, un personaggio dotato di eccezionali doti organizzative e un grande senso dello spettacolo. Per Cicerone, il giovane Gaio Ottavio, nato a Roma da famiglia non illustre, era il «ragazzo che deve tutto al suo nome»: adottato dal prozio Giulio Cesare, alla sua morte diventò Divi filius cioè «figlio del divino», formula che tradotta in greco suonava come «figlio di dio». Dal 27 a.C. gli fu conferito il nome di Augusto, in onore della sua auctoritas, nozione affine ad «autorità» o, se si preferisce, «autorevolezza», comunque extra-costituzionale.
-  Proclamatosi il difensore della Repubblica contro la monarchia di Marco Antonio e Cleopatra, iniziò di fatto un regime completamente nuovo, il principato, in cui al Senato era affiancato, in una sorta di partnership, il princeps, cioè il «primo cittadino». Portatore di valori quali la moderazione, la guerra al lusso, il rilancio della religione, l’attenzione alla demografia e alle esigenze alimentari e sociali della città, diede il via a una reinvenzione della tradizione, che non mirava solo a soddisfare bisogni presenti, ma progettò consapevolmente un futuro straordinariamente longevo.

La guerra civile non fu solo scontro militare, ma anche battaglia d’idee, dèi e immagini. Ottaviano, presentandosi come protetto da Apollo contro Antonio e Cleopatra, equiparati a Dioniso-Afrodite e Osiride-Iside, impersonò la lotta dell’Occidente contro un Oriente dipinto come monarchico, animalesco, ignorante di istituzioni e leggi, e convinse i suoi concittadini che lo scontro fosse necessario per la sopravvivenza di Roma.
-  Vincitore ad Azio (31 a.C.) grazie soprattutto al valore del suo ammiraglio Agrippa, fornì il resoconto ufficiale del suo operato nelle Res Gestae («I miei atti»), singolare testamento politico diffuso in tutto l’impero, perché s’imprimesse nella memoria dei posteri. «Tutta l’Italia giurò spontaneamente fedeltà a me e chiese me come comandante della guerra in cui vinsi presso Azio. (...) Dopo aver sedato l’insorgere delle guerre civili, assunsi per consenso universale il potere supremo, e trasferii dalla mia persona al Senato e al popolo romano il governo della Repubblica». Esagerazioni, forse, ma non così lontane dalla verità, sostiene Arnaldo Marcone nel volume Augusto, in uscita con il «Corriere» il 27 dicembre.

Coniugando flessibilità e pragmatismo, Augusto assestò il suo potere attraverso una dialettica fra diverse componenti sociali e una sapiente gestione della comunicazione, dell’arte e della religione, quest’ultima da intendersi come ritualità pubblica, non come fede o dogma. Bollare il tutto come propaganda è riduttivo. Le contraddizioni esplosero al momento della successione: quando il potere passò, seppure con i crismi della legalità, al figlio adottivo, Tiberio, fu chiaro a tutti che era ormai iniziato un nuovo regime, che Marcone definisce una «monarchia militare mascherata», e i cui successivi esponenti si dimostrarono quasi sempre inferiori al primo.

Uomo poliedrico e attento all’immagine, si fece raffigurare a Roma come generale vittorioso (Prima Porta) e pontefice massimo solenne e pio (Via Labicana), all’estero secondo il gusto locale, per esempio come faraone in Egitto, o invincibile signore di terra e mare ad Afrodisia in Turchia. Scelse di abitare senza sfarzi in una casa modesta, ma come un «secondo Romolo» la volle sul Palatino, sede dei leggendari inizi di Roma, ora nobilitati dall’opera dell’amico Virgilio. Al contempo, rivoluzionò la città, trasformandola in una capitale senza pari: «Ho trovato una città di mattoni, ve la restituisco di marmo». -Diffondendo storie sul suo concepimento da parte di Apollo e pubblicando il suo oroscopo, creò l’idea che il suo futuro fosse scritto nelle stelle. L’obelisco in piazza Montecitorio, gigantesco gnomone di una altrettanto immensa meridiana, puntava la sua ombra sull’Ara Pacis nell’equinozio d’autunno, giorno del suo compleanno.

Il principato di Augusto è oggi valutato più positivamente che in passato, anzitutto come costruzione dell’Italia tutta (non più solo di Roma e del Lazio) come entità etnico-morale fatta di popoli diversi ma consanguinei, in costante dialogo con il mondo greco. Inoltre, il governo delle province si distinse perché non arbitrario e autocratico; il rifiuto di Augusto di un culto esplicito della sua persona, almeno a livello ufficiale, è coerente con tale scelta. Lo slogan di aver «restituito la Res publica», servì non tanto a ripristinare le istituzioni repubblicane, incompatibili con uno Stato così esteso, ma a far emergere una visione ecumenica del dominio territoriale di Roma: un governo regolato non più da capifazione in lotta perenne, ma attraverso una classe dirigente fatta di magistrati competenti e affidabili, secondo norme certe, che dovevano essere di garanzia per i cittadini e per i provinciali, minoranze etniche comprese. Legalità e competenza: due aspetti dell’eredità di Augusto validi ancora oggi.


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