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STORIA D’ITALIA. INTELLETTUALI E SOCIETA’....

VICO, LA «SCUOLA» DEL GENOVESI, E IL FILO SPEZZATO DEL SETTECENTO RIFORMATORE. Una ’Introduzione’ di Franco Venturi, tutta da rileggere - a c. di Federico La Sala

Riformatori Napoletani. Giambattista Vico (...) con Hume, Robertson, Boulanger, Chastellux e Voltaire, fu il loro grande maestro (...)
martedì 25 marzo 2014
[...] l’obiettivo essenziale della polemica riformatrice? Se dovessimo ragionare secondo i vecchi schemi della storiografia filosofica dovremmo dire che di fronte a simile problema la «scuola» di Genovesi si divise, si scisse, e diede luogo ad una sinistra e a una destra. Potremmo facilmente dimostrare come l’insegnamento del maestro fosse raccolto in due diverse correnti, nello stesso tempo unite e discordi. Da una parte la corrente più utopistica e feconda insieme, composta da (...)

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> IL FILO SPEZZATO DEL SETTECENTO RIFORMATORE. -- L’OPERA STORICA DI FRANCO VENTURI. "Illuminismo e comunismo": la storia dell’idea comunista (di Maurizio Griffo)

domenica 25 dicembre 2016

Franco Venturi e la storia dell’idea comunista

di Maurizio Griffo (L’Acropoli, Anno XVII/2016 - n. 5, Interventi)

L’opera storica di Franco Venturi investe in modo prevalente il XVIII secolo. Il moto illuminista viene da lui indagato già nel primo volume sulla giovinezza di Diderot, pubblicato nel 1939, e resta al centro dei suoi interessi fino all’ultimo saggio, uscito oltre cinquant’anni dopo, dedicato all’inquadramento storico e concettuale di un opuscolo del giovane Filippo Buonarroti, passando per la grande sintesi di Settecento riformatore, dove in cinque volumi si traccia un affresco della cultura illuminista europea.

Tuttavia per comprendere il senso ultimo del lavoro storiografico venturiano risulta fuorviante affidarsi al solo orizzonte tematico; per apprezzare la sua attività di ricerca è necessario invece porre mente al fatto che le indagini da lui condotte sono sempre guidate da un forte impulso etico-politico. Allora, solo analizzando tale impulso sarà possibile rendere ragione anche della continuità dei suoi interessi di ricerca.

Una riprova della validità di questo assunto la fornisce la recente pubblicazione di due inediti che l’università torinese ha voluto editare in occasione del ventennale della scomparsa (F. Venturi, Comunismo e socialismo. Storia di un’idea, a cura di M. Albertone, D. Steila, E. Tortarolo, A. Venturi, Torino, Università degli Studi, 2014, pp. 176). Si tratta di due abbozzi composti a distanza di alcuni anni. Il primo, un manoscritto, è risalente al 1939, ed è stato scritto a Parigi, dove era esule assieme alla famiglia, con ogni probabilità prima dell’inizio della seconda guerra mondiale.

Il secondo è un dattiloscritto composto al confino di Avigliano in Basilicata nel 1941-1942. I due inediti venturiani sono accompagnati da vari saggi che ne illustrano aspetti e motivi e ne contestualizzano le circostanze di composizione. L’introduzione di Edoardo Tortarolo fornisce un ragguaglio generale della fase in cui i due abbozzi sono stati elaborati. Abbiamo poi una ricognizione di ordine storiografico ad opera di Manuela Albertone (Illuminismo e comunismo) che ricolloca questi abbozzi nel quadro generale della produzione scientifica venturiana, e un saggio di Michele Battini (“Entriamo in un’epoca di necessario illuminismo”), che inquadra la riflessione di Venturi nel dibattito culturale degli anni ’30.

Infine due saggi più monografici, ad opera di Girolamo Imbruglia e di Daniela Steila rispettivamente dedicati alla maniera in cui Venturi si confronta con l’impostazione storica crociana (“Il problema del comunismo nella sua integralità”. Tra Croce e Marx) e alla discussione sulla natura dell’URSS che in quella fase si svolgeva all’interno di “Giustizia e Libertà” e, più in generale, nella cultura francese (La Russia rivoluzionaria).

Nato nel 1914, dal 1932 Venturi viveva in Francia, dove la famiglia si era trasferita dopo che il padre, storico dell’arte, aveva rifiutato di prestare il giuramento richiesto dal regime ai professori universitari. Il giovane Venturi si iscrive alla facoltà di lettere della Sorbona, appassionandosi agli studi storici. Al tempo stesso è partecipe dell’emigrazione antifascista italiana e milita nel movimento di Giustizia e Libertà.

Dopo la rivoluzione bolscevica, il comunismo aveva acquistato una pregnante attualità, tanto sul piano delle prospettive politiche pratiche, quanto su quello della riflessione intellettuale. Un interesse che non scema, ma semmai si accresce, negli anni Trenta. In Unione Sovietica si consolida la dittatura staliniana, si varano i piani quinquennali ed entra in vigore la nuova costituzione. In Francia l’esperienza del fronte popolare sembra aprire prospettive diverse. Da un altro versante anche l’affermazione di regimi dittatoriali prima in Italia e poi in Germania appare la conferma della vitalità del collettivismo, sia pure declinato in chiave nazionale.

All’interno di GL la necessità di confrontarsi con la realtà del comunismo è molto avvertita. Carlo Rosselli prima della tragica scomparsa guarda al comunismo come possibile alleato per un fronte antifascista. Ma anche dopo il giugno 1937 gli sviluppi del quadro politico internazionale, che pare avviarsi verso il conflitto, non fa venir meno, anzi accentua, l’esigenza di interrogarsi sul comunismo.

Anche Venturi vive pienamente questa temperie, partecipa alle discussioni, legge le testimonianze e i resoconti che escono sull’Unione sovietica, per le sue ricerche su Diderot fa anche un viaggio in URSS, pubblicando poi, all’inizio del 1937, alcuni articoli sulla rivista di GL. Articoli non attraversati da un pregiudizio favorevole né da un sentimento ostile, ma intesi a cogliere i mutamenti della società russa.

In sostanza, la rapida evoluzione politica di quegli anni spinge Venturi a un tentativo di ripensamento storico del problema del comunismo per vederne l’origine e comprenderne gli sviluppi. I referenti storiografici di questa riflessione sono molteplici, ma un ruolo importante per indicare possibili ipotesi interpretative lo rivestono gli scritti e l’insegnamento di Élie Halévy. Da un punto di vista più direttamente politico, poi, si risente la eco delle discussioni degli anni Trenta con amici e sodali di GL, come Andrea Caffi, Nicola Chiaromonte, Aldo Garosci, Leo Valiani.

Questo è lo sfondo storico e biografico in cui si collocano i due inediti. Se ne può ricavare una prima, indiretta, indicazione. Per Venturi la politica rimanda necessariamente alla comprensione storica, ovvero le due attività, per quanto distinte, hanno un legame necessario e ineludibile.

L’argomento dei due inediti è il medesimo, cioè uno schizzo di una storia del comunismo. Per quanto diversamente articolati, il dattiloscritto del 1941-42 è circa il triplo del manoscritto del 1939, la diversità dei due testi dipende anzitutto dalla differente temperie politica in cui vengono elaborati. Il primo abbozzo è scritto nella capitale francese alla vigilia della guerra, certo, ma pur sempre in una condizione di tranquillità. Il secondo abbozzo è composto dopo una serie di drammatici avvenimenti. L’inizio del conflitto, il fallito tentativo di emigrazione in America, l’arresto in Spagna, la condanna al confino in Italia. Come rileva opportunamente Tortarolo, in quel torno di tempo nella vita di Venturi si era registrata «una svolta drammatica che si riflette senza dubbio sullo stile, l’argomentazione e la tesi», da lui esposta. In altri termini, gli accadimenti di quel periodo dovevano necessariamente «ripercuotersi su una personalità che faceva dell’osservazione ravvicinata e partecipe degli eventi politici e della loro messa in prospettiva storica una ragione di vita», pp. 9-10.

Nelle intenzioni iniziali lo schizzo avrebbe dovuto articolarsi in tre momenti: la vicenda del comunismo illuminista, il comunismo utopista, quello marxiano o “scientifico”. Tale scansione enunciata e non svolta nell’abbozzo del 1939, che si ferma alle premesse settecentesche, è rispettata sostanzialmente anche nel dattiloscritto del 1941-42, tuttavia qui essa si presenta più articolata, estendendosi anche alle fasi ulteriori.

Secondo la periodizzazione fissata da Venturi il comunismo moderno nasce nel XVIII secolo, quando l’utopismo cambia di segno; abbandona i moduli rinascimentali che si erano estenuati in «una forma bizzarra di letteratura», p. 29, per tornare a essere letteratura politica in senso proprio. Si tratta, al tempo stesso, di una reazione e di uno sviluppo dell’illuminismo. Le premesse di questa evoluzione sono poste da Rousseau, nei due Discorsi. Lo scrittore ginevrino, però, pur criticando l’idea di progresso propria degli illuministi, non trae tutte le conseguenze dalla sua analisi. A farlo saranno gli autori utopisti del tempo. È in Morelly e in Dom Deschamps, infatti, che l’idea, pur così complessa e articolata, di «stato di natura si fissa e concretizza in dogma che sembra risolvere tutti i problemi: nella società egualitaria coincidono perfettamente, anche se del tutto astrattamente, natura e ragione», p. 52. La rivoluzione francese aggiunge poi un altro elemento, che al momento non influisce sul corso degli avvenimenti, ma che finirà per rivelarsi essenziale. La congiura degli eguali di Babeuf si risolve in un fallimento, ma consegna alla posterità non solo «il germe del comunismo, ma anche quel binomio partito-potere che ne sarà lo strumento», p. 53.

Nella ricostruzione successiva Venturi sfuma la contrapposizione tra il socialismo romantico e quello che si autodefinisce scientifico, mettendo in rilievo la matrice romantica di una parte della riflessione marxiana. Un argomento, questo, che era emerso nella letteratura sull’argomento dopo la pubblicazione, negli anni Venti, delle opere giovanili. La ricostruzione di Venturi mette però l’accento soprattutto sulla pulsione politica che anima Marx. Questi, per quanto dopo il 1848 si concentri soprattutto sugli studi di economia, è guidato sempre da un definito obiettivo politico, quello di trovare la formula che assicuri l’avvento del comunismo. Un obiettivo che sarà ripreso anche dai suoi eredi ma con un esito in parte paradossale che Venturi sintetizza così, Marx aspirava ad essere e «poteva essere il Machiavelli del proletariato», ma i suoi successori «tendevano a farne un Bismarck del proletariato», p. 73.

Il socialismo europeo della seconda internazionale (tedesco, francese, britannico) pur nelle profonde differenze che lo caratterizzano è accomunato, a parere di Venturi, «da una incapacità di realizzazioni politiche». Da un lato, «sul terreno della democrazia, non riesce ad inserirsi completamente in essa», ma da un altro versante non riesce «a proporsi seriamente un problema rivoluzionario di sostituzione», p. 73. Rispetto a questa situazione di poca incisività politica, l’avvento di Lenin segna una cesura netta. Il leader russo si ricollega a quella che viene con finezza definita la fase blanquista di Marx, riscoprendone il volontarismo politico. Anche l’insistenza leniniana sulla purezza ideologica, il suo fanatismo assoluto, per quanto possa risultare poco appetibile intellettualmente, si intende perfettamente quando lo si consideri come una reazione alla insoddisfacente esperienza socialdemocratica.

Venturi sottolinea la specificità della rivoluzione bolscevica, legata a tre elementi particolari: «partito, proletariato, caos economico e politico», p. 83, che la rendono poco trapiantabile altrove, soprattutto in Europa, dove le condizioni economiche, sociali e politiche sono del tutto diverse. Tuttavia, a suo avviso, l’esperimento russo resta interessante perché costituisce una realizzazione pratica che non è possibile sottovalutare. Certo, il futuro storico del populismo non si nasconde la natura autoritaria del regime sovietico, parla infatti, con un’espressione in cui pesa il vissuto di esule antifascista, di «ducismo di Stalin», p. 85.

Riprendendo poi un tema assai presente nelle discussioni degli anni parigini, si sofferma anche sulle analogie tra i regimi totalitari del tempo. Negli ultimi anni, rileva, l’elemento della tradizione socialista più presente è costituito dallo statalismo. Un apporto che è stato mutuato anche dal fascismo e dal nazismo.

Non è causale, infatti, «che Mussolini sia stato un socialista e che Hitler abbia chiamato il suo movimento nazional-socialista», pp. 88-89. Peraltro, questa tendenza alla burocratizzazione è forte già nella socialdemocrazia tedesca delle origini, e inoltre le guerre moderne imponendo il controllo della produzione tendono verso lo statalismo. Tuttavia questa tendenza innegabile «va considerata come un fatto bruto, destinato a essere plasmato e a servire ad un ideale politico», p. 89.

Il dattiloscritto reca la data conclusiva del 16 maggio 1942, ed è evidente che in queste riflessioni finali Venturi risente l’impatto della guerra, che impone l’esigenza di riscoprire quegli ideali di umanità e giustizia conculcati nella situazione presente.

Lo scritto prelude all’impegno politico degli anni a venire, ma sullo sfondo resta il problema della intellezione storica. Problema che, alla fine della guerra, tornerà a essere, per Venturi, l’impegno predominante.


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