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STORIA D’ITALIA. INTELLETTUALI E SOCIETA’....

VICO, LA «SCUOLA» DEL GENOVESI, E IL FILO SPEZZATO DEL SETTECENTO RIFORMATORE. Una ’Introduzione’ di Franco Venturi, tutta da rileggere - a c. di Federico La Sala

Riformatori Napoletani. Giambattista Vico (...) con Hume, Robertson, Boulanger, Chastellux e Voltaire, fu il loro grande maestro (...)
martedì 25 marzo 2014
[...] l’obiettivo essenziale della polemica riformatrice? Se dovessimo ragionare secondo i vecchi schemi della storiografia filosofica dovremmo dire che di fronte a simile problema la «scuola» di Genovesi si divise, si scisse, e diede luogo ad una sinistra e a una destra. Potremmo facilmente dimostrare come l’insegnamento del maestro fosse raccolto in due diverse correnti, nello stesso tempo unite e discordi. Da una parte la corrente più utopistica e feconda insieme, composta da (...)

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> IL FILO SPEZZATO DEL SETTECENTO RIFORMATORE. - Due guerre, jatenti da vari secoli, e "La grande mattanza, Storia della guerra al brigantaggio" (Enzo Ciconte).

domenica 22 luglio 2018

Regno d’Italia. Fu una guerra fratricida tra meridionali e un conflitto di classe

Doppia violenza al tempo dei briganti

di Valerio Castronovo (Il Sole-24 Ore, Domenica, 22.07.2018)

      • Enzo Ciconte, La grande mattanza, Storia della guerra al brigantaggio. Laterza, Roma-Bari,, pagg. 278, € 20

L’energica azione repressiva condotta al Sud contro il brigantaggio dopo l’annessione del Mezzogiorno al nuovo Regno d’Italia è una pagina della nostra storia rimasta, per molto tempo, da scrivere in tutti i suoi aspetti e risvolti. Tant’è che solo dal secondo dopoguerra, quando si è cominciato ad alzare completamente il velo su questa complessa vicenda rispetto alle relazioni ufficiali tramandatesi dal passato, si è giunti man mano a disporre di analisi equanimi e di valutazioni appropriate. A gettare ulteriori luci al riguardo è adesso un saggio di Enzo Ciconte, che va apprezzato sia per la ricca documentazione su cui si basa sia per i criteri esplicativi da lui adottati in quanto concorrono ad ampliare il campo d’osservazione di un fenomeno complesso e di lungo periodo come il brigantaggio nonchè l’ambito dei diversi protagonisti e comprimari che li ha coinvolti da fronti opposti nel corso del tempo.

È un dato di fatto che la lotta al brigantaggio coincise con i difficili anni immediatamente successivi alla formazione dello Stato unitario, quando l’esigenza dei governi d’allora di spegnere a ogni costo e il più rapidamente possibile i focolai insurrezionali scoppiati in varie province meridionali appena incorporate dopo l’impresa garibaldina spinse le autorità militari ad agire con metodi altrettanto spicci quanto indiscriminati, sovente al di fuori della legalità, che si tradussero in una sequela di esecuzioni sommarie e di eccidi. A loro volta, nel corso di una vasta ondata di sommosse (estesasi dalla Basilicata all’Irpinia, dal Molise all’Abruzzo, dalla Puglia alla Capitanata), numerosi crimini e atti di spietata violenza vennero commessi dalle bande brigantiste col sostegno iniziale di ex soldati borbonici e la connivenza di esponenti clericali, visti di buon occhio da Vienna. Al punto che esplose tra il 1861 e il 1864 una vera e propria guerra civile tra gli italiani del Nord e quelli del Sud, fra i “piemontesi” inclini per lo più a considerare il Mezzogiorno un’area della Penisola non ancora approdata alla “civiltà”, e gran parte della popolazione locale indotta a odiare i “conquistatori” scesi dal Settentrione accusati di mire di dominio e di pesanti vessazioni fiscali.

Ma quello che si svolse all’indomani dell’unificazione nazionale (con l’impiego, da un lato, di un esercito cresciuto via via da 15mila a oltre 116mila uomini, e la mobilitazione, dall’altro, di folti nuclei di insorti (trasformatisi in altrettanti guerriglieri), fu un capitolo di un conflitto di più vasta portata, le cui matrici risalivano all’epoca dell’ancien régime. Tra l’eclissi dei Borboni e l’avvento dei primi governi post-unitari riemersero pertanto, secondo Ciconte, due generi di ostilità: una «guerra fratricida» di meridionali contro altri meridionali, e una «guerra di classe» fra proprietari e contadini senza terre.

Queste due guerre, latenti da vari secoli, erano sfociate, durante la Repubblica partenopea, in un duplice scontro cruento, ideologico e sociale: tra gli intellettuali eredi dell’Illuminismo e assertori dei principi della Rivoluzione francese e le bande dei controrivoluzionari reclutate dal cardinal Ruffo pure tra le masse contadine; nonché fra alcuni nuclei di una nascente borghesia, che intendevano eliminare i retaggi del vecchio sistema signorile nelle campagne e la nobiltà più retriva arroccata nella difesa dei suoi vetusti privilegi.

Allo stesso modo, seppur con le debite varianti, si riprodusse dopo il 1861 una situazione conflittuale che ebbe per scenario, da un lato, l’insorgenza popolare, aizzata dai nostalgici del Regno delle Due Sicilie, contro i nuovi “usurpatori” (come a suo tempo erano stati considerati gli invasori francesi), e, dall’altro, l’irruzione alla ribalta del brigantaggio, erettosi ad alfiere di una vasta schiera di braccianti e di coloni più poveri. E ciò perché gran parte di quanti, fra la borghesia provinciale, s’erano avvantaggiati nel frattempo della parziale confisca di alcuni possedimenti nobiliari e della messa in vendita di vari beni ecclesiastici e dei demani comunali, era costituita per lo più da sublocatari; speculatori, appaltatori o grossi intermediari, ben poco inclini sia a condurre le terre in economia sia a modificare i vecchi rapporti contrattuali fondati su condizioni di lavoro precarie e su pesanti forme d’indebitamento delle famiglie contadine più indigenti.


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