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ARTE E ANTROPOLOGIA. «K» E LO SPIRITUALE NELL’ARTE ...

KANDINSKY, A SCUOLA DALLO SCIAMANO. UNA MOSTRA ALL’ARCA DI VERCELLI. Materiali - a c. di Federico La Sala

Oltre a ventidue opere di Kandinsky e a un nucleo di maestri dell’avanguardia arrivati dai musei russi, la mostra espone una raccolta di rari oggetti rituali delle tradizioni polari e sciamaniche in uso nelle remote terre della Siberia
sabato 29 marzo 2014
[...] raccontare la svolta che farà di Wassily Kandinsky (1866-1944) il padre dell’astrattismo lirico, focalizzandosi sulle atmosfere fiabesche e romantiche della sua infanzia, è la scelta di Eugenia Petrova, direttrice aggiunta del Museo di Stato di San Pietroburgo e curatrice (in collaborazione con Francesco Paolo Campione e Claudia Beltramo Ceppi Zevi) della mostra all’Arca di Vercelli: «Kandinsky. L’artista come sciamano». [...]
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> KANDINSKY, A SCUOLA DALLO SCIAMANO. UNA MOSTRA ALL’ARCA DI VERCELLI. --- Kandinsky. La luce che viene dall’alba del mondo (di Lea Mattarella)

domenica 30 marzo 2014

Kandinsky

La luce che viene dall’alba del mondo

Una rassegna a Vercelli documenta il lavoro del pittore dagli esordi al 1922 e le suggestioni che gli ispirarono le usanze di antiche etnie

di Lea Mattarella (la Repubblica, 30.03.2014)


Nel 1889 Wassily Kandinsky è un giovane studioso di Economia politica che partecipa a una spedizione in Volodga, nel Nord della Russia per studiare il diritto e le usanze dei popoli sirieni, una piccola etnia delle nazioni komi. «È stato qui - dirà tempo dopo - che imparai per la prima volta a guardare un quadro non solamente dall’esterno, ma ad entrarvi, a muovermi in giro con esso e a mescolarmi con la sua vita. Mi accadde di entrare in una stanza; e ancora ricordo come me ne stetti affascinato sulla soglia a guardare dentro. -Davanti a me stava un tavolo, delle panche e una grande, magnifica stufa. Le credenze e le dispense erano ravvivate con molti colori disposti disordinatamente. Ovunque sulle pareti erano appese stampe rustiche che raccontavano vividamente di battaglie, di un leggendario cavaliere, di una canzone, tutte rese attraverso i colori. In un angolo c’erano molte icone che mandavano scuri bagliori e davanti a esse al tempo stesso fiera e misteriosa, emanando un caldo scintillio di stelle, pendeva una lampada per immagini. Quando finalmente attraversai la soglia fu come se entrassi in un dipinto e ne diventassi parte».

Tutta la sua pittura successiva, da quando nel 1896, trentenne, si trasferisce a Monaco deciso ad abbandonare la precedente carriera per dipingere, sarà un modo per rivivere e far vivere allo spettatore quella stessa emozione. Trascinando chi guarda all’interno del quadro, risucchiandone lo spirito, avvolgendolo di forme e colori che, pur partendo dalla realtà, se ne allontanano acquistando un’affascinante libertà, irrazionale e misteriosa.

La mostra «Kandinsky, l’artista come sciamano», curata da Eugenia Petrovna, aperta all’Arca di Vercelli dal 29 marzo al 6 luglio, accompagnata da un catalogo GAmm Giunti con scritti della curatrice, di Francesco Paolo Campione e dello stesso Kandinsky, ha come punto di partenza proprio quel viaggio alla scoperta delle usanze, ma anche della spiritualità primitiva dei popoli komi. È lo stesso artista ad affermare di aver creduto che il tempo che precedeva la sua decisione di diventare pittore fosse stato perso e di essersi invece successivamente reso conto che in realtà in lui si «erano accumulate molte cose».

L’arco temporale in cui questa rassegna ci conduce è quello che vede Kandinsky dagli esordi al 1922, anno in cui lascia per sempre la sua terra, dove era tornato allo scoppio della Prima guerra mondiale, perché ben presto capisce che lì non c’è posto per i suoi gialli capaci di generare energia ma adatti solo per la superficie, per l’azzurro che «più è profondo e più richiama l’idea di infinito, suscitando la nostalgia e la purezza del soprannaturale», per la forza assertiva del rosso e la «tristezza struggente del nero».

Mentre il regime sovietico esalta il realismo socialista, Kandinsky torna in Germania dove insegna al Bauhaus. Ma, inseguito da una nuova dittatura che chiude la scuola di Gropius e bolla la sua pittura come degenerata, l’artista si trasferisce in Francia dove morirà nel 1944. E tutta la vita continuerà a sentire l’eco delle cupole dorate, delle trojke, dell’arte popolare, del folklore, della letteratura e della musica della sua Russia, sempre rievocata nei suoi dipinti.

Per far comprendere visivamente lo stretto rapporto che lega l’anima del pittore a quella, precedente, dello studioso di usi ed economie di popoli diversi, l’esposizione di Vercelli raccoglie accanto a un nucleo di opere di Kandinsky che provengono dai più importanti musei russi, alcuni oggetti collegati alla tradizione dello sciamanesimo e del folklore russo: bastoni, tamburi, abiti da cerimonia, elementi rituali, contenitori, stampe. Una di queste, attribuita alla bottega di Vasil’ev intitolata Canzone “Non mi sgridare mia cara” e datata 1884, sembra proprio una di quelle ricordate da Kandinsky nella sua evocazione di storie di leggendari cavalieri e di canzoni cromaticamente accese.

Il cavaliere si colora di azzurro a Monaco, mentre Kandinsky indica la via dello Spirituale nell’arte, come chiama il suo libro uscito nel 1911. E per sottrarre la pittura all’imitazione della realtà investendola di una nuova forza profetica, l’unica strada possibile è quella dell’astrazione, di un mondo di forme e colori che esistono parallelamente a ciò che siamo abituati a vedere. Così ci si libera dalla dittatura della ragione di stampo positivista per «educare l’anima oltre lo sguardo». «L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che toccando questo o quel tasto fa vibrare l’anima », diceva.

Nella secolare contrapposizione tra spirito e materia Kandinsky sta decisamente dalla parte del primo. E Der Blaue Reiter, il cavaliere azzurro, movimento che fonda in quel leggendario ’11 con Franz Marc, chiarisce subito che per lui l’elemento irrazionale, quel soffio salvifico che irrora di nuova energia l’arte moderna, arriva anche dalle culture primitive, da mondi sconosciuti.

Nell’almanacco pubblicato nel 1912 accanto alle opere di Picasso, Matisse, El Greco, Cézanne compaiono le sculture lignee della Nuova Caledonia, le pitture giapponesi, l’arte popolare russa, i tessuti dell’Alaska, i disegni dei bambini e dei folli.

Lo sciamanesimo in questi anni monacensi è accompagnato dalla scoperta della teosofia di Helena Blavatsky e di Rudolf Steiner che gli suggeriscono che in natura si attraversa una via che va dalla materia allo spirito, un continuo processo dall’oscurità all’illuminazione.

Kandinsky traduce tutto questo nel suo meraviglioso linguaggio pittorico. San Giorgio, il cavaliere che uccide il drago, è evocato con stesure di colore vibrante rosso e blu, la sua lancia è un fulmine di luce. La macchia nera (qui efficacemente messa in relazione con i tamburi sciamanici) troverà la sua armonia cosmica con l’alone di giallo, di rosa, di blu che la circondano.

I capolavori di Kandinsky di questi anni sono viaggi tra forme e colori dove spesso si affacciano, stilizzati, cupole, barche con rematori, trombe, arcangeli, cagnolini, amanti abbracciati, carrozze, falci, serpenti, e cavalieri.

Nel 1918 realizza alcune opere in cui torna la figura sognante e semplificata delle fiabe che lo avevano tanto influenzato all’inizio. Ma questa volta in paesaggi reinventati: stesure cromatiche scaturite da un’emotività che affiora senza sosta. «La creazione di un’opera è la creazione di un mondo», diceva Kandinsky. E ognuno di questi quadri ha la potenza infinita di un piccolo cosmo irripetibile.


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