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PAURA DELLA LIBERTA’: ANTROPOLOGIA E FILOSOFIA....

L’INGENS SYLVA E LA PAURA DELLA LIBERTA’: CARLO LEVI, NELL’ORIZZONTE DI VICO, BENJAMIN, ED ENZO PACI. Una nota - di Federico La Sala

(...) rileggere il ricco e complesso lavoro sociologico-politico (altro che "romanzo"!) di Carlo Levi, “Cristo si è fermato ad Eboli”
mercoledì 23 settembre 2015
[...] Noi oggi capiremmo ben poco di quelle pagine [cioè, di Paura della libertà] se non le collocassimo in un contesto complesso. Quando Levi stende le sue note in una sorta di finis terrae che potrebbe accomunarlo alla condizione di Benjamin, la scena del mondo è estremamente confusa. [...]
[...] mi parve che il libro contenesse già tutto quello che intendevo dire, e che non occorresse più squadernarlo esplicitamente. C’era una teoria del nazismo, anche se il nazismo non è una sola (...)

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> L’INGENS SYLVA E LA PAURA DELLA LIBERTA’ --- L’Italia, il Paese delle cento agricolture, perde biodiversità e sapienze antiche

martedì 6 ottobre 2015

L’Italia, il Paese delle cento agricolture, perde biodiversità e sapienze antiche

Nell’ultimo secolo abbiamo perso il 75% delle specie. In Italia, solo negli ultimi 25 anni, si sono dimezzate anche le aziende agricole (passate da 3 a 1,6 milioni), così che la perdita di diversità vegetale si è sommata a un’emorragia di saperi, tecniche, conoscenze, tradizioni. Ne parla Stefano Bocchi nel suo libro “Zolle. Storie di tuberi, graminacee e terre coltivate”

di Veronica Ulivieri (La Stampa, 06/10/2015)

Il Paese delle cento agricolture è stato, millenni fa, una terra senza agricoltura. Boschi e paludi invitavano alla caccia e alla raccolta, e le piante che poi sono entrate nella tradizione agricola e gastronomica italiana - dai cereali ai legumi, fino ad agrumi, patate e pomodori - non erano ancora arrivate nel nostro Paese da Medio Oriente, Asia, Africa, America. E questa è solo la prima parte della storia, perché negli ultimi decenni quella varietà di tecniche agricole e di vegetali si è andata via via appiattendo verso un’agricoltura unica e uniforme, uguale dalla Calabria alla Pianura padana. Che correndo dietro al continuo aumento di produttività ha dimenticato l’importanza di acque e suoli fertili, ha ignorato i mercati locali e strangolato gli agricoltori.

Nell’ultimo secolo, con un ruolo non secondario giocato da quella “Rivoluzione verde” che dalla metà del secolo scorso in tutto il mondo si è proposta di industrializzare l’agricoltura, abbiamo perso secondo la FAO il 75% delle specie. In Italia, solo negli ultimi 25 anni, si sono dimezzate anche le aziende agricole (passate da 3 a 1,6 milioni), così che la perdita di diversità vegetale si è sommata a un’emorragia di saperi, tecniche, conoscenze, tradizioni. Il Paese delle cento agricolture è diventato quello di una sola agricoltura. Lo stesso è avvenuto in gran parte del mondo, con un risultato paradossale di un’agricoltura che produce ma non sfama. «Sul nostro Pianeta non c’è carenza globale di alimenti, ma quasi un miliardo di persone soffre cronicamente la fame», dice Stefano Bocchi, docente di Agronomia all’università di Milano e curatore scientifico del Parco della Biodiversità a Expo 2015. Un teatro e due padiglioni per raccontare la grande varietà di piante, animali, ecosistemi e tecniche colturali che hanno reso l’Italia e il suo cibo famosi nel mondo.

«Per salvare l’agricoltura dal paradosso e riuscire veramente a nutrire il Pianeta bisogna ripartire dalla biodiversità», spiega Bocchi, che nel suo libro “Zolle. Storie di tuberi, graminacee e terre coltivate” , da poco pubblicato da Raffaello Cortina editore, racconta di un nuovo «paradigma agroecologico» in grado di sostituirsi all’approccio industriale attuale. «La Rivoluzione verde specializza e semplifica, tratta l’azienda agricola come una catena di montaggio industriale. Questo ha portato a una diffusione sempre più ampia della monocultura e monosuccessione, al posto delle pratiche millenarie di rotazione e consociazione di piante diverse che traggono beneficio dall’essere coltivate vicine». In questo processo che in pochi decenni ha cambiato il volto dell’agricoltura, «l’azienda agricola è diventata sempre meno autonoma: l’uso di sostanze organiche come il letame per fertilizzare i campi, per esempio, è stato abbandonato in favore dei concimi chimici e questo ha portato gli agricoltori a essere sempre più dipendenti da fattori esterni, in molti casi li ha obbligati a indebitarsi con le banche. Le imprese poi sono state strangolate da un sistema con molti intermediari che favorisce la commercializzazione sui mercati globali piuttosto che su quelli locali».

Che fare? Per Bocchi è necessario unire l’innovazione partecipata al recupero della nostra ricchezza vegetale e di tradizioni: una diversità di piante selezionate in millenni di addomesticazione e adattamento, e una varietà di tecniche agronomiche affinate in secoli e secoli - molte risalgono ai Sumeri, in Italia le conoscevano già i Romani. «Stanno nascendo dei progetti di ricerca realizzati insieme da enti locali, università e imprese. Le aziende agrarie hanno capito che possono affrontare il mercato mettendosi insieme ed evolvendosi: sorgono distretti e consorzi che cercano di raggiungere direttamente i consumatori finali, per aumentare il margine che va ai produttori. Le imprese agricole offrono anche servizi eco-sistemici e culturali, come nel caso delle fattorie didattiche, gli agriturismi o quelle che curano il verde pubblico». E se molte varietà coltivate sono andate perdute, altre si possono ancora recuperare: «Associazioni di volontari e istituzioni sono al lavoro insieme agli agricoltori per riportare nei campi varietà tradizionali, tipi di ortaggi dimenticati, legumi particolari, diversificati saperi agronomici».


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