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SUD (MOLA DI BARI) E NON SOLO. Un omaggio a Kafka, a Benjamin, e a Bataille ...

"CITTA’ BUIE": IL PASSATO CHE NON PASSA E L’ATTESA. Una nota di Nicola Fanizza - a c. di Federico La Sala

In fin dei conti Morgese dà ragione a Franz Kafka quando asseriva che conviene «lasciar dormire il futuro come merita. Se lo si sveglia prima del tempo si ottiene un presente assonnato!».
sabato 3 ottobre 2015
[...] Nel vivo chiarore delle giornate passate al mare, ho letto l’ultimo libro di Waldemaro Morgese Città buie - Il Grillo Editore, Gravina, 2015, euro 10,00 -, che si articola in tre brevi racconti. Si tratta di un libro di rara bellezza, di un libro in cui l’autore si mette in gioco, di un libro a tratti sofferto, di un libro che ci restituisce con tono lieve e con accenti autobiografici gli opposti di cui il Sud è costituito, di un libro che tutti i meridionali dovrebbero leggere per (...)

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> "CITTA’ BUIE": IL PASSATO CHE NON PASSA E L’ATTESA. ---- LAMENTO PER IL SUD. Se fossi un "terrone"... Don Mazzolari contro Quasimodo (di Giuseppe Matarazzo)

lunedì 5 ottobre 2015

Inediti

Sud, Don Mazzolari contro Quasimodo

di Giuseppe Matarazzo (Avvenire, 5 ottobre 2015)

​ ​ ​«Vi dico che se fossi un “terrone” (poeta o pittore, magistrato o usciere, poco importa), indirei una crociata per il Sud, per la Sicilia, per la Sila, per il Tavoliere; e ci metterei tutto il cuore nel mio lamento, tutto l’amore, come ce lo metto lo stesso, senza aver mai visto né la Sicilia, né la Calabria, solo perché sono italiano, solo perché sono cristiano, solo perché sono prete».

Don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo, una delle figure emblematiche del cattolicesimo del Novecento, si rivolge al poeta Salvatore Quasimodo in maniera dura e appassionata fra le colonne de L’Italia del 19 novembre 1949 («Lamento per certi uomini del Sud») e poi in un carteggio ricostruito fra gli innumerevoli brani originali e inediti nel monumentale Diario. V, 25 aprile 1945 - 31 dicembre 1950 edito da Edb a cura di Giorgio Vecchio (pp. 448, euro 30,00). Il parroco scrittore non riesce a «staccarsi», senza intervenire, dal Lamento per il Sud dell’intellettuale siciliano, e dalla cantilena che lo accompagna: «Più nessuno mi porterà nel Sud».

Un «lamento d’amore senza amore», come scrive nell’ultimo verso della poesia datata 1949 (da La vita non è sogno e ristampata sull’Unità del 13 novembre di quell’anno: «Il mio cuore è ormai su queste praterie,/ in queste acque annuvolate dalle nebbie./ Ho dimenticato il mare, la grave/ conchiglia soffiata dai pastori siciliani, /le cantilene dei carri lungo le strade/ dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,/ ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru/ nell’aria dei verdi altipiani/ per le terre e i fiumi della Lombardia./ Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria./ Più nessuno mi porterà nel Sud». Quelli di Quasimodo sono versi di nostalgia, di rabbia. Il destino di tanti, troppi forse, meridionali costretti a emigrare.

Don Mazzolari legge invece questo sfogo in negativo, intravede il distacco, la resa, l’inerzia. E si rivolge «a voi» perché «lo ripetiate ai molti siciliani, calabresi, pugliesi, lucani... che, saliti al Nord, occupano meritatamente eminenti posti nella politica, nelle lettere, in arte, nella magistratura, nella burocrazia, nel commercio, ovunque. Se mi sdegno perché non parlano, perché non fanno: se mi sdegno nel sentirli ripetere che “più nessuno li porterà nel Sud” quasi fossero degli evasi, non ditemi, caro Quasimodo, che esagero o che offendo tutta una rispettabile categoria di cittadini».

Il sacerdote incalza il futuro premio Nobel (nel 1959): «Se fossi un siculo o un calabro, sarei già tornato per tracciare una strada, costruire una casa, trivellare un pozzo, aprire una scuola, fondare una chiesa: almeno per fare una barricata, a costo di lasciarci la pelle. Un morto di più, ma consapevole». E ancora: «È troppo comodo far la rivoluzione a Milano, in Galleria, o a Roma, in via Veneto respirando nebbia e fumo di sigarette di contrabbando, facendo il cortigiano a mecenati rossi e neri, agli avventurieri indollarati, che ci aiutano a dimenticare “il mare, la grave - conchiglia soffiata dai pastori siciliani (...)". Voi, Quasimodo, uomo di cuore, poeta di cuore, non gli dovete staccare il vostro cuore per portarlo “su queste praterie, - in queste acque annuvolate dalle nebbie”. (...) Dove però si finisce per star bene, troppo bene, da borghesi».

Segue l’invito a vedere invece laggiù nel Sud («dove i vostri occhi non vogliono più vedere») quello che ha visto Gaetano Baldacci (direttore del Giorno, ndr), sullo sfondo della dibattuta riforma agraria: «Pittori e letterati comunisti e loro vicini di casa fornicano con quell’alta società di latifondisti e di possessori di piccole cilindrate fuori serie, la quale spesso ne divide i gusti e ne appaga le inclinazioni, magari con il frutto di quelle terre di dolore e di vergognoso sfruttamento».

Il poeta non si fa pregare nel rispondere a tono (ne L’Italia del 27 novembre, «Più nessuno mi porterà al Sud»), ma «con piacere» a parole che «come sempre, hanno il “furor” del crociato». «Ricordo una Sua predica sull’altare che copre in Assisi la tomba di san Francesco: ed erano, anche quelle, parole forti di carità in un tempo in cui anch’io, forse, speravo che la Chiesa avrebbe portato finalmente la sua potenza in difesa delle moltitudini dei poveri umiliati dall’ingiustizia.

Lei rimprovera a me, uomo del Sud, la compiacenza d’una evasione fisica da quelle terre, dai sentimenti di quel popolo, che sono, poi, i veri contenuti della mia poesia. Ma nel mio Lamento per il Sud Lei, lettore, ha dato una risposta negativa a due miei versi. Il primo, “più nessuno mi porterà nel Sud”, non è un rifiuto, ma un rimpianto; l’altro, che chiude la poesia, dice di “amore senza amore”, che è amore non corrisposto».

Ma «lasciamo più sottili considerazioni ai vecchissimi e mediocri critici che vogliono ancora oggi valorizzare i calligrafi, i giocatori di prosa lirica, questi tardi baudelairiani da caffè-concerto; il nostro discorso doveva essere un altro, di natura morale, non estetica. È un discorso senza rettorica, perché quando Lei invita me o altri uomini del Sud, poeti, pittori, sacerdoti, a correre laggiù con animo di crociati per alzare magari una barricata (contro i baroni e il Governo?) o a tracciare una strada, aprire una scuola, Lei, caro don Mazzolari, si lascia trascinare dal suo violento amore cristiano in un’onda oratoria.

Costruire strade, scuole, acquedotti? E con che? E proprio a me scrive queste cose, che in Calabria e in Sardegna e in altri luoghi ho costruito strade, ponti, scuole, case per il popolo, per dodici anni della mia giovinezza, vivendo in mezzo agli operai, alla povera gente, che porta la propria mente sempre “vestita d’una veste nera in segno di dolore e di martirio”?».

«E “terrone” che vive alla giornata come un operaio sono rimasto dopo 15 anni di vita lombarda. E a Lei, che non è solo sacerdote, ma uomo di cultura che non dimentica la politica, posso dire che la riforma agraria attuata con legge o con violenza, toglierà dall’isola anche i battaglioni antigiuliani. Nessun esercito ha mai circondato o istituito il coprifuoco a Milano quando c’era da dare la caccia a un bandito o a un’associazione di delinquenti: là, in Sicilia, per annuvolare il problema dei feudi, è facile il gioco, anche se più grave la posta».

Era la risposta attesa da don Mazzolari (che replica in coda al testo di Quasimodo): «Se non avessi avuto la certezza della vostra povertà, non avrei osato prendere il pretesto da una vostra poesia per un’esortazione che è buona per ognuno di noi. Nessun italiano può dire di non avere qualche torto verso il Sud. Bisogna che ci pensiamo tutti un po’ di più e con più cuore e buon volere, affinché le riforme vengano, non dietro violenza, ma per legge, non suggerite dalla disperazione, ma dall’amore, che è compimento di giustizia. Non vedo altra strada, e sono certo che la mia Chiesa, più che la sua potenza, mette, oggi, la sua maternità a difesa delle moltitudini umiliate. Io vivo di questa fede».

Ironia della sorte, il poeta morirà nel 1968 nel Sud, a Napoli, colpito da un ictus mentre si trovava ad Amalfi. E il Sud, i siciliani e i meridionali della nuova diaspora dopo 50 anni sono ancora sospesi fra lamento, nostalgia, rabbia. Il coraggio di sporcarsi le mani e il senso di impotenza di fronte all’irredimibilità sciasciana, al cambiamento impossibile. Sia che si resti. Sia che si vada altrove, «su queste praterie, in queste acque annuvolate dalla nebbia». Così com’è attuale, quindi, il monito e lo sdegno di Mazzolari e il senso di una «crociata».


LAMENTO PER IL SUD

di Salvatore Quasimodo

-  La luna rossa, il vento, il tuo colore
-  di donna del Nord, la distesa di neve...
-  Il mio cuore è ormai su queste praterie,
-  in queste acque annuvolate dalle nebbie.
-  Ho dimenticato il mare, la grave
-  conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
-  le cantilene dei carri lungo le strade
-  dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
-  ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
-  nell’aria dei verdi altipiani
-  per le terre e i fiumi della Lombardia.
-  Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
-  Più nessuno mi porterà nel Sud.

-  Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
-  in riva alle paludi di malaria,
-  è stanco di solitudine, stanco di catene,
-  è stanco nella sua bocca
-  delle bestemmie di tutte le razze
-  che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
-  che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
-  Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
-  costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
-  mangiano fiori d’acacia lungo le piste
-  nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
-  Più nessuno mi porterà nel Sud.

-  E questa sera carica d’inverno
-  è ancora nostra, e qui ripeto a te
-  il mio assurdo contrappunto
-  di dolcezze e di furori,
-  un lamento d’amore senza amore.


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