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MITO E STORIA, POLITICA E TEOLOGIA: "LUCIFERO!" E LA STELLA DEL DESTINO. Storiografia in crisi d’identità ...

LA STORIA DEL FASCISMO E RENZO DE FELICE: LA NECESSITÀ DI RICOMINCIARE DA "CAPO"! Alcune note - di Federico La Sala

I. BENITO MUSSOLINI E MARGHERITA SARFATTI - II. ARNALDO MUSSOLINI E MADDALENA SANTORO.
giovedì 18 luglio 2019
[...] "SAPERE AUDE!" (I. KANT, 1784). C’è solo da augurarsi che gli storici e le storiche abbiano il coraggio di servirsi della propria intelligenza e sappiano affrontare "l’attuale crisi di identità della storiografia" [...]
KANT E GRAMSCI. PER LA CRITICA DELL’IDEOLOGIA DELL’UOMO SUPREMO E DEL SUPERUOMO D’APPENDICE.
-***FOTO. Xanti Schawinsky, Sì, 1934 _________________________________________________________
LA STORIA DEL FASCISMO E RENZO DE (...)

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> RENZO DE FELICE E LA STORIA DEL FASCISMO: LA NECESSITÀ DI RICOMINCIARE DA "CAPO"! -- ABY WARBURG E I PATTI LATERANENSI.

martedì 30 maggio 2017


ABY WARBURG E I PATTI LATERANENSI. Una lettura delle tavole 78 e 79 di "Mnemosyne. L’atlante delle immagini"

di Giuseppe Capriotti *

Nel corso del suo ultimo soggiorno a Roma, avvenuto tra il 1928 e il 1929, Aby Warburg, insieme alla sua infaticabile collaboratrice Gertrude Bing, assiste alla stipula dei Patti Lateranensi, firmati l’11 febbraio del 1929 da Benito Mussolini e il pontefice Pio XI. Nel diario del 1929 della Kulturwissenschaftlichen Bibliothek Warburg, i due studiosi riferiscono le loro impressioni su diversi eventi, anche legati alla sottoscrizione dei Patti, tra cui una processione del papa a San Pietro e uno spettacolo cinematografico che comprendeva un filmato sulla stessa cerimonia dei Patti.

Tali episodi confluiscono infatti nelle due ultime tavole, la 78 e la 79, di quel monumentale tentativo di studiare, attraverso serie di immagini, la storia dei valori espressivi dell’antichità che sopravvivono e informano l’arte del Rinascimento, ovvero di Mnemosyne, l’Atlante della Memoria.

Mentre nella tavola 78, interamente dedicata alla stipula dei Patti, mancano immagini di opere d’arte e compaiono solo foto dell’evento, nella tavola 79, incentrata sul tema del redentivo sacrificio eucaristico, cuore problematico della cristianità europea, spaccata tra chi lo ritiene una metafora (i protestanti) e chi lo considera una realtà (i cattolici), le immagini di opere d’arte (la Cattedra di San Pietro di Bernini, la Messa di Bolsena di Raffaello, la Speranza di Giotto, l’Ultima comunione di San Girolamo di Botticelli) si affiancano, tra le altre, a foto della processione eucaristica di Pio XI in piazza San Pietro il 25 luglio 1929, ad alcuni ritagli di giornale (un articolo del “Berliner Zeitung” del 1929 con la firma del trattato di Locarno e due pagine del supplemento illustrato dell’“Hamburger Fremdenblatt” del 1929 con immagini di atleti trionfanti e ancora della processione eucaristica pontificia), a una foto di seppuku giapponese (il suicidio rituale dei samurai), a due stampe quattrocentesche con ebrei che profanano l’ostia consacrata.

È l’unica volta in cui l’ebreo Warburg, in realtà profondamente angosciato dagli sviluppi politici del suo tempo, dall’incalzare dell’irrazionalismo e dal riattivarsi di sentimenti antisemiti, che egli sperava di combattere con la sua Kulturwissenschaft, affronta direttamente una tematica antiebraica, ricorrendo a due xilografie prodotte in due diverse città, una tedesca, l’altra italiana, ovvero la Germania e l’Italia, il Nord e il Mediterraneo, i due poli geografici di cui egli cerca perennemente di mostrare il fruttuoso scambio dialettico, ma allo stesso tempo le due nazioni che condurranno l’Europa alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale.

La prima stampa, realizzata a Lubecca e tratta probabilmente dallo Jüdisches Lexicon, raffigura la presunta profanazione di ostie compiuta da ebrei a Sternberg nel 1492; la seconda, pubblicata a Firenze nell’edizione di una famosa sacra rappresentazione del Rinascimento italiano, la Rappresentatione d’uno miracolo del corpo di Christo, mostra, a sinistra, tre ebrei che restituiscono ad una donna l’abito impegnato, in cambio di un’ostia consacrata che gli stessi ebrei stanno profanando a destra.

Il significato che Warburg attribuisce a queste due stampe quattrocentesche sta nel rapporto con tutte le altre immagini della tavola, a partire da quella più grande, che con ogni evidenza risulta essere l’immagine-guida: la Messa di Bolsena di Raffaello. L’affresco raffigura un importante miracolo eucaristico, che ha come protagonista uno scettico prete boemo, i cui dubbi sulla transustanziazione vengono fugati, durante la celebrazione della messa, dall’ostia stessa che comincia a sanguinare e che macchia il suo corporale. Il papa Urbano IV, che assistette personalmente all’evento, introdusse nel calendario cristiano la festa del Corpus Domini, celebrata anche da Pio XI nelle foto che, nella tavola, affiancano il dipinto. La Messa è preceduta in alto dalla Cattedra di San Pietro, immagine del potere simbolico della Chiesa, e seguita in basso dall’Ultima comunione di San Girolamo, allusiva alla condivisione perpetua del sacramento da parte dei credenti.

Il sacrificio eucaristico è comparato in alto col suicidio rituale giapponese che, soppresso a seguito della diffusione della religione buddista, era stato successivamente reintrodotto in Giappone per rafforzare l’identità nazionale moderna. La celebrazione del corpo eccellente è ancora il filo conduttore che Warburg forzatamente individua nella Bildersalat della pagina illustrata dell’“Hamburger Fremdenblatt”, che compare sulla destra della tavola: la foto dello stesso papa in processione, che non è ritagliata, ma è proposta insieme a tutte le altre del giornale, compare affiancata (e in un caso sovrastata) da immagini di atleti che, grazie alla loro eccellenza corporea, hanno trionfato nell’agonismo. È ancora un esasperato culto del corpo, ma di polarità invertita: nella pagina di giornale “l’allegro hoc meum corpus est viene accostato al tragico hoc est corpus meum”, commenta lo stesso Warburg.

Nell’interpretazione storica proposta dalla tavola, è proprio questo hoc est corpus meum, o meglio l’uso in funzione politica e identitaria del corpus mysticum, che si identifica con l’ecclesia nutrita dal corpo sacrificato di Cristo, ad avere stretti rapporti con le accuse di profanazione dell’ostia, inventate in molte città d’Europa per difendere il dogma della transustanziazione, proclamato nel 1215 al IV Concilio Lateranense, e per giustificare le razzie contro le comunità ebraiche e l’incameramento dei loro beni.

La firma del trattato di Locarno tra Francia, Gran Bretagna e Germania nel 1925 (citato in alto a destra), con la quale ci si aspettava la pace in Europa, e la stipula dei patti lateranensi (presente nella tavola precedente), con la quale la Chiesa rinunciava al potere secolare, alla forza fisica del suo esercito e alle pretese nei confronti dello Stato italiano (in cambio del cattolicesimo come religione di stato e di cospicui indennizzi), potevano essere, secondo Warburg, una concreta possibilità di mettere fine allo spargimento di sangue perpetuato anche a fini religiosi, superando finalmente modalità di costruzione identitaria fondate sul sacrificio cruento.

Il ritorno al seppuku nella cultura giapponese è tuttavia in questo contesto contesto un agghiacciante monito per la cultura europea: una conquista di civiltà non è mai garantita per sempre, l’atavismo può essere sempre e ovunque riattivato dal nazionalismo . Secondo George Didi-Hubermann, il montaggio di immagini della tavola arriva addirittura ad avere quasi un valore profetico: ricorda come la proclamazione del dogma della transustanziazione ha dato avvio ad una sistematica persecuzione degli ebrei d’Europa e rivela, prima dell’apertura dei campi di sterminio, il risvolto pericoloso del patto tra dittatore fascista e pontefice romano.

Anche se Warburg non ha scritto alcun saggio sulle immagini antiebraiche, l’insegnamento che si può dedurre dal montaggio della tavola 79, ovviamente attraverso i suoi tentativi di decodificazione, è duplice: uno di ordine metodologico, l’altro prettamente storico. Dal punto di vista del metodo, la considerazione dell’immagine (di ogni tipo di immagine) come fonte storica e il riconoscimento del suo speciale valore di engramma mnemico, ovvero i principi base della Kulturwissenschaft warburghiana, possono essere un valido antidito alla periodica rinascita di derive irrazionalistiche, nel momento in cui aiutano a smascherare i processi di costruzione storica del pregiudizio e le cause che vi sono dietro. Dal punto di vista dell’analisi dei processi storici, la tavola 79 sembra legare sottilmente l’antigiudaismo cristiano ai risorgenti fenomeni di antisemitismo del primo Novecento, di cui lo studioso amburghese andava raccogliendo tracce e documenti che archiviava con preoccupazione.

Il quesito storico messo a tema nell’ultima tavola di Mnemosyne, ovvero il rapporto tra antigiudaismo cristiano e antisemitismo novecentesco, è un astioso problema che è ancora al centro di un vivace dibattito. Molta storiografia cattolica tende infatti a differenziare nettamente i due fenomeni: l’antigiudaismo cristiano, che usa come discrimine l’appartenenza religiosa, è un’ostilità nei confronti degli ebrei di stampo teologico, si manifesta per convertire coloro che negano che Gesù sia il Messia e cessa nel momento in cui l’ebreo diviene cristiano; l’antisemitismo, che si appoggia su teorie classificatorie di matrice positivistica e sulla presunta esistenza delle razze umane, esclude invece la possibilità che la conversione cambi lo status di un ebreo, che resta tale e immutabile per questioni di razza e di sangue. L’antigiudaismo è considerato un fenomeno moderato e marginale, chiuso nella religiosità dell’età medievale e moderna, mentre l’antisemitismo, radicale e violento, sarebbe il frutto della mentalità laica dell’età contemporanea.

Le distinzioni proposte da chi sostiene l’incomparabilità tra i due fenomeni, con evidenti finalità autoassolutorie, è stata pesantemente contraddetta dagli studi sulla Spagna che esce dal 1492, annus horribilis dell’inizio della storia moderna e della cacciata degli ebrei dal cattolicissimo regno di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona.

Anche se nel 1492 si prescrive l’espulsione di tutti gli ebrei che non accettavano di convertirsi al cristianesimo, passando attraverso il rito del battesimo, ritenuto valido ed efficace nella trasformazione dell’ebreo in cristiano a prescindere dalla volontà del ricevente, nel 1449, a Toledo, erano già comparsi gli Estatudos de la limpieza de sangre, che impedivano l’ingresso nel capitolo canonicale a coloro che non possedevano il sangue puro del vero cristiano perché aveva ereditato quello impuro di un ebreo battezzato, e a partire dal 1454 il francescano Alonso de Espina nel suo ciclo di prediche, condotte in Castiglia, aveva proposto di escludere i conversos da tutti i corpi istituzionali di maggior potere e prestigio della società spagnola, per poi sostenere con fermezza nel suo Fortalitium fidei, risalente al 1459, la “perfidia” del popolo ebraico, “perfidia” che contraddistingueva anche i convertiti: il battesimo dunque non cancellava un carattere negativo radicato nel sangue, ereditario e indelebile, a prescindere dall’appartenenza religiosa.

Nella lunga durata l’effetto di queste idee e delle pratiche che ne conseguirono, specialmente nei confronti dei conversos, spesso sospettati o accusati di criptogiudaismo, non fu la scomparsa di una religione scomoda, ma la trasformazione della differenza ebraica da religiosa a naturale e l’invenzione di una “razza” dal “sangue impuro”.

Oltre a questa precoce elaborazione in chiave “razziale” del problema ebraico, è anche nelle sue manifestazioni più esteriori che l’antigiudaismo d’età medievale e moderna ha preso delle forme che si ritrovano praticamente immutate nel Novecento, dall’imposizione del segno giallo, introdotto già nel Medioevo, alla stella di Davide prescritta dai nazisti ai cittadini di religione ebraica , dall’istituzionalizzazione del ghetto, avvenuta con la bolla papale Cum nimis absurdum promulgata da Paolo IV nel 1555 , alla righettizzazione novecentesca, dall’invenzione medievale del complotto ebraico per lo sterminio dei cristiani, elaborato a seguito delle prime accuse di omicidio rituale, ai Protocolli dei Savi di Sion e alla loro fortuna.

L’antigiudaismo ha dunque avuto un ruolo sostanziale nel costruire i presupposti culturali del pregiudizio contro gli ebrei e l’antisemitismo, falsamente rinnovato da una pseudoimpostazione scientifica, ha potuto grazie ad essi attecchire in maniera efficace nella popolazione civile: i nazifascisti hanno insomma potuto gestire, secondo le proprie istanze politiche, un sentimento di diffidenza costruito attraverso i secoli proprio dall’antigiudaismo cristiano [...].

* Cfr. Aby Warburg, Mnemosyne. L’atlante delle immagini, a cura di Martin Warnke con la collaborazione di Claudia Brink, edizione italiana a cura di Maurizio Ghelardi, Torino, Aragno, 2002, pp. 130-133.

      • Mnemosyne Atlas 78
        -  Roma oggi/1929: dal potere terreno al potere spirituale

        -  La Chiesa di fronte allo Stato nella celebrazione ufficiale dei Patti Lateranensi (febbraio 1929): rinuncia al potere secolare in cambio della conservazione della potenza simbolica.

      • Mnemosyne Atlas 79
        -  Mangiare dio: il paganesimo nella Chiesa
        -  Evoluzione del sacrificio: dal rito cruento arcaico alla sua rappresentazione simbolica nell’atto della Messa.
 -Nel rituale eucaristico l’immagine del sacrificio pagano della carne è sublimato nella transustanziazione, ma si perpetua e riemerge nei miracoli (Messa di Bolsena di Raffaello, L’ultima comunione di San Gerolamo di Botticelli) e nelle leggende (la propaganda antisemita sulla profanazione dell’ostia).

* Giuseppe Capriotti, , "Lo scorpione sul petto. Iconografía antiebraica tra XV e XVI secolo alla periferia dello stato pontificio", Gangemi editore, Roma 2014, Introduzione - ripresa parziale - e senza note.


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