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MITO E STORIA, POLITICA E TEOLOGIA : "LUCIFERO !" E LA STELLA DEL DESTINO. Storiografia in crisi d’identità ...

LA STORIA DEL FASCISMO E RENZO DE FELICE : LA NECESSITÀ DI RICOMINCIARE DA "CAPO" ! Alcune note - di Federico La Sala

I. BENITO MUSSOLINI E MARGHERITA SARFATTI - II. ARNALDO MUSSOLINI E MADDALENA SANTORO.
mardi 7 juillet 2020
[...] "SAPERE AUDE !" (I. KANT, 1784). C’è solo da augurarsi che gli storici e le storiche abbiano il coraggio di servirsi della propria intelligenza e sappiano affrontare "l’attuale crisi di identità della storiografia" [...]
KANT E GRAMSCI. PER LA CRITICA DELL’IDEOLOGIA DELL’UOMO SUPREMO E DEL SUPERUOMO D’APPENDICE.
-***FOTO. Xanti Schawinsky, Sì, 1934 _________________________________________________________
LA STORIA DEL FASCISMO E (...)

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> LA NECESSITÀ DI RICOMINCIARE DA "CAPO" ! --- Ripensare i Patti Lateranensi (di Vincenzo Pacillo).

jeudi 13 février 2020

Ripensare i Patti Lateranensi

di Vincenzo Pacillo (Il Mulino, 12 febbraio 2020)

L’ 11 febbraio 1929 venivano sottoscritti presso il Palazzo del Laterano i tre atti giuridici (Trattato, Concordato e Convenzione finanziaria) che posero fine alla « questione romana ». I « Patti Lateranensi », termine con il quale si indicano contestualmente gli atti suddetti, furono firmati per la Santa Sede dal cardinale segretario di Stato Pietro Gasparri e per il Regno d’Italia dal capo del governo Benito Mussolini : tali patti, a norma dell’articolo 7 della Costituzione italiana, rappresentano ancor oggi (seppur con le modificazioni avvenute nel 1984, le quali hanno riguardato esclusivamente il Concordato) lo strumento giuridico fondamentale diretto a regolamentare i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica (entro i limiti, ovviamente, posti dalla Carta fondamentale e attraverso un apparato di leggi di esecuzione che, nel sistema delle fonti, occupano lo stesso rango della Costituzione).

Il modello della regolamentazione pattizia dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica è stato esteso, a norma dell’articolo 8 della Costituzione, alle relazioni tra lo Stato e tutte le confessioni religiose : la Carta fondamentale ha infatti previsto le intese, atti di diritto pubblico interno bilateralmente convenuti e negoziati tra i rappresentanti della confessione religiosa interessata e i soggetti costituzionalmente competenti per parte dello Stato (il governo, per quanto riguarda l’avvio delle trattative, il sottosegretario-segretario del consiglio dei Ministri e una apposita commissione per la redazione della bozza, il consiglio dei Ministri per l’autorizzazione alla firma dell’intesa da parte del presidente del Consiglio), quale presupposto necessario di ogni legge diretta a regolamentare i rapporti tra Stato e confessioni religiose diverse dalla cattolica. Le confessioni prive di intesa continuano a vedere i loro rapporti con lo Stato disciplinati dalla legge n.1159 del 24 giugno 1929.

A novantuno anni dalla stipulazione dei Patti Lateranensi, il modello bilaterale nato l’11 febbraio 1929, e successivamente confermato e ampliato dal legislatore costituente, sembra piuttosto invecchiato. Il Paese mostra una geografia religiosa profondamente diversa da quella dell’anno VII dell’era fascista, e non solo perché la percentuale di residenti che si dichiarano cattolici è scesa dal 99 al 71%, e solo il 25% della popolazione può essere inclusa nel novero dei « cattolici praticanti ». Più in generale, secondo le scienze sociologiche, la secolarizzazione ha condotto i gruppi religiosi istituzionali - di cui l’espressione « confessioni religiose » utilizzata dal Costituente vuole essere sinonimo - a essere socialmente meno determinanti rispetto al passato per ciò che riguarda la costruzione dell’identità spirituale degli individui. Soprattutto i residenti under 30 tendono a coltivare una spiritualità sempre più spesso svincolata da un’appartenenza totale e stabile, preferendo la costruzione di un vissuto in cui vi è una sorta di « bricolage spirituale », un soggettivismo non istituzionalizzato in cui dogmi e pratiche (talora appartenenti a culti diversi) si uniscono a ideologie forti e stili di vita, come il veganismo, l’animalismo, l’antispecismo.

Di fronte a questa « de-istituzionalizzazione » della spiritualità, ci si chiede come sia possibile che solo alcuni gruppi istituzionalizzati siano titolari del diritto (e del potere) di vedere i propri rapporti con lo Stato regolamentati da una legislazione negoziata, tanto più che la recente sentenza n.52/2016 della Corte costituzionale ha - di fatto - ristretto la responsabilità del governo in caso di rifiuto di avviare le trattative con una confessione interessata all’intesa a una dimensione meramente politica (avallando, di fatto, un’ampia discrezionalità dell’esecutivo nel misurare il grado di « religiosità percepita e accettata » di fronte a una controparte).

L’impressione è che oggi gli individui esercitino la propria libertà di coscienza e di religione entro gruppi intermedi diversi dalle « confessioni religiose » così come le intendeva il Costituente ; si hanno - in generale - fenomeni aggregativi socialmente e costituzionalmente rilevanti in gruppi diversi da quelli presi in considerazione dagli artt. 7 e 8, per i quali non è però previsto alcuno status giuridico peculiare.

A ciò si aggiunga il fatto che il concetto giuridico di « religione » diventa sempre più liquido : per cui, nelle scorse settimane, corti inglesi e statunitensi hanno stabilito una vera e propria equiparazione giuridica tra religione da una parte e veganesimo (la corte inglese) e satanismo (la corte statunitense) dall’altro. La frammentazione del concetto giuridico di religione, che si somma allo straordinario panorama di gruppi più o meno numerosi e diffusi che si autoqualificano come « religiosi », conduce inevitabilmente a un’incertezza pressoché totale sull’effettiva identità dei soggetti ammissibili alla stipulazione dell’intesa, e di conseguenza alla dimensione (privilegiata) della legislazione contrattata.

Nell’ordinamento costituzionale italiano la bilateralità tra Stato e confessioni è uno strumento ragionevole di governance del fatto religioso solo se essa viene attuata nel rispetto dei principi di laicità, di uguaglianza senza distinzione di religione e di uguale libertà dei culti. Da questo punto di vista, il quadro cui assistiamo nel presente è a dir poco sconfortante.

Due tra i gruppi di minoranza più numericamente significativi nel Paese - ossia musulmani e testimoni di Geova - vedono i rapporti della loro confessione di appartenenza con lo Stato regolati ancor oggi dalla legge 1159/1929 : e questo vuoi per questioni endogene o esogene rispetto alla situazione politica generale, vuoi per un vuoto normativo che ancor oggi non riesce a puntellare in modo soddisfacente diritti e doveri delle parti contraenti, affidandoli a una prassi giocoforza piuttosto duttile (se non addirittura « liquida »).

Ma dietro questo fallimento se ne staglia subito un altro, strettamente connesso all’insopprimibile diversificazione e al relativo aumento dei gruppi religiosi presenti in Italia : per cui a oggi l’ipotesi di stipulare intese anche con soltanto la metà di questi ultimi è sospesa in un mondo lontanissimo, senza né tempo né spazio, e consente all’interprete di decretare la fine del progetto di politica ecclesiastica descritto dal terzo comma dell’art. 8 Cost. per impossibilità sopravvenuta. Se non si pensa a una soluzione alternativa, la stanca riproposizione delle dinamiche di politica ecclesiastica dell’ultimo trentennio è destinata soltanto a ridefinire ed aumentare le disuguaglianze, la discrezionalità non laica, il ruolo discriminatorio delle intese.

Senza contare che la stessa definizione giuridica di religione, tanto pericolosa e complessa quanto in fondo richiamata dalla stessa idea che i rapporti tra Stato e confessioni siano regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze, è oggi profondamente in questione da parte di numerosi autori, i quali evidenziano la necessità che essa si svincoli dai parametri della tradizione degli almanacchi statistici per aprirsi a quelle nuove forme di sacralità (anche provocatoria, come il Pastafarianesimo) introdotte nell’era della globalizzazione digitale.

E infine, ancora più vicina, la questione dell’ateismo organizzato. È possibile che la parificazione tra Chiese e « organizzazioni filosofiche e non confessionali » operata dall’art. 17 Tfue sia destinata a continuare a essere giudicata priva di effetti da parte della giurisprudenza amministrativa italiana ? Il fatto che la secolarizzazione - quantomeno in Europa - tenda a far crescere in modo rilevante chi non si riconosce in una fede non metterà in crisi il modello che vuole escludere i gruppi che ne rappresentano gli interessi da quei diritti (di concorrere alla ripartizione del finanziamento pubblico o di rispondere - nella scuola pubblica - a eventuali richieste in ordine allo studio del fatto religioso) che spettano alle confessioni in cui rapporti con lo Stato siano regolati per legge sulla base di intese ?

Forse l’intero sistema sarebbe da ripensare : ma una certa retorica sulla « Costituzione più bella del mondo » rischia oggi di far apparire assai impervio un percorso di modifica degli articoli 7 e 8 della Carta fondamentale (in quale direzione, poi ?) : con la conseguenza, che - al netto di moltissimi e pregevolissimi studi teorici sul principio supremo di laicità dello Stato - l’11 febbraio continua a essere ricordato come la « festa dello status quo ».


Sul tema, nel sito, si cfr. :

-  LA STORIA DEL FASCISMO E RENZO DE FELICE : LA NECESSITÀ DI RICOMINCIARE DA "CAPO"!

GUARIRE LA NOSTRA TERRA : VERITÀ E RICONCILIAZIONE.

Federico La Sala


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