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PIANETA TERRA. Tracce per una svolta antropologica...

MITO, FILOSOFIA, E TESSITURA: "LA VOCE DELLA SPOLETTA È NOSTRA" ("The Voice of the Shuttle is Ours"). Un testo di Patricia Klindienst (trad. di Maria G. Di Rienzo) - a c. di Federico La Sala

OVIDIO. La tela di Aracne apre il libro sesto delle "Metamorfosi", la storia di Filomela lo chiude (...) Prima che la dea adirata Atena (Minerva) stracci la stoffa tessuta da Aracne, la tessitrice, donna mortale, racconta su di essa una storia molto particolare (...)
sabato 13 aprile 2019
[...] In Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf ci fornisce una comica metafora
della poetica femminista usando l’esempio del gatto di razza Manx, che vive
sull’isola di Man. Dalla finestra ella vede questo gatto attraversare il
prato: nota che apparentemente al gatto "manca" qualcosa, ma si chiede se la
sua condizione non sia primariamente solo una "differenza" dai gatti con la
coda. È il gatto senza coda un mostro della natura, una mutazione? O è un
prodotto della cultura, un (...)

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> MITO, FILOSOFIA, E TESSITURA --- STORIA E STORIOGRAFIA: SCIENZA E FILOSOFIA. SOCRATE, L’ESSERE UMANO AL CENTRO.

martedì 30 aprile 2019

Il filo che unisce scienza e filosofia

È ormai superata l’idea che esistano «due culture» rigidamente separate

di STEFANO GATTEI *

      • Il filo che unisce scienza e filosofia Gratis dal 30 aprile il libro su Socrate «I re magi», un dipinto realizzato nel 1929 dall’artista italiano Alberto Savinio (1891-1952), pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico shadow

Fin dai primi secoli della Grecia classica, all’alba di quello che è stato definito il «miracolo greco», si comincia a distinguere la scienza (episteme) dall’opinione (doxa). Il primo termine designa un tipo di conoscenza fondata, consolidata nel tempo, e per questo certa; il secondo un tipo di conoscenza privo di ogni certezza, dunque inaffidabile. In un mondo in continua trasformazione, conoscere significa cogliere ciò che non muta nel flusso caotico degli eventi. La filosofia, come ebbe a dire Karl Popper nel 1965, in apertura di uno dei convegni chiave per la filosofia della scienza del Novecento, nasce come ricerca di invarianti.

Alle origini del pensiero occidentale, il problema della conoscenza - che cosa sappiamo davvero, e in che modo arriviamo a sapere ciò che sappiamo? - consiste nell’individuare la via (nelle parole della dea a Parmenide) per giungere alla scienza senza farsi fuorviare, o ingannare, dalle semplici opinioni. Le sole discipline in cui viene raggiunto a giudizio unanime questo scopo sono la matematica e la logica formale. La fisica, intesa come studio dei fenomeni inorganici, e la biologia, intesa come studio del mondo organico, non sono considerate scienze ancora per molti secoli: fino ai contributi, nel Seicento, di Galileo Galilei, da una parte, e di William Harvey, lo scopritore della circolazione del sangue, dall’altra.

A caratterizzare la fisica galileiana, e per certi versi anche le ricerche di Harvey, è il cosiddetto «metodo sperimentale», basato sull’integrazione tra il rigore dell’analisi matematica e l’osservazione scrupolosa della natura. Per oltre tre secoli, la riflessione filosofica sulla scienza si riduce così, da un lato, all’analisi dei fondamenti e dei metodi della matematica, e dall’altro allo studio del metodo sperimentale. I filosofi si chiedono però anche che cosa ci permette di conseguire verità scientifiche, cioè «universali e necessarie», e alla fine del Settecento Immanuel Kant, svegliato dal «sonno dogmatico» dalla sfida scettica di David Hume, ritiene di poter rispondere sostenendo l’esistenza di forme a priori dell’intuizione e dell’intelletto. Nel frattempo si vanno consolidando altre scienze, e il problema centrale della filosofia della scienza si sposta dalla ricerca delle condizioni che rendono possibile il conseguimento delle verità scientifiche alla ricerca dei rapporti fra le varie scienze. Nei vivaci dibattiti sulla classificazione delle scienze che, sulla scorta della proposta di Auguste Comte, attraversano tutto il XIX secolo, si dà ancora per acquisita l’immagine tradizionale della scienza come conoscenza di verità assolute.

Le cose iniziano a cambiare quando (con la scoperta delle geometrie non euclidee) viene evidenziato il carattere convenzionale degli assunti matematici e, successivamente, dei principi delle teorie accettate come scientifiche fino a quel momento. Alla crisi dell’immagine tradizionale della scienza contribuiscono poi anche i profondi rivolgimenti che, all’inizio del Novecento, sconvolgono le basi stesse della matematica e della fisica: la crisi dei fondamenti, la teoria della relatività di Albert Einstein e la nascita della fisica dei quanti.

Nel XX secolo, per la prima volta, la scienza si trova nella necessità di giustificare non soltanto le sue scelte metodologiche o d’indagine, ma anche la sua stessa esistenza, che da un lato richiede sempre maggiori risorse finanziarie, e dall’altro è costretta a operare accanto a (e spesso in conflitto con) difficili decisioni politiche, o complesse questioni etiche. Se nel 1912 Bertrand Russell dichiara il problema della giustificazione della nostra conoscenza come uno dei più difficili in assoluto, alcuni decenni più tardi egli stesso riconosce il definitivo abbandono dell’ideale giustificazionista a favore di quello fallibilista. Poco prima, nel 1934, la Logica della scoperta scientifica di Karl Popper attesta il collasso del programma fondazionista del Tractatus di Ludwig Wittgenstein e mette a nudo l’illusione giustificazionista del positivismo logico, riconoscendo che «non il possesso della conoscenza, della verità irrefutabile, fa l’uomo di scienza, ma la ricerca, persistente e inquieta, della verità».

Tre secoli dopo Bacone e Cartesio, al Metodo come sinonimo di certezza si sostituisce il «metodo» come (sola) critica: la conoscenza non cresce per accumulazione di verità indiscutibili, ma si evolve per rivoluzioni continue.

Condannate ad aspirare all’episteme e a vivere nella doxa, scienza e filosofia debbono arrendersi a una conoscenza per sua natura congetturale. L’incertezza è tuttavia la condizione della possibilità del cambiamento concettuale, così come l’instabilità è la condizione della vita.

Lungi dall’essere i cardini di «due culture» separate, scienza e filosofia si trovano unite dal comune atteggiamento. Né l’una può esistere senza l’altra: nelle parole di Ludovico Geymonat, padre della filosofia della scienza in Italia, «non si tratterà di stabilire un’alleanza più o meno duratura tra filosofia e scienza, ma di cercare la filosofia nelle pieghe stesse della scienza».

* Corrriere della Sera, 28 aprile 2019 (ripresa parziale)


Socrate, l’essere umano al centro

Mandò in crisi i pregiudizi dell’Ateniese medio. Un esempio contro il dogmatismo

di LUCIANO CANFORA *

A Cicerone dobbiamo la più pertinente definizione del durevole significato del filosofare socratico: Socrate - scrisse Cicerone delle Tusculanae - fu il primo a riportare la filosofia dal cielo sulla terra. Indicava, cosí, il cambio di rotta impresso all’indagine filosofica da Socrate e da chi ne proseguí l’opera: dalle speculazioni (anche folgoranti e precorritrici) sulla realtà fisica alla centralità dell’essere umano, alla sua morale e alla sua individuale coscienza (dove «morale» indica ogni aspetto: dall’etica, alla politica, alla religiosità). E, in altra sua opera (il De oratore), Cicerone definí Socrate «fonte e principio», della filosofia. A ben riflettere, l’unicità di quell’uomo singolare consiste in qualcosa che è capitato soltanto ai grandi fondatori di religioni: di aver conquistato una centralità definitiva e plurimillenaria (tutto il successivo filosofare parte da lui) senza aver mai voluto scrivere un rigo. Praticò soltanto lo scavo dialettico, il dubbio, l’interrogazione mai accomodante, ma non manifestò alcuna volontà di proclamare, e tanto meno imporre, certezze. Se il dogmatismo è, come infatti è un nefasto malanno mentale (e di conseguenza pratico), il «metodo» Socrate è ancora oggi il rimedio e l’antidoto.

Si è per un tempo lunghissimo discusso su chi lui veramente fosse. Domanda apparentemente insensata visto che abbiamo su di lui testimonianze innumerevoli: di contemporanei, di amici e allievi, di denigratori, di discendenti intellettuali. Ma è proprio questa colossale «enciclopedia socratica» che si frappone tra noi e lui che ci costringe a cercare di discernere un residuo di «verità» tra tante riscritture della sua persona e del suo pensiero.

      • Il volume «Socrate», in omaggio martedì 30 aprile con il «Corriere della Sera», è curato da Roberto Radice, già professore ordinario di Storia della filosofia antica all’Università Cattolica di Milano

L’Apologia che Platone gli fa pronunciare davanti ai 600 giudici popolari che lo condannarono a morte (399 a.C.) quando aveva da poco compiuto i settant’anni è, con la commedia di Aristofane intitolata Nuvole (423 a.C.), la testimonianza più vicina al personaggio. Allo stesso titolo possiamo considerare squarci biografici autentici le pagine del Fedone in cui Platone dà conto di come Socrate seppe morire filosofando ed il Critone, che documenta il rifiuto, da parte di Socrate, di evadere dal carcere nei giorni precedenti l’esecuzione.

Socrate metteva in discussione le certezze dell’«Ateniese medio» (democratico, bigotto, intollerante). Faceva, cioè, politica e, in dialogo costante soprattutto con giovani appartenenti ad ambienti che si collocavano agli antipodi dell’«Ateniese medio», plasmava un possibile ceto dirigente. In modo grottesco e denigratorio Aristofane, nelle Nuvole, con l’invenzione del ridicolo «pensatoio», intende rappresentare (e denunciare) esattamente questo. Il paradosso è che proprio quella commedia fu un tonfo per il commediografo che amava indossare i panni del vecchio tradizionalista. Ma gli attacchi non scalfivano l’interiore serenità dell’imprevedibile e instancabile conversatore-«tafàno» (cosí Socrate si definisce nell’Apologia). Racconta un biografo che una volta un interlocutore - furioso per la paradossalità esasperante, ai suoi occhi, di ciò che Socrate diceva - lo prese a pugni e a calci. Socrate non se la prese, e ciò stupì gli amici, cui obiettò: se mi avesse preso a calci un asino l’avrei forse portato in giudizio?

Ma perché, dai calci, ad un certo punto si passò alla condanna a morte? Qualche anno prima gli Ateniesi, riuniti in assemblea con funzione giudicante, avevano mandato a morte sei generali, pur vittoriosi, con l’accusa di non aver recuperato i naufraghi. Socrate quella volta era «pritano», presiedeva l’assemblea, ed era stato il solo ad opporsi alla condanna sommaria e giuridicamente mostruosa. Aveva, già allora, rischiato fisicamente. Poi venne la resa di Atene e il governo oligarchico dei «Trenta» (404/403 a.C.). Il capo di quel governo - Crizia - era stato un suo frequentatore-interlocutore.

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Qui la possibilità di esser più precisi viene meno, anche se molto su questa materia incandescente dicono Platone (che di Crizia era il nipote, e per un po’ il seguace) e Senofonte (che agli ordini di Crizia comandò la cavalleria dei Trenta). Sta di fatto che, anche con il governo di questi suoi frequentatori, Socrate entrò in rotta di collisione rischiando ancora una volta la vita. Eppure non può essere dimenticato che proprio Platone, all’inizio del Timeo, fa dire a Crizia una frase, rivolta a Socrate, che sostanzialmente significa: col nostro governo noi abbiamo cercato di mettere in atto le tue idee!

* Corriere della Sera, 28.04.2019 (ripresa parziale)


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