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Contro le pretese e le tracotanze teocratiche dei Bonifacio VIII e dei Giovanni XXII di ieri e di oggi.

Dante (e Bacone), alle origini del moderno!!! Pace, giustizia e libertà nell’aiuola dei mortali - di Federico La Sala

lunedì 10 dicembre 2007 di Emiliano Morrone
Pace, giustizia, e libertà nell’aiuola dei mortali
DANTE. ALLE ORIGINI DEL MODERNO*
di Federico La Sala
I
Ogni età è moderna per quanti la vivono. Nel caso del Medio Evo, la sua modernità doveva essere denunciata dagli Umanisti come decadenza; ma per gli uomini che l’hanno vissuta, in special modo per gli uomini del XIII e XIV secolo, quest’età fu sentita come un’età di innovazione in tutti i campi della cultura, una modernità in progresso. Ètienne Gilson
L’uomo si sforza ancora di (...)

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> Dante, alle origini del moderno!!! Pace, giustizia e libertà nell’aiuola dei mortali - ---- LOTTA PER LE INVESTITURE (di Rosario Amico Roxas).

domenica 9 dicembre 2007

Lotta per le investiture: una riedizione del 3° millennio

di Rosario Amico Roxas

La defezione della Binetti potrebbe essere considerato un fatto isolato e sporadico di una persona in cerca di visibilità, se non comprendesse un antico problema che, dalla notte dei tempi, riemerge e si ripresenta, con l’urgenza di una soluzione definitiva.

Il binomio Stato-Chiesa dovrà avere una chiara soluzione, altrimenti servirà solo a creare fratture e imporre l’ingovernabilità.

Non si può prescindere dalla Rivoluzione francese per affermare la laicità dello Stato; in quell’occasione la storia voltò pagina e pose fine al feudalesimo, conclude il basso medio evo con le sue tante ombre e le sue poche luci. Illuminismo e Rivoluzione francese imposero un itinerario di non ritorno con la separazione delle sfere di competenza: da una parte lo Stato con le sue incombenze, dall’altro la Chiesa con le sue esigenze.

Era ancora vivo e vegeto lo Stato Pontificio, era al suo culmine del potere il Papa/Re con il potere temporale che sovrastava di molto il potere spirituale.

Fu illuminante l’affermazione di Paolo VI, quando affermò che la perdita del potere temporale era stata una salvezza per la Chiesa.

Ma il vezzo di intromettersi negli affari dello Stato italiano la Chiesa di Roma non lo ha completamente perduto, anzi, adesso sembra proprio che lo abbia accentuato, creando un ginepraio di contumelie che non soddisfano nessuno.

Ritorna la lotta per le investiture che culminò con lo scontro tra Enrico IV e Gregorio VII (quello della riforma gregoriana), con il dictatus papae, la deposizione del pontefice, le scomuniche elargite all’imperatore, lo schiaffo di Canossa, l’intervento conciliatore di Matilde di Canossa.

Ma eravamo nel basso medio evo; la ragione del contendere, in fondo, era rappresentata dalla ereditarietà dei feudi, che i vassalli erano riusciti ad ottenere. Così l’imperatore pensò bene di creare conti i vescovi, perché non dovendo avere, ufficialmente, figli, non avrebbero avuto interesse alla ereditarietà del feudo concesso. Il quesito che scatenò la reciproca ira fu il dovere di obbedienza: il papa lo esigeva per sé in quanto i notabili erano vescovi della Chiesa di Roma, mentre l’imperatore lo reclamava, in quanto vassalli dell’impero.

La cosa ebbe un seguito e non fu mai completamente sanata se non con la scomparsa dello Stato Pontificio. Ma ora si ripropone: i parlamentari cattolici devono obbedienza al Papa in quanto cattolici, oppure alla Costituzione in quanto parlamentari democraticamente eletti dal popolo.

Da questa doppia investitura nascono le contraddizioni che implicano ben più gravi conseguenze, come la confusione che nasce dal concetto di reato (di pertinenza dello Stato e quello di peccato (di pertinenza della Chiesa).

Reato e peccato rappresentano due modi di offendere la legge; bisogna, però, distinguere la legge della Chiesa, che amministra i peccati e quella dello Stato laico, che amministra i reati.

Non è possibile, nè lecito, confondere i due comportamenti, essendo il primo a carattere confessionale e il secondo a carattere laico. La polemica circa l’esigenza di sostenere le ragioni di Benedetto XVI, contro le critiche che da più parti vengono sollevate, non tiene conto della radice del problema che necessita di una visione più approfondita e non certo arricchita da motivazioni arbitrarie o da velleitari esibizionismi con sfondi lontanissimi da una veritiera esigenza di sostegno al Pontefice. Le azioni e gli atti estranei ad una lettura “ex cathedra” , anche se dette o fatte dallo stesso Pontefice possono e devono essere oggetto di dibattito, di critica, o anche di interpretazione diversa da quella originale, in quanto lo spirito della fede non può restare prigioniero del dovere di una obbedienza acritica, che finirebbe con l’allontanare dalla fonte della fede, più che sancire una continuità non condivisa.

Il problema alla base inizia con la confusione che si vuole ingenerare tra il concetto di “peccato” di pertinenza confessionale e quello di “reato” di pertinenza laica. Non tutti gli atti intesi come peccato possono essere identificati da uno Stato laico come reato, e agire di conseguenza, comminando sanzioni o condanne.

E’ il caso delle “unioni di fatto”, non sancite dal matrimonio, considerate peccato dalla Chiesa e che si vorrebbe venissero valutate dallo Stato come reato, con azioni di conseguenza, escludendo i “peccatori” “non pregiudicati (!)” dalle provvidenze che lo Stato riconosce alle coppie non in odore di peccato.

La pretesa inoltre di voler imporre ai parlamentari cattolici di esprimere un voto non di coscienza ma di obbedienza, ci riporta indietro di secoli, ai margini della lotta per le investiture, quando sorse il problema del potere temporale dei vescovi-conti, se dovevano riconoscere il primato di autorità al Papa in quanto vescovi o all’imperatore in quanto conti. Così oggi si ripropone il dilemma se il parlamentare cattolico deve obbedienza al Papa in quanto cattolico o alla Costituzione in quanto parlamentare.

Tutto ciò è e deve essere argomento di un dibattito estraneo allo spirito confessionale di parte, dovendosi tutelare, paritariamente, tutti i cittadini, qualunque sia la religione, la razza, la fede o anche solo le temporanee esigenze. Ben diversa è la circostanza del reato per lo Stato, quando viene assunto come peccato dalla Chiesa che avoca a se stessa l’onere del giudizio.

E’ il caso della pedofilia esercitata dai sacerdoti, che è indubbiamente un reato perseguibile penalmente, con i rigori della legge; ma in questa circostanza una discutibilissima lettera riservata, indirizzata «a tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi e altri ordinari del luogo, anche di rito orientale», del 1962 dal titolo “Crimen sollecitationis” (Delitto di adescamento), redatto dal card. Alfredo Ottaviani, parzialmente riveduta nel 2001 dalla Congregazione per la dottrina della fede, con la lettera “De delictis gravioribus”, dall’allora cardinale Ratzinger, riduce il reato a peccato da amministrare all’interno della Chiesa, con i modi che riterrà opportuno, mortificando i diritti delle vittime, all’interno di un tribunale esclusivamente ecclesiastico, obbligato, peraltro, con giuramento, ad una segretezza che sa di omertà, con la seguente formula:

“Perciò tutti coloro che a vario titolo entrano a far parte del tribunale o che per il compito che svolgono siano ammessi a venire a conoscenza dei fatti sono strettamente tenuti al più stretto segreto (il cosiddetto "segreto del Sant’Uffizio"), su ogni cosa appresa e con chiunque, pena la scomunica “latae sententiae”, per il fatto stesso di aver violato il segreto (senza cioè bisogno di una qualche dichiarazione NdT); tale scomunica è riservata unicamente al sommo pontefice, escludendo dunque anche la Penitenzieria Apostolica. [ossia: tale scomunica può essere ritirata solamente dal papa, NdT] “.

La critica diventa doverosa per la palese alterazione del rapporto tra diritti e doveri, che devono essere sempre uguali per tutti, altrimenti la stessa base fondamentale della vita civile verrebbe negativamente alterata. Il dibattito è iniziato da tempo, facilitato dai mezzi moderni, perché si tratta di problemi attuali che necessitano di chiarimenti idonei alle attese; ma si sono inseriti, abusivamente, taluni personaggi che in questo dibattito hanno voluto trovare l’occasione per esibirsi quali difensori della persona del Pontefice, trasformando un dibattito interno al mondo dei fedeli, in una polemica con personalissimi interessi di esibizione politica, per cercare approvazione all’interno di un panorama che non appartiene loro, questi ultimi non servono la Chiesa ma aspirano a servirsene.

A fronte di queste problematiche, la defezione della Binetti appare ben poca cosa, ma serve per sollevare il problema e, finalmente, giungere ad una soluzione definitiva che non preveda interferenze, lasciando ampio spazio alle attività del Vaticano, compatibilmente alle esigenze nuove di molteplicità di fedi religiose, ciascuna con un proprio diritto ad essere liberamente esercitata.

I parlamentari che dovessero nutrire dubbi circa il loro dovere di obbedienza alla Costituzione in quanto parlamentari, dovrebbero avere la coerenza di abbandonare l’abito laico della repubblica e vestire l’abito confessionale di qualche ordine e da quel pulpito predica le loro convinzioni, che non devono mai interferire con le decisioni dello Stato laico che deve provvedere alle esigenze di tutti i cittadini, senza discriminazioni di sorta.


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