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Politica

Berlusconi mette ancora in discussione il risultato delle elezioni e spera nel riconteggio dei voti

mercredi 17 mai 2006 par Emiliano Morrone
L’UNITA’ D’ITALIA E IL PARLAMENTO "CON LA COPPOLA", QUELLA DI "FORZA ITALIA" E DEL "POPOLO DELLA LIBERTA’".
TRE PRESIDENTI : OSCAR LUIGI SCALFARO (1992-1999), CARLO AZEGLIO CIAMPI (1999-2006), GIORGIO NAPOLITANO (2006-2014), E IL PARTITO DEL FALSO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DEL "POPOLO DELLA LIBERTA’" : "FORZA ITALIA" !!!
L’ITALIA (1994-2014), TRE PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA SENZA "PAROLA", E I FURBASTRI CHE SANNO (COSA SIGNIFICA) GRIDARE "FORZA ITALIA". In memoria di Sandro Pertini e di (...)

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> Berlusconi mette ancora in discussione il risultato --- Il giudice non risponde agli elettori ma alla legge uguale per tutti (di Corrado Stajano)

jeudi 5 septembre 2013

Il giudice non risponde agli elettori ma alla legge uguale per tutti

di Corrado Stajano (Corriere della Sera, 05.09.2013)

Nel 2002 il governo Berlusconi d’epoca decise di far scomparire dalle aule dei tribunali la scritta « La legge è uguale per tutti » che poteva intimidire, così aggressiva. Fu sostituita da una frase più morbida e amichevole, « La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano ». Gli ignari e i distratti non ci fecero caso, ai pochi che protestarono fu risposto : che cosa c’è da scandalizzarsi ? Le sentenze non vengono emesse dai giudici « in nome del popolo italiano » ?

Il nodo dell’attuale conflitto sull’agibilità politica di B., inimmaginabile almeno da due secoli in un Paese civilizzato del mondo occidentale, è proprio legato alla sostanziale diversità di quelle due frasette. « La legge è uguale per tutti » è un motto ben chiaro, senza ambiguità. I cittadini, come è scritto anche nell’articolo 3 della Costituzione, forse il più importante della somma Carta, sono uguali davanti alla legge : l’uguaglianza è il fondamento dello Stato di diritto.

L’altra dizione, invece, ha non casualmente il significato opposto trasformando in giudice il popolo, privo di sovranità. È quel che B. e i suoi fedeli vorrebbero anche oggi. Come si può condannare, sostengono infatti, un leader politico, come escludere dal Senato di cui fa parte un capopartito che anche alle ultime elezioni ha ricevuto milioni di voti ? Deve essere il popolo, il « suo » popolo, il vero giudice : un giudice amico che l’ha già assolto. Si cancellano in questo modo intere biblioteche di scienza giuridica. La legge è uguale per tutti ma non per B., anche se condannato con una sentenza definitiva a una grave pena dalla Suprema Corte per un’« enorme evasione fiscale realizzata con società off-shore ».

Non è una variante filologica quella scritta apposta nelle aule dei tribunali che il governo Prodi cancellò nel 2006, ma il cuore della politica dell’ex presidente del Consiglio e dei suoi fedeli, l’avallo della caduta di ogni regola. L’opinione pubblica d’Europa di cui l’Italia ha non poco bisogno è esterrefatta e irridente di fronte alle grandi manovre degli azzeccagarbugli di B. che si stanno agitando come anguille per salvarlo da questa pesante sentenza senza scampo. In quei Paesi è costume infatti che un uomo politico si dimetta anche per le più minute illegalità, come qualche giorno fa il presidente della Repubblica federale tedesca Christian Wulff accusato di aver ricevuto piccoli favori da imprenditori amici.

Qui da noi, invece, si sostiene che B. dovrebbe essere graziato, la sua pena abrogata o almeno commutata anche se non esistono le necessarie ragioni umanitarie, il suo scranno rosso al Senato conservato in nome del bene comune, della crisi economico-finanziaria e soprattutto delle « larghe intese ». (Ma forse l’ex presidente ha compreso che quel ricatto, la tenuta di Letta in cambio della sua salvezza - anche ieri ha minacciato di « staccare la spina » - non gli conviene : è il governo la sua vera guardia del corpo).

Non conta, sembra di capire, il principio di legalità, essenziale in uno Stato di diritto, non importa che B. non sia neppure un « pentito » ma si senta solo un perseguitato. Tra l’altro l’ex presidente del Consiglio non ha un sereno avvenire nei tribunali della Repubblica. Lo attendono in appello a Milano il processo Ruby (sette anni in primo grado e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici) e il processo per concussione nel caso Mediaset ; a Napoli il processo, forse il più grave, per la corruzione dell’ex senatore De Gregorio, reo confesso : un mucchio di denaro per far cadere il governo Prodi. Saranno necessarie in caso di condanna un’infinità di grazie ? La grazia a vita, forse.

C’è qualcosa di grottesco in questo gran pasticcio. La Giunta delle elezioni e delle immunità del Senato dovrà cominciare la prossima settimana a discutere sulla validità della legge Severino - l’incandidabilità di chi è stato condannato per gravi reati - concordemente votata dagli stessi che ora debbono giudicare : è retroattiva, non è retroattiva, può essere inviata alla Consulta, oppure no ?


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