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Politica

Berlusconi mette ancora in discussione il risultato delle elezioni e spera nel riconteggio dei voti

mercoledì 17 maggio 2006 di Emiliano Morrone
L’UNITA’ D’ITALIA E IL PARLAMENTO "CON LA COPPOLA", QUELLA DI "FORZA ITALIA" E DEL "POPOLO DELLA LIBERTA’".
TRE PRESIDENTI: OSCAR LUIGI SCALFARO (1992-1999), CARLO AZEGLIO CIAMPI (1999-2006), GIORGIO NAPOLITANO (2006-2014), E IL PARTITO DEL FALSO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DEL "POPOLO DELLA LIBERTA’": "FORZA ITALIA"!!!
L’ITALIA (1994-2014), TRE PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA SENZA "PAROLA", E I FURBASTRI CHE SANNO (COSA SIGNIFICA) GRIDARE "FORZA ITALIA". In memoria di Sandro Pertini e di (...)

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> Berlusconi mette ancora in discussione il risultato --- E nell’Aula Irruppe lo Spirito Santo (di G.A. Ferrari). Le lacrime del despota (di M. Ciliberto). Una storica farsa (di A. Padellaro).

giovedì 3 ottobre 2013

Le lacrime del despota

di Michele Ciliberto (l’Unità, 03.10.2013)

UN FILOSOFO DELL’OTTOCENTO ERA SOLITO DIRE CHE LA FINE ILLUMINA IL «PRINCIPIO» E IL SUO SVILUPPO. IN CHE SENSO SI PUÒ UTILIZZARE QUESTO PRECETTO RISPETTO ALLA VICENDA DI BERLUSCONI? È sempre stato il triste personaggio di questi giorni, l’Ermete Zacconi in diciottesimo che abbiamo visto all’opera al Senato, con lacrime finali, come si conviene a un bravo protagonista di un dramma che si rispetti? E se non è stato sempre questo, su cosa getta luce questo triste, e lacrimoso, tramonto?

Non è facile dare una risposta perché Berlusconi è stato un personaggio centrale della vita politica italiana, anzi ne è stato a lungo il dominatore, anche se molti tendono ora a dimenticarlo, specie nel cerchio dei suoi seguaci. Nei primi anni Novanta intuì lo spazio che gli apriva la crisi della prima Repubblica, in tre mesi costruì un partito nuovo di zecca e vinse le elezioni, radicalizzando a destra lo schieramento moderato italiano, diretto fin ad allora dalla Dc. E ottenne questi risultati interpretando il risentimento degli italiani e presentandosi come un rinnovatore e un «modernizzatore» della vita politica italiana: bipolarismo, cambio della classe dirigente, nuove forme di individualismo, riforma della Costituzione, un modello di democrazia dispotica imperniato sulla subordinazione del potere giudiziario a quello esecutivo. Naturalmente, Berlusconi vinse le elezioni perché riuscì a raccogliere intorno a sé un ampio, a volte, amplissimo blocco sociale, reso a sua volta possibile dalla crisi degli schieramenti tradizionali e da una ideologia basata su un programmatico rovesciamento tra apparenza e realtà un nucleo centrale prima della vittoria, poi della disfatta di Berlusconi. Politicamente, è vissuto di parole, è morto di parole.

Ora, se si riflette su cosa siano diventati, in concreto, i suoi obiettivi programmatici, si constata un vero e proprio abisso: il bipolarismo si è trasformato in una forma di deteriore trasformismo; la nuova classe dirigente è stata formata da servi e cortigiani, preoccupati solo del loro potere personale; il nuovo individualismo si è trasformato in un bellum omnium contra omnes... Gli unici obiettivi su cui è rimasto fermo e inossidabile sono stati l’attacco alla Costituzione repubblicana e la lotta sfrenata contro la magistratura.

Ma sono proprio i problemi giudiziari, giunti a conclusione in questi giorni, a gettare luce sul «principio» della sua vicenda, facendone comprendere lo sviluppo. Come ha dimostrato la recente sentenza della Cassazione, quella vicenda si è basata fin dall’inizio su un intreccio di corruzione, clientele, violazione di regole civili e giuridiche fondamentali; è stata, insomma, fin dalle origini un potere al limite, e spesso fuori, della legge.

Questo è il dato di fondo, permanente, e questo ha inquinato fin dalle origini anche gli obiettivi «modernizzatori» che aveva dichiarato di voler conseguire. Essi appaiono per quello che sono stati: chiacchiere, propaganda... Mentre tutti i suoi governi sono stati ossessionati dal varo frenetico di leggi ad personam, con una confusione di «pubblico» e di «privato» che ha corroso, e fatto degenerare, la Costituzione interiore della nazione italiana, oggi assai più corrotta di quanto fosse prima della sua presa del potere. La fine di questi giorni illumina un «principio» che non è mai cambiato, è sempre stato eguale a se stesso.

C’è poco da gioire, o da ridere, di fronte a questo triste tramonto, alle lacrime che ha versato, al tentativo grottesco di tenere impigliato il governo nelle sue vicende personali. L’Italia che Berlusconi lascia è profondamente indebolita e incrinata nella sua fibra morale, nel suo carattere. E non è consolante constatare che la sua lunga vicenda non sarebbe finita se non ci fosse stata una crisi internazionale che ha fatto saltare il suo governo e il suo potere. Noi siamo circondati da rovine ed è difficile dire quale sarà l’esito della situazione italiana.

Alcuni punti però appaiono chiari: la sinistra deve ricostruire se stessa, come forza autonoma: Berlusconi è finito anzitutto per la disgregazione del suo partito e per il precipitare dei suoi problemi giudiziari. Ma anche i moderati devono riorganizzarsi, impedendo che prevalgano forze estremistiche di destra. E non mi riferisco ai dirigenti o ai ministri che ora cambiano campo; tanto meno a una «società civile» che dovrebbe per la sua positività contrapporsi alla politica. Né parlo di grandi o piccole intese.

Mi riferisco alle forze delle imprese e delle industrie italiane che dovrebbero uscire da una dimensione corporativa o dalla subordinazione alle correnti estremistiche, come è accaduto negli ultimi anni. Mi riferisco, in breve, a quelle forze che dovrebbero finalmente compiere, nella storia italiana, la loro «rivoluzione» politica e culturale, riorganizzando il loro campo, e non certo nei termini di Montezemolo. Quello che sta avvenendo in questi giorni è un punto di partenza, non un punto di arrivo. Guai a non capirlo.


Una storica farsa

di Antonio Padellaro (il Fatto, 03.10.2013)

Alla fine Enrico Letta ha parlato di “giornata dai risvolti storici”, affermazione del tutto stupefacente a meno che il premier bis non alludesse allo spettacolo tragicomico andato in scena ieri mattina al Senato, questo sì storico poiché niente di simile si era mai visto in un’aula parlamentare. Sulla farsa berlusconiana non aggiungeremo una sillaba a quanto detto al Tg3 dall’insospettabile Vittorio Feltri che di fronte alle giravolte di Berlusconi ha chiesto l’intervento degli infermieri. Ma cosa avesse Letta da esultare resta un mistero.

Cinque mesi fa, Napolitano gli fece gentile dono del governo delle larghe intese e di una maggioranza bulgara e cinque mesi dopo si è ritrovato in mano un catorcio inutilizzabile con una maggioranza raffazzonata e dai contorni incerti. Il giovane Enrico si è detto stufo dei continui ricatti del pregiudicato di Arcore e ha le sue ragioni, ma è davvero convinto che d’ora in poi la navigazione sarà quieta e sicura e la coalizione “più forte e coesa”?

I nuovi compagni di viaggio sono un gruppo ancora imprecisato di transfughi dal Pdl guidati da personaggi come Formigoni, Cicchitto e Giovanardi e non aggiungiamo altro. A parte lo spessore morale e politico degli acquisti, cosa garantisce che chi è uscito così frettolosamente da Palazzo Grazioli non possa rientrarvi convinto dai solidi argomenti del Caimano o dalle telefonate notturne di Verdini?

Senza contare le due parti in commedia di Angelino Alfano, nello stesso tempo leader degli scissionisti e segretario del Pdl di cui rivendica l’uso del marchio e della cassa. Quanto alla pretesa del condannato di essere salvato da decadenza e ineleggibilità, sembra cambiato poco. Per coda di paglia e per non finire impalati nelle pagine del vendicativo Giornale di Sallusti, i disertori si dicono pronti a immolarsi per salvare l’amato Silvio dalla persecuzione giudiziaria e conservargli il posto in Senato.

Infine, non una parola del premier sull’aumento dell’Iva e sul ripristino dell’Imu che sopravviverà con un nome diverso. Insomma, B. non è messo bene, ma potrebbe aver scaricato su Letta nipote la zavorra dei “traditori” e le tasse da far pagare agli italiani. Chi ha fatto l’affare?


E nell’Aula irruppe lo Spirito Santo

di Gian Arturo Ferrari (Corriere, 03.10.2013)

E così alla fine lo Spirito Santo si è poi deciso a scendere nell’aula tutt’altro che sorda e grigia (ma quella era Montecitorio...), bensì rutilante di rosso e oro, del Senato. Ma che cosa c’entra lo Spirito Santo, si chiederà il lettore? C’entra, c’entra. Perché è stato evocato - prudentemente, cautamente, copertamente, cioè indirettamente e obliquamente - da Enrico Letta. Il quale nel suo discorso di cui adesso, a cose fatte, si possono apprezzare le asciutte eleganze, ma che deve essere stato pronunciato con la bocca secca, ha inserito una nobile e severa citazione di Benedetto Croce.

«Ciascuno di noi - disse Croce alla Costituente l’11 marzo 1947 e ha ripetuto Letta - si ritiri nella sua profonda coscienza e procuri di non prepararsi, col suo voto poco meditato, un pungente e vergognoso rimorso». Una frase da etica protestante, che riecheggia la lapide posta nell’Abbazia di Westminster di fronte alle tombe delle sorelle regine, Maria (cattolica) ed Elisabetta (anglicana), dove si auspica che «vengano qui ricordati tutti coloro che nell’età della Riforma diedero la vita per amore di Cristo e di fronte alla propria coscienza».

Un richiamo alla coscienza, specie se profonda, non abituale nella nostra cultura e nel nostro costume. Quest’aria più fina (Letta aveva iniziato citando un altro padre della patria, Luigi Einaudi) deve aver colto un po’ di sorpresa i senatori e fatto correre un brivido nelle loro menti. Che così spronate hanno cercato di mostrarsi all’altezza, rispolverando antichi soprammobili ovvero cercando di far fuoco con la legna che avevano sottomano. E dunque il senatore D’Anna ha riagguantato un Voltaire (non dei più incisivi, per la verità): «quando i diritti di un uomo sono minacciati, sono in pericolo i diritti di tutti», l’uomo essendo naturalmente Berlusconi.

Il medesimo Berlusconi, in anticipo sul discorso di Letta, aveva fatto ricorso, nell’intervista di Panorama, a Giovannino Guareschi e al suo bellissimo «non muoio neanche se mi ammazzano». Ma scambiando la prigionia nazista con la molto successiva condanna penale per diffamazione, aveva destato le ire dell’Anrp, Associazione nazionale reduci dalla prigionia, e del suo presidente, Enzo Orlanducci, dato che la frase di Guareschi è il motto dei militari italiani internati in Germania per non aver voluto aderire a Salò. I quali internati non gradiscono che il loro motto venga fatto proprio da chi è stato condannato per evasione fiscale.

Da ultimo l’ineffabile senatore Scilipoti, dicendosi intenzionato a seguire ad oltranza Enrico Letta, ha concluso trionfalmente «Insomma, per dirla con una citazione della Primavera di Praga, “continuons le combat”». Incurante del fatto, ma qui la lingua avrebbe dovuto insospettirlo,che il «continuons le combat» (continuiamo la lotta), preceduto dal canonico «ce n’est qu’ un debut» (non è che l’inizio), costituisce non uno qualsiasi, ma «il» motto per eccellenza del Maggio francese e nulla ha a che vedere né con Praga né con la sua primavera. Per non dire che si fa un po’ fatica a immaginare il medesimo Scilipoti, ma se è per questo anche Enrico Letta, nei panni di un sessantottino o di un giovane praghese di fronte ai carri armati.

Per tornare o meglio per venire allo Spirito Santo, il saggio Letta nella sua citazione del discorso di Croce che risale al 1947 ha omesso il seguito. Che suona così: «Io vorrei chiudere questo mio discorso, con licenza degli amici democristiani dei quali non intendo usurpare le parti, raccogliendo tutti quanti qui siamo a intonare le parole dell’inno sublime: “Veni, creator spiritus, mentes tuorum visita, accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus”. Soprattutto a questi: ai cuori». E proprio in cuor suo, senza dirlo, Enrico Letta deve aver sperato che lo Spirito Santo visitasse quelle menti. È stato accontentato, ma oltre ogni più rosea aspettativa. Lo Spirito Santo, tenuto come una carta coperta dentro la citazione di Croce, ha dato prova della sua potenza esplosiva. Non conosce mezze misure. Li ha illuminati tutti, anche Berlusconi. Troppa grazia.


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