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Esteri

Parla Fidel: «Siamo poveri e in guerra, tutto per colpa degli Usa». Dialogo tra Fidel Castro e Gianni Vattimo - di Gianni Vattimo

domenica 28 maggio 2006 di Emiliano Morrone
di Gianni Vattimo
Di ritorno da L’AVANA. Ebbene sì, anch’io sono tra quegli intellettuali occidentali che si lasciano affascinare da dittatori e caudilli sudamericani, magari anche attratti dal fatto di essere invitati a viaggi principeschi verso le loro spiagge dorate... Le spiagge di Cuba sono effettivamente dorate, ma io ci sono arrivato, su invito della Biennale d’arte della Avana, con un volo charter in cui non c’era nemmeno il posto per le gambe, in compagnia di turisti per lo più (...)

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> Parla Fidel: «Siamo poveri e in guerra, tutto per colpa degli Usa». Dialogo tra Fidel Castro e Gianni Vattimo - di Gianni Vattimo

lunedì 29 maggio 2006

Comitato Politico Nazionale del PRC del 03-04 maggio 2003

Ordine del giorno su Cuba presentato da PROGETTO COMUNISTA (SINISTRA DEL PRC)

www.progettocomunista.it

Il CPN del PRC esprime il proprio sostegno incondizionato a Cuba nella sua lotta nei confronti dell’imperialismo. Ritiene infatti dovere di ogni comunista nel mondo difendere Cuba come stato e le conquiste che permangono della sua rivoluzione.

Non possono che essere respinte con sdegno le argomentazioni sviluppate, rispetto ai recenti avvenimenti, da quelle forze che non hanno trovato e non trovano obiezione alcuna alle guerre imperialiste; all’embargo genocida decretato e mantenuto per un decennio dall’ONU contro l’Irak e che ha causato un milione e mezzo di vittime; alle molteplici forme di sfruttamento, oppressione e repressione che quotidianamente causano migliaia e migliaia di morti nel mondo capitalistico.

La loro opposizione alla pena di morte e alla repressione a Cuba non è che l’espressione di una volgare demagogia. Quello che in realtà imputano a Cuba è il fatto di non adeguarsi puramente e semplicemente all’imperialismo e di mantenere una continuità ideologica e, in parte, materiale con il processo di rivoluzione anticapitalistica del 1958-1960.

Come PRC riconosciamo a Cuba il diritto di autodifendersi nell’attuale situazione anche con misure drastiche contro la reazione. In ogni modo prescindiamo nella nostra posizione di difesa dal giudizio sui singoli atti del governo cubano.

E’ tuttavia dovere dei comunisti sviluppare, dal punto di vista di classe e rivoluzionario, un giudizio chiaro sull’attuale regime cubano. Il CPN ritiene che ciò che esiste a Cuba è un profondo deficit, a carattere qualitativo, di dittatura del proletariato. Un regime questo che, per noi non può che essere che quello che si è espresso per la prima volta nella Comune di Parigi e poi nell’Ottobre russo, prima della degenerazione stalinista. Cioè una democrazia operaia basata sull’autorganizzazione delle masse proletarie che imponga il proprio dominio egemonico (“dittatura”) sull’insieme della società trasformata in un processo di socializzazione.

A Cuba invece, nella sua più che quarantennale storia post rivoluzionaria, il potere non è mai stato nelle mani di strutture consiliari di operai e contadini. Al di là delle ultime decisioni, obiettivamente esagerate e controproducenti, avvenimenti recenti hanno sottolineato questo deficit di democrazia operaia. Così è stato per le elezioni formalmente in termini di democrazia parlamentare aclassista, con 179 candidati per 179 eleggibili, senza nemmeno la possibilità di voto negativo. Così per il referendum plebiscitario di sostegno al regime, concluso con un incredibile 99,2% di voti favorevoli.

Più in generale la mancanza di democrazia operaia si esprime in un parlamento che vota sempre all’unanimità, e in un Partito che si riunisce in congresso circa ogni dieci anni e, anche in questo caso, così come nei suoi organismi dirigenti, non vede che voti all’unanimità. Mentre su tutto veglia, con potere decisionale supremo il “leader maximo”.

Né l’aggressione imperialista, col blocco, né l’isolamento di Cuba (che del resto era caratterizzata da analoga struttura di regime anche all’epoca in cui esisteva e ed era potente il blocco “sovietico”) possono giustificare questa situazione.

La Russia rivoluzionaria dopo il 1917 si trovò isolata, rovinata economicamente da anni di guerra e guerra civile, invasa dall’esercito di 14 potenze imperialiste e loro alleati. Tuttavia, se questa situazione costrinse il regime leninista a limiti nello sviluppo della democrazia operaia, non lo portò mai a farne venir meno alcuni elementi fondamentali (questo fino alla degenerazione stalinista che implicò una vera e propria sanguinosa controrivoluzione burocratica contro il Partito leninista).

Così il Partito comunista russo anche nel corso della guerra civile, realizzò congressi annuali, svoltisi sempre su piattaforme contrapposte che si confrontavano col libero voto degli iscritti, in un quadro di dibattito così aperto che lo stesso Lenin non era garantito della vittoria (e in effetti finì in minoranza nel Comitato Centrale ancora nel 1921). Nelle organizzazioni di massa (soviet e sindacati) dirigenti e delegati si confrontavano liberamente sulle singole decisioni. Il diritto di sciopero era garantito dal codice del lavoro del 1922 che ne indicava la imprescindibilità contro le deviazioni burocratiche nelle aziende statali e, più in particolare, in rapporto alla, sia pur limitatissima, apertura ai capitali privati con la “Nuova Politica Economica” (mentre a Cuba lo sciopero è proibito, nonostante la ormai larghissima e libera presenza di capitale straniero).

La stessa illegalizzazione di fatto dei partiti democratici e della loro stampa era considerata dichiaratamente una misura transitoria che si sarebbe potuto superare con lo sviluppo e il rafforzamento della rivoluzione, in particolare sul piano internazionale. Ampia era poi sulla stampa l’informazione e il confronto tra opinioni e posizioni diverse su temi politici e sociali.

Lo stalinismo, prodotto dall’arretratezza economica della Russia e dalla mancata estensione della rivoluzione socialista sul piano internazionale, ha distrutto tutto ciò; ma , ciò non di meno, la realtà della rivoluzione d’ottobre e del regime bolscevico resta come esempio di differenza tra la dittatura del proletariato e un regime burocratico quale, pur con le sue specificità, è stato nella sua storia quello di Fidel Castro.

E’ per questo che il CPN ritiene che la prospettiva che i comunisti devono auspicare e sostenere per Cuba non è quella di una “democratizzazione” astratta e senza contenuti di classe; ma quella dell’instaurazione di un vero potere dei/le lavoratori/trici, basato su una loro autorganizzazione consiliare.

Non si tratta solo dello sviluppo della democrazia operaia, ma della stessa difesa di Cuba e delle sue conquiste dall’imperialismo. Perché solo un coinvolgimento vero dei/le lavoratori/trici cubani nella gestione del potere - identificandoli pienamente con lo stato - può evitare che, il futuro, una volta venuta meno l’attuale leadership (che certamente gode di un vasto prestigio e sostegno popolare) si ripetano le drammatiche esperienze di altri stati post capitalistici burocraticamente dominati (in termini marxisti “stati operai degenerati o deformati”) che sono caduti nel processo controrivoluzionario di restaurazione del capitalismo.

E’ nella prospettiva di un vero potere del proletariato cubano, insieme con lo sviluppo di processi rivoluzionari vincenti in America Latina e nel mondo, che sta il futuro per Cuba e la sua rivoluzione. Ed è quindi con questo approccio generale che il PRC ribadisce il proprio sostegno incondizionato a Cuba in questo difficile frangente.


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