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DONNE E UOMINI, CITTADINE E CITTADINI. Per un ri-orientamento antropologico e teologico-politico ....

25 Giugno 2006: salviamo la Costituzione e la Repubblica che è in noi - di Federico La Sala

giovedì 26 giugno 2008 di Vincenzo Tiano
di Federico La Sala (Libertà - quotidiano di Piacenza, 08.06.2006, p. 35)
Il 60° anniversario della nascita della Repubblica italiana e dell’Assemblea Costituente, l’Avvenire (il giornale dei vescovi della Chiesa cattolico-romana) lo ha commentato con un “editoriale” di Giuseppe Anzani, titolato (molto pertinentemente) “Primato della persona. La repubblica in noi” (02 giugno 2006), in cui si ragiona in particolar modo degli articoli 2 e 3 del Patto dei nostri ’Padri’ (...)

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> 25 Giugno: Salviamo la Costituzione e la Repubblica che è in noi ----- Quel giorno di libertà a Firenze, 64 anni fa (di Silvano Sarti)... Liberazione. Sessantaquattro anni dopo Teresa Mattei racconta quei giorni a Firenze (di Mauro Bonciani)

martedì 12 agosto 2008

l’Unità 10.8.08

Quel giorno di libertà a Firenze, 64 anni fa

di Silvano Sarti, Presidente provinciale Anpi Firenze

Centinaia e centinaia di giovani, inquadrati nelle formazioni partigiane scese dalle montagne e dai boschi, centinaia di giovani inquadrati nelle squadre d’azione dei quartieri e delle zone cittadine, dopo mesi di preparazione, di attesa, di lotta in città e nei campi di battaglia, l’11 agosto iniziarono i combattimenti strada per strada per liberare la città di Firenze dai nazifascisti. La conclusione della battaglia, proseguita fino ai primi di settembre, fu di esempio per tutta Italia e per il resto dell’Europa ancora sotto il tallone di ferro di Hitler e del suo servo Mussolini.

Il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, che guidò l’insurrezione e si assunse il governo della città e della provincia, era costituito dagli uomini di tutti i partiti antifascisti. L’unità di intenti e di ideali, che fece superare anche divergenze e conflitti politici, fu il cemento su cui si costruì, negli anni successivi, la democrazia repubblicana in Italia.

L’Anpi di Firenze è consapevole del peso che comporta una eredità così grande, in cui confluirono anche venti anni di lotta tenace contro il fascismo, pagata con il carcere e le persecuzioni, e si pone perciò di fronte ai grandi dilemmi e problemi del presente con grande senso di responsabilità. I principi e i valori di tolleranza che si sono voluti collocare alla base del sistema democratico hanno permesso di affrontare nodi cruciali come la pacificazione e la riconciliazione nazionale. Sono stati perdonati coloro che avevano commesso il tragico errore di aderire al fascismo repubblichino, purché non si fossero macchiati di crimini (sappiamo purtroppo che poi fu fatto un uso distorto e perfino vergognoso della clemenza su cui la Repubblica democratica voleva dare avvio ad un nuovo corso della storia nazionale). Si è provato anche senso di compassione per coloro che morirono dalla parte sbagliata, per una causa sbagliata. Erano anch’essi vittime, purtroppo non sempre consapevoli, dell’inganno del fascismo, in cui erano caduti tanti giovani (istradati da cattivi maestri).

Ma questo perdono non voleva significare, e non potrà mai significare, che battersi dalla parte della libertà, come fecero i giovani partigiani, equivaleva a battersi dalla parte della dittatura e del terrore, come fecero i repubblichini.

Purtroppo la crisi dell’unità antifascista e l’inizio della guerra fredda impedirono che portasse a compimento un vero e proprio processo al fascismo che aveva infettato profondamente il nostro paese e lasciato in eredità i suoi frutti avvelenati. Una certa nostalgia di fascismo è rimasta, più o meno strisciante, più o meno vergognosa di se stessa, ma capace di tanto in tanto di rialzare la testa e di ripresentarsi in vesti nuove, sotto forma di populismo o di razzismo xenofobo, di attacco alla Costituzione e ai suoi capisaldi. Le forze della Resistenza, posti i pilasti fondamentali della nuova identità democratica del Paese, non hanno mai rinunciato a prendere posizioni e a combattere contro tentativi di colpo di stato, contro lo stragismo fascista, contro il terrorismo delle brigate rosse negli anni di piombo, contro la criminalità organizzata della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, contro la P2.

Su questo terreno e partendo da questi presupposti è ancora possibile e necessario costruire e sviluppare un dialogo su cui le forze della democrazia debbano cercare di costruire una società nuova, di rinnovare lo stato italiano. Da parte di ognuno ci si deve accingere a quest’opera con spirito di servizio, recuperando, in un momento di grave crisi di fiducia nei confronti della politica, che molti cittadini e soprattutto le giovani generazioni avvertono sempre più estranea e lontana, il senso profondo di un’etica dell’impegno politico, vissuto non come occasione per ottenere privilegi e sviluppare lucrose carriere, ma come slancio a favore della collettività e per il bene del paese.

I partigiani fiorentini, gli uomini della Resistenza e dell’antifascismo, hanno scritto pagine luminose in questo senso, nei momenti della lotta e nei momenti della costruzione dell’Italia Repubblicana e democratica. Oggi vogliono lasciare questo messaggio forte e inequivocabile alle generazioni nuove, quelle nelle cui mani si trova il destino del paese ed il suo futuro.

A loro un appello a impegnarsi, a battersi per costruire una società più giusta, più consapevole del diritto dei giovani allo studio, al lavoro, alla casa, alla famiglia ed un mondo più equo, dove allo spreco sfacciato di una parte, corrisponde la miseria tragica e disperata di enormi masse di individui.

Questo è il momento in cui occorre un nuovo slancio ed un rilancio dei valori antifascisti che sono sanciti nella nostra Carta costituzionale ed un impegno unitario di tutte le forze progressiste per lo sviluppo democratico e civile del nostro Paese. Nessuna energia deve andare dispersa, nessun conflitto o dissapore deve far perdere di vista gli obiettivi fondamentali della difesa della libertà, del rinnovamento dell’Italia in un’Europa che sia sempre più garanzia di crescita democratica e forza di pace nel mondo.


Corriere Fiorentino inserto del Corriere della Sera 10.8.08

Liberazione. Sessantaquattro anni dopo Teresa Mattei racconta quei giorni a Firenze

-  «Io, donna e partigiana viva grazie a un fascista»
-  «L’entrata in Palazzo Vecchio, la fame, il rispetto dei comandanti uomini. E quella volta che un gerarca mi salvò dalle Ss»

di Mauro Bonciani

La voce è flebile, gli anni e le torture subìte pesano, il tempo sfuma. Guerra, fame, paura, si intrecciano a speranza, forza, solidarietà. Il caleidoscopio di 64 anni fa si ricompone, senza sconti per nessuno, con sincerità e umanità. L’11 agosto 1944 Teresa Mattei era al comando della sua compagnia in Oltrarno, in prima linea nella battaglia di Firenze. Comunista, partigiana, costituente, la più giovane parlamentare eletta, ribelle tanto da essere esplusa dal Pci nel 1955, a 87 anni Teresa combatte ancora.

Qual è il ricordo più bello che ha della Liberazione?

«Quando siamo entrati in Palazzo Vecchio, in prefettura, allora ho capito davvero che la città era libera, ho avuto tempo per pensare; prima, nei giorni di battaglia non c’era stato tempo, sono stati momenti terribili, i più duri. In quei giorni abbiamo dovuto seppellire i morti nell’orto botanico di via La Marmora perché non c’era altro posto».

Chi era Teresa Mattei?

«Ero giovane e la nostra famiglia era antifascista. Mi sono iscritta al Pci nel 1942, nel ’44 mio fratello Gianfranco, torturato in via Tasso a Roma, si è ucciso per non rischiare di tradire i compagni, e la famiglia, babbo, mamma e sette fratelli, era dispersa».

Donna e partigiana: difficile?

«No. Noi partecipavamo alle iniziative della Resistenza esattamente come gli uomini. Non avevamo vantaggi nelle formazioni partigiane, ma li avevamo per muoverci. Era più facile portare armi, fare le staffette, aiutare chi era in montagna. E avere un compagno, un marito in montagna o in carcere ci dava più forza».

Com’era Firenze in quei mesi?

«Ricordo la fame, che fame... ho lottato con i cani randagi per strappargli pezzi di pane ammuffito. Ma c’era anche tanta solidarietà, tutti ci si aiutava e chi aveva qualcosa lo divideva con gli altri».

I comandanti partigiani uomini la rispettavano?

«Io comandavo 50 partigiani e alla vigilia della Liberazione si unirono a noi molti garibaldini scesi dalle montagne e alcuni ex-prigionieri di guerra russi, inglesi e scozzesi che ci aiutarono, e avevo il rispetto di tutti. E non ero un’eccezione. Le donne erano tante e avevano avuto un ruolo deciviso anche negli scioperi, da quelle delle tabacchine della Manifattura a quello della Galileo».

Il momento in cui ha corso più rischi?

«Mi ricordo benissimo tutte le volte che ho fatto la staffetta passando sopra Ponte Vecchio, nel corridoio vasariano, per portare gli ordini del Cln in Oltrarno (episodio ripreso da Roberto Rossellini in Paisà, ndr). Forse è stato quello».

Ha mai ucciso?

«Io per scelta non portavo armi, neppure in quei giorni. La guerra è dura e noi abbiamo fatto anche molte fucilazioni spicce con i tribunali militari del popolo in piazza Santa Maria Novella, ma non ci furono eccessi. Sapevano benissimo chi erano i veri fascisti».

Quando ha avuto paura?

«Sempre... Ma avere paura, non significava non avere il coraggio di superarla. Ho avuto paura ad esempio quando le Ss mi arrestarono a Perugia, sapevamo cosa significava e io lo sapevo bene, visto quanto era accaduto a mio fratello».

Come si salvò?

«Fui violentata e torturata dai nazisti, le vertebre mi fanno male da allora e oggi sono in carrozzella, e alla fine mi dissero: "Domattina ti fuciliamo". Ma un gerarca fascista, uno dei guardiani, continuava a dire "mi sembra una brava ragazza, non è una partigiana" e la notte mi fece fuggire. L’ho rivisto solo dopo la guerra, quando sono andata al suo processo ed ho testimoniato in suo favore, ricordando quanto aveva fatto, facendogli avere una riduzione di pena. Quando ci siamo parlati è stato emozionante; e lui mi ha detto che era diventato antifascista».

Ha qualche rimpianto per quei giorni?

«Uno solo. C’era un ragazzino repubblichino nel carcere delle Murate, un ragazzo che i fascisti avevano preso dal riformatorio e arruolato e parlandoci capii che la sua non era stata una scelta ideologica. Gli ho parlato a lungo, gli ho detto che lo avrei aiutato, che avremmo riconosciuto che lui era pentito. Ma continuava a ripetermi che era troppo brutto quello che aveva fatto, che non si perdonava anche se noi lo perdonavamo. E la notte dopo si uccise».

Qual è il messaggio della Liberazione per i ragazzi di oggi?

«Liberazione e Costituzione ci dicono che essere cittadini e non sudditi è una conquista. La grande lezione, da insegnare ai bambini fin da piccoli, è che ognuno deve essere responsabile della cosa pubblica. Che la libertà non è un dono e va sempre difesa».


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