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L’AMORE GRATUITO ("CHARITAS") DI SUOR EMMANUELLE. Una lezione di vita e una "lezione" (inedita) sull’Annunciazione del Beato Angelico.

dimanche 22 mars 2009
L’ARTE, LA FEDE E I POVERI : UN INEDITO DI SUOR EMMANUELLE
L’Annunciazione per i non credenti
Una tela come quella del Beato Angelico, con la rappresentazione dell’invisibile attraverso il gioco dei colori, sembra fatta per colpire profondamente chi non ha fede.
Ma alla vera bellezza, come (...)

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> L’AMORE GRATUITO ("CHARITAS") DI SUOR EMMANUELLE. --- BEATO ANGELICO. L’ALBA DEL RINASCIMENTO. « Il beato propagandista del Paradi­so », così Elsa Morante ... dal 7 aprile una grande mostra a Roma, nei Musei Capitolini (di Giovanni Morello).

vendredi 3 avril 2009

Roma

-  Cinque secoli e mezzo fa moriva il frate di Fiesole oggi beato. Dopo oltre cinquant’anni dall’ultima esposizione dedicata all’artista rinascimentale martedì si inaugura una grande rassegna che ne celebra il genio
-  Saranno esposte tutte opere di attribuzione certa, anche quelle meno note al pubblico, tra cui la predella di Zagabria, l’Annunciazione di Dresda, il San Giovanni di Lipsia e il trittico dei « Beati e Dannati » che arriva da Oltreoceano
Angelico è il pittore del Paradiso

DI GIOVANNI MORELLO (Avvenire, 03.03,2009).

« Il beato propagandista del Paradi­so », così Elsa Morante titolava una appassionata prefazione al primo catalogo moderno delle opere dell’Angelico, redatto da Umberto Baldini, apparso nella benemerita collana dei « Classici dell’Arte Rizzoli », nel 1970. Ed effettivamente nessu­no meglio di fra’ Giovanni da Fiesole è riu­scito a presentare agli occhi meravigliati di noi comuni mortali le atmosfere mistiche e le realtà soprannaturali della fede cristiana.

I suoi angeli eterei e carnali, rivestiti da pre­ziose vesti colorate, sembrano sempre in procinto di spiccare il volo dispiegando le loro surrealistiche ali multicolori. Le sue Madonne, giovani e delicate, costituiscono non solo un inno terreno alla dolcezza della maternità, ma anche, o forse soprattutto, dell’umile e convita accettazione della vo­lontà di Dio. Il suo Paradiso, a cui si accede danzando, condotti per mano dagli angeli, come nel Giudizio Finale degli Uffizi o in quello di Berlino, raffigurano il momento culminante di quella « Storia della Salvezza » che ha costituito il leit-motiv dell’opera pit­torica del frate domenicano a cui ora viene dedicata una grande mostra a Roma, nei Musei Capitolini, sotto l’egida del Comitato Nazionale per le celebrazioni del 550° anni­versario della morte del Beato Angelico.

Sono esattamente cinquantaquattro anni, dal lontano 1955, che all’Angelico pittore non viene dedicata una grande mostra mo­nografica, e anche nel mondo il panorama non è molto affollato in questo senso, se si esclude la grande mostra al Metropolitan Museum of Art di New York del 2004. Senza voler essere maliziosi e ritenere che ciò pos­sa derivare da un inconscio tentativo di ri­mozione da parte di una certa cultura ege­mone, ancora impregnata di dogmi laici e certezze terrene, c’è da dire che a differenza di quasi tutti gli altri grandi artisti l’esistenza di un Museo, nel convento di San Marco a Firenze, quasi ad personam interamente dedicato all’opera dell’Angelico, ha garanti­to al pittore domenicano una sorta di « espo­sizione permanente » della gran parte dei suoi capolavori rendendo così meno pres­sante la realizzazione di mostre monografi­che.

Il 24 febbraio 1955 Pio XII, con un ispirato discorso, aveva inaugurato in Vaticano, nelle sale adiacenti alla splendida Cappella Nic­colina, mirabilmente affrescata con le storie dei diaconi Lorenzo e Stefano da fra’ Gio­vanni da Fiesole, una grande mostra dedica­ta alle opere del frate domenicano, sintetiz­zava la valenza culturale dell’arte angeli­chiana, collocata lungo le vie maestre della cultura occidentale, come pilastro insosti­tuibile, « sia come interprete della sua epoca, sia come effigie promotore dell’avanzamen­to di quella ». Da quel discorso prendeva il via un com- plesso processo culturale ed ecclesiale, con­cluso il 3 ottobre 1982 con il motu proprio di Giovanni Paolo II che riconosceva uffi­cialmente il culto liturgico, con il titolo di ’beato’, a fra’ Giovanni da Fiesole.

Nella mostra capitolina « Beato Angelico. L’alba del Rinascimento », che aprirà i bat­tenti il prossimo 7 aprile, per continuare fi­no al 5 luglio, sarà possibile seguire, il per­corso artistico del frate pittore, attraverso tavole, disegni e manoscritti miniati, dalle prime opere giovanili, come la Tebaide degli Uffizi o la Madonna di Ceri del Museo Na­zionale di Pisa, alle ultime della sua matu­rità romana, come la Madonna con il Bam­bino di Santa Maria sopra Minerva, già rite­nuta opera del suo discepolo Benozzo Goz­zoli, o la predella della Pala di Bosco ai Frati, dell’omonimo Museo fiorentino, restaurato per l’occasione, così come il trittico con Giudizio finale, Ascensione e Pentecoste, del­la Galleria Corsini. Roma fu infatti la città dove per circa dieci anni egli realizzò impor­tanti cicli pittorici, purtroppo quasi tutti perduti, tranne quello della vaticana Cap­pella Niccolina. Roma fu anche la città dove egli chiuse gli occhi sul mondo, per riaprirli in quel Paradiso da lui dipinto e sempre a­gognato. Roma è la città che ne conserva, al­la venerazione dei fedeli, la tomba nella do­menicana basilica di Santa Maria sopra Mi­nerva.

La scelta delle opere è stata compiuta te­nendo presente due direttrici : da un lato ha osservato criteri di qualità ed autografia, con una significativa campionatura delle varie fasi della produzione dell’Angelico (tra i dipinti figurano un capolavoro assoluto come il Paradiso degli Uffizi, il grande tritti­co di Cortona completo della sua predella, la luminosa e policroma Annunciazione di San Giovanni Valdarno, e due dei quattro straordinari pannelli dell’Armadio degli Ar­genti del Museo di San Marco), dall’altro ha mirato a far conoscere opere meno note, o mai esposte, per offrire agli studiosi e al grande pubblico una occasione privilegiata di approccio al mondo artistico e spirituale del Beato Angelico. Saranno così visibili per la prima volta la notevole e complessa pre­della di Zagabria ( Stimmate di san Francesco e Martirio di san Pietro), la problematica Annunciazione di Dresda (riassemblata nel XVI secolo), il pregevole frammento con San Giovanni Battista di Lipsia (forse collegabile alla pala di San Marco), i due raffinati latera­li di trittico con i Beati e i Dannati (1430 c.) oggi in collezione privata americana.

Proprio quest’ultima emozionante opera, probabili pannelli laterali di un trittico che doveva avere al centro un Giudizio Finale perduto, ci riporta al Paradiso dell’Angelico. I due pannelli mostrano su un lato i beati che ascendono festosi nelle lo­ro bianche vesti verso il cielo, dal­l’altro i dannati che precipitano di­sperati nelle fiamme dell’Inferno. Questo moto, ascensionale da un lato e discendente dall’altro, non doveva essere ignoto a Michelange­lo per il suo Giudizio della Cappella Sistina. D’altro canto il Buonarroti era un fervente ammiratore dell’An­gelico, di cui conservava gelosa­mente nella sua casa romana un re­sto di affresco con la Vergine, prove­niente dalla distrutta cappella in San Pietro, opera del pittore del Mu­gello.


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