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"X"- FILOSOFIA. LA FIGURA DEL "CHI": IL NUOVO PARADIGMA.

venerdì 20 settembre 2019
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"CHI" SIAMO NOI IN REALTÀ. Relazioni chiasmatiche e civiltà. Lettera da ‘Johannesburg’ a Primo Moroni (in memoriam)
RIPENSARE L’EUROPA!!! CHE COSA SIGNIFICA ESSERE "EU-ROPEUO".
RIPENSARE L’EUROPA... ANCORA NON SAPPIAMO DISTINGUERE L’UNO DI (...)

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> "X"- FILOSOFIA. LA FIGURA DEL "CHI": IL NUOVO PARADIGMA. --- Nessuno di noi nasce con un’identità, perché l’identità è frutto del riconoscimento, quindi è un fatto sociale

lunedì 14 settembre 2015

Lettere

SEI TU A DIRMI CHI SONO IO

Nessuno di noi nasce con un’identità, perché l’identità è frutto del riconoscimento che ci proviene da chi ci è accanto, quindi è un fatto sociale

RISPONDE Umberto Galimberti (la Repubblica - D, 12 settembre 2015)

      • Nella scuola dell’infanzia di mia figlia quest’anno le insegnanti hanno deciso di lavorare sul concetto di identità. Viene consegnato alle famiglie un foglio in cui si spiega il percorso educativo che si vuole andare a svolgere attorno a questo complesso tema e si dichiara di voler promuovere la memoria personale, la narrazione, l’ascolto e la conoscenza di sé e dell’altro. A un certo punto si cita Giovanni Jervis: La conquista dell’identità. Essere se stessi, essere diversi. Probabilmente con un taglio forzato dalle esigenze di spazio e una decontestualizzazione penalizzante, viene riportato questo periodo: «L’immagine di noi stessi è elaborata non tanto con gli altri quanto soprattutto dagli altri. Basta pensarci un attimo: fin dalla più tenera infanzia sono stati gli altri a dirci chi siamo. Gli altri ci vedono sotto una certa immagine, che noi tendiamo a far nostra».
        -  Da semplice genitore, non da insegnante né da psicanalista, mi si è gelato il sangue. Mi ha impaurito, soprattutto considerata la fascia d’età dai 3 ai 6 anni, questa eccessiva "esternalizzazione".
        -  Agnese Doria
        -  agnesedoria@libero.it

Perché le si raggela il sangue per un’ovvietà così evidente? Teme la responsabilità di non avere consegnato a sua figlia un’identità adeguata? Non si preoccupi. Non c’è solo lei nel mondo della sua bambina, e tanti concorrono a formarle l’identità. Perché l’identità è un dono che ci fanno gli altri. Noi non nasciamo con un’identità, ma la acquisiamo dalle relazioni con gli altri che ci approvano e ci confermano nel nostro modo di vivere, oppure ci disapprovano insinuandoci dubbi circa il nostro modo di essere, inducendoci a modificarlo.

Ma per comprendere queste cose è necessario capire e soprattutto interiorizzare che il due viene prima dell’uno, perché a generare l’uno è il due. Lo sanno benissimo le donne, più dei maschi, perché il loro corpo, sia che generino sia che non generino, è ordinato biologicamente e psicologicamente anche per l’altro da sé, per cui la relazione viene tendenzialmente prima della loro identità che, in generale, trovano nella relazione. Questo spiega perché le donne tendenzialmente desiderano generare e sono propense, più dei maschi, ad accudire. Ma questo spiega anche perché le donne solitamente esprimono la loro sessualità a partire dalla relazione, mentre i maschi non disdegnano di esprimerla anche a prescindere.

Entrando più specificatamente nel tema che la sua lettera propone: se quando i bambini in età prescolare esprimono la loro visione del mondo con i disegni che mostrano ai genitori, o con le domande che pongono loro, noi prestiamo interesse e attenzione, questi bambini si sentono riconosciuti e il riconoscimento è alla base della costruzione di un’identità positiva; se invece trascuriamo le loro domande o non valutiamo i loro tentativi di descrivere come avvertono il mondo intorno a loro, il messaggio che mandiamo è che quello che fanno non è per noi di alcun interesse. E loro concludono che non contano niente ai nostri occhi e quindi che non valgono niente. Premessa, questa, che porta all’autosvalutazione, per compensare la quale costruiscono un’identità negativa.

Abbiamo dimenticato infatti che, come dicevano a più riprese gli antichi Greci: «L’uomo è un animale sociale», e perciò non trova una propria identità se non nella relazione con l’altro, che può essere positiva e quindi costruttiva o negativa e di conseguenza distruttiva. Del resto lo diceva con chiarezza Aristotele: «Siccome l’uomo non è autosufficiente, la comunità e quindi la città (pólis) viene per natura prima dell’individuo, e chi non è in grado di entrare in relazione con gli altri, o per la sua presunta autosufficienza non ne sente il bisogno, o è bestia o dio» (Politica, 1295 b).

Con l’introduzione del concetto di "anima", il cristianesimo ha affermato il primato dell’individuo rispetto alla comunità, facendoci scordare che la relazione con l’altro e il riconoscimento che dall’altro otteniamo sono il fondamento della nostra identità. E questo anche quando con le guerre uccidiamo i nostri simili, perché, come ci ricorda Hegel: «Mentre gli animali uccidono per nutrirsi, gli uomini sottomettono e uccidono i propri simili per avere dai vinti il riconoscimento del loro superiorità».

Spero che queste considerazioni non le raggelino ulteriormente il sangue, ma la persuadano che non siamo creatori di noi stessi: ci piaccia o meno, anche per la costruzione della nostra identità, quindi anche per ciò che c’è di più intimo a noi stessi, dipendiamo dagli altri. Nessuno di noi nasce con un’identità, perché l’identità è frutto del riconoscimento che ci proviene da chi ci è accanto, quindi è un fatto sociale


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