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"X"- FILOSOFIA. LA FIGURA DEL "CHI": IL NUOVO PARADIGMA.

venerdì 20 settembre 2019
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"CHI" SIAMO NOI IN REALTÀ. Relazioni chiasmatiche e civiltà. Lettera da ‘Johannesburg’ a Primo Moroni (in memoriam)
RIPENSARE L’EUROPA!!! CHE COSA SIGNIFICA ESSERE "EU-ROPEUO".
RIPENSARE L’EUROPA... ANCORA NON SAPPIAMO DISTINGUERE L’UNO DI (...)

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> "X"- FILOSOFIA. LA FIGURA DEL "CHI": IL NUOVO PARADIGMA. - DALLA DEMOCRAZIA ALLA "DATACRAZIA" (di Derrick De Kerckhove)

lunedì 18 marzo 2019

LA "PROFEZIA" DI MARSHALL MCLUHAN .... *


DALLA DEMOCRAZIA ALLA "DATACRAZIA"

di Derrick De Kerckhove (Media2000, 15 marzo 2019)

La democrazia fu inventata per superare la tirannia, ma è possibile che da Pericle a oggi il processo decisionale sia stato sublimato fino a scadere nel semplice quesito referendario sul modello “siete d’accordo o meno?”. Ad Atene si era riusciti a ovviare alle derive autoritarie, intrinseche allo sviluppo delle polis e ciclicamente riproposte, grazie a un complesso sistema che per primo nella storia introdusse la partecipazione di tutti alla vita pubblica, o meglio dei soli uomini liberi nativi del luogo che godevano dei diritti di cittadinanza. Seppure non si trattasse di limitazioni marginali (ma il riferimento è sempre di duemila e cinquecento anni fa), si riuscì a raggiungere un alto livello di elaborazione, separando i poteri e istituendo la figura dei politici di professione, che una volta eletti erano pagati e dovevano occuparsi di tutte le questioni rilevanti per la comunità: dalle tasse all’esercito, dalle leggi all’edilizia pubblica. Senza dubbio una delle innovazioni più significative fu l’introduzione del voto come strumento decisionale obbligatorio, non ci si poteva rifiutare di esprimersi e si doveva prendere una posizione.

Più di duemila anni dopo un sistema vagamente simile sopravvive solo in Svizzera dove i cittadini si riuniscono in assemblee che possono votare le leggi o porre quesiti sulle riforme. Nel resto dell’Occidente ci si è resi conto che più grande era il territorio da gestire, più complesso diventava l’apparato necessario, quindi la democrazia diretta si è trasformata in democrazia rappresentativa, declinata in modo particolare da stato a stato (ma, essenzialmente, simile dovunque). Ci si è spinti fino a speculare sul concetto stesso di “democrazia diretta”, che è cambiata radicalmente sia nella pratica sia nella semantica: “diretta” si è trasformato da aggettivo che indica l’assenza di intermediari e deviazioni, a participio passato di “dirigere”, vale a dire “orientata”.

Le classi dirigenti, solo in casi limitati ed eccezionali o per la propria affermazione politica (eclatante in Italia il caso del referendum del quattro dicembre duemilasedici durante il governo Renzi), scelgono di interrogare i cittadini con una domanda che non accetta altre risposte se non “sì” o “no”. Il potere stesso, filtrato dalla burocrazia e dagli apparati politico-economici, è quasi sparito dallo spazio pubblico, allontanando sempre più gli individui dal concetto di “società civile”, che è fondante per la sopravvivenza della democrazia e sembra essersi inceppato con l’avvento di internet.

Tornando alle origini, è interessante interrogarsi su come sia stato possibile per i greci reiterare un sistema dall’apparenza fragile, esposto agli attacchi esterni delle altre realtà statuali e interni dell’ambizione individuale. Fu proprio l’idea di “società civile” ad arginare la deriva. Il fatto, cioè, che una comunità di individui colti, educati secondo una cultura condivisa in uno spazio comune, si riconoscesse in dei valori e in delle pratiche ben precise.

La stessa idea di “bene comune” inteso come “bene di tutti” e non come territorio di caccia per le mire dei singoli, deriva da una costruzione intellettuale che non si trasmette nell’immediato ma si edifica con lungimiranza, all’interno di un progetto di sviluppo sociale condiviso. Per far sì che questo accada il processo è in primis epistemologico e riguarda il passaggio dalla cultura orale a quella scritta. Riuscire a separare le persone dalle convinzioni legate alla consuetudine, alla memoria personale e alle gerarchie non è stato di certo semplice: bisognava staccare il testo dal contesto e perciò la scrittura è stata fondamentale. In seguito si è dovuto provvedere a separare anche il lettore dal contesto, cioè rompere l’obbligo di ripetere le cose che sono già state formalizzate intorno all’individuo mediante l’acquisizione di una proprietà di linguaggio sufficiente.

Il linguaggio orale, infatti, appartiene a tutti ed è sempre al di fuori, il linguaggio scritto è privato e separa la persona dal popolo, oltre che dal linguaggio stesso. In altre parole l’individuo diventa più forte della comunità, acquisendo una responsabilità civile inesistente in precedenza. È proprio qui che si inserisce la “datacrazia” come pericolo per la democrazia stessa. Dal momento in cui il linguaggio torna a essere non più privato, espressione del sé, ma espressione della morale pubblica, influenzato e diretto (nel senso di “orientato”), si perde quella separazione fondamentale che in un primo momento aveva permesso lo sviluppo della politica, intesa come azione per conto di una comunità di cui si fa parte. Dov’è la comunità oggi? Ovvio, più si rimpicciolisce il campo e si scende nel particolare, più la separazione classica resiste. Tuttavia, a livello generale, la tendenza è ormai conclamata. Si pensi soltanto alla nascita di quello che alcuni definiscono “inconscio digitale” (tutto ciò che si sa su di te che tu non sai) e al fatto che deleghiamo sempre più funzioni cognitive a un sistema del quale, nella stragrande maggioranza dei casi, ignoriamo il funzionamento.

Non solo, bisogna aggiungere un altro fattore dirimente: la scomparsa del referente nel processo comunicativo. Se prendiamo come base il triangolo semiotico di Saussure, infatti, laddove abbiamo il significante e il significato che sono, indissolubilmente, tenuti insieme dall’esistenza del terzo vertice, ossia del referente, non possiamo che constatare una grave crisi di tutto il sistema dell’epistemologia. Venendo a mancare l’elemento di realtà che garantisce allo scrivente e al lettore (o al parlante e all’ascoltatore) la sicurezza che un dato suono corrisponda a un dato concetto, tutto entra in crisi. Fino alle certezze personali: non a caso gli psicologi e i sociologi iniziano a parlare di “redistribuzione del se” nella rete. Va detto che alcuni la auspicano, altri addirittura la predicano e la inseguono quasi come una forma di nuova religione, ma al di fuori della Silicon Valley è difficile immaginare degli adepti per questo culto mistico-dataistico. Anche se, senza bisogno di essere distopici, non è difficile pensare che qualche grande manager delle OTT stia già pensando a un mondo costantemente iper-connesso dove il concetto stesso di individuo sia superato.

Tuttavia, con l’avvento della Rivoluzione Digitale e, soprattutto, dell’ITT, della connettività tra dispositivi e macchine, di una dimensione spaziale inedita, parallela per alcuni aspetti, ulteriore per altri, il concetto di democrazia ritorna prepotentemente in discussione, assumendo un valore nuovo, non necessariamente peggiore.

Si considerino due esempi. Il primo, che potremmo definire “modello Singapore”, prende spunto dal sistema di controllo attuato nella metropoli asiatica. In trent’anni si è passati da una coscienza dello spazio, della convivenza sociale, dell’urbanismo stesso, totalmente rovesciata; basta confrontare delle foto aventi per soggetto alcuni quartieri della città a ridosso del centro. Ciò che pochi decenni fa era un ricettacolo di immondizia e abusivismo disordinato oggi è un’area ultra-moderna funzionale e pulitissima. Il governo cittadino ha infatti introdotto una serie di misure accompagnate dalla crescita esponenziale del controllo dello spazio pubblico mediante telecamere, rilevatori e forze di polizie. È stato così possibile introdurre un giudizio immediato seguito dalla comunicazione ed esecuzione dell’ammenda o della pensa senza possibilità di contestazione. Molto banalmente, si è totalmente sradicata la pratica di gettare rifiuti per terra nelle strade.

Dall’altro lato potremmo opporre il “modello cinese” in cui il controllo non si esercita solo sullo spazio pubblico ma anche su quello privato. A quali notizie o siti web si ha accesso, quali informazioni è possibile reperire (e in che versione) quali articoli è possibile acquistare e, senza essere cospirazionisti, come ci presenta in pubblico. Proprio dal colosso asiatico giungono i primi social network nei quali è possibile dare un “voto” alle persone, andando a costruire una “reputazione digitale” che però ha delle ricadute evidenti anche sulla vita reale. È la realizzazione finale di quel processo di controllo, operato dal sistema (inteso come somma di tutti i fattori politici, economici e sociali che ci circondano e nei quali viviamo) e, cosa più sorprendente, dai nostri simili, che porta davvero alla distopia orwelliana del “Big Brother”.

In ultima analisi ci si scontra con una dicotomia che non è semplice risolvere. Se da un lato abbiamo il controllo costante, il giudizio immediato, la pena inappellabile, una reputazione potenzialmente deleteria (anche in quei campi che normalmente non ne sarebbero ne affetti, immaginate un padrone di casa che ci nega un affitto solo perché la nostra rete di contatti ci reputa negativamente), una libertà d’informazione condizionata e l’eliminazione progressiva delle specificità; dall’altro è il funzionalismo a emergere, l’ordine, la pulizia, l’armonia sociale, la gestione “smart” delle città e delle macchine. La scelta di campo, come dicevamo, potrebbe apparire scontata sulla carta ma non si tiene conto di un ulteriore cambiamento di paradigma.

In rete si sta passando dalla “cultura della vergogna” alla “cultura della colpevolezza”: vale a dire che dalla responsabilità verso gli altri si sta passando alla responsabilità verso sé stessi. Questo processo, che non è sinonimo di consapevolezza o presa di coscienza, è foriero del ritorno a un individualismo escludente, nemico per antonomasia del concetto di comunità e, quindi, di società civile. Come al solito, le modalità per invertire questa tendenza e per sovvertire il paradigma sono nel medium stesso (cioè in internet) ma c’è bisogno, ritornando alle origini della rivoluzione democratica, di separarsi dal contesto e acquisire nuova consapevolezza.


Sul tema, nel sito, si cfr.:

"X"- FILOSOFIA. LA FIGURA DEL "CHI": IL NUOVO PARADIGMA. -- LA CONVIVIALITA’. Possono esistere delle (nuove) tecnologie conviviali?

Federico La Sala


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