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"X"- FILOSOFIA. LA FIGURA DEL "CHI": IL NUOVO PARADIGMA.

venerdì 20 settembre 2019
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"CHI" SIAMO NOI IN REALTÀ. Relazioni chiasmatiche e civiltà. Lettera da ‘Johannesburg’ a Primo Moroni (in memoriam)
RIPENSARE L’EUROPA!!! CHE COSA SIGNIFICA ESSERE "EU-ROPEUO".
RIPENSARE L’EUROPA... ANCORA NON SAPPIAMO DISTINGUERE L’UNO DI (...)

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> "X"- FILOSOFIA. A FIGURA DEL "CHI": IL NUOVO PARADIGMA ---- Il DNA della morale (di Roger Scruton)

domenica 26 febbraio 2012

Il DNA della morale

di Roger Scruton (la Repubblica, 26 febbraio 2012)

Gli esseri umani sono differenti tra loro e vivono in modi differenti. Dovremmo accettare che siamo diversi per natura perché abbiamo seguito tanti percorsi dell’evoluzione? O dovremmo supporre che condividiamo con gli altri l’eredità biologica, ma che lo sviluppo si diversifica per l’ambiente e la cultura? Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha rivisitato il noto dibattito "natura-cultura", che resta un elemento centrale della nostra comprensione della natura umana e dell’etica. Per buona parte del XX secolo, gli studiosi delle scienze sociali hanno sostenuto che la vita umana è un fenomeno biologico a sé stante che procede lungo i canali tracciati della cultura, acquisendo in questo modo forme distinte e spesso reciprocamente inaccessibili. Ogni società tramanda la cultura che la definisce, analogamente a come trasmette la propria lingua. I più importanti aspetti della cultura - la religione, i riti di passaggio e le leggi - hanno sia la funzione di unificare le persone che vi aderiscono sia quella di dividere costoro da tutti gli altri.

Recentemente, gli psicologi dell’evoluzione hanno iniziato a mettere in discussione questo approccio. Anche se la cultura di una tribù può essere considerata un patrimonio ereditato - argomentano - resta da spiegare come questa nasce. Che cos’è che fornisce alla cultura la sua stabilità e la sua funzione? Nel tentativo di rispondere alla domanda si è cominciato a rafforzare il punto di vista secondo cui la cultura non fornisce la spiegazione definitiva di alcuna caratteristica umana importante e nemmeno quella della diversità culturale.

E non si tratta semplicemente delle costanti straordinarie che si riscontrano nelle diverse culture - i ruoli di genere, il tabù dell’incesto, le celebrazioni, la conduzione di guerre, le religioni, gli scrupoli morali o gli interessi estetici - ma del fatto che la cultura è anche parte della natura umana: è il nostro modo di essere. Le nostre gerarchie prevedono incarichi, responsabilità, lo scambio di doni e il riconoscimento cerimoniale. Tutti questi elementi sono compresi nel concetto di cultura, che così intesa è osservabile in tutte le comunità di esseri umani e solo in queste. Perché?

La spiegazione degli psicologi dell’evoluzione è che la cultura è un adattamento. Esiste perché forniva un vantaggio nella riproduzione ai nostri antenati cacciatori-raccoglitori. Secondo questo punto di vista, molte delle abitudini che il modello standard delle scienze sociali imputa alla cultura sarebbero variazioni locali di attributi acquisiti settanta o più millenni fa, nel Pleistocene, e che sono ormai profondamente "cesellati nel cervello" come altri adattamenti dell’evoluzione. In tal caso, le caratteristiche culturali potrebbero non essere tanto plastiche quanto sostengono gli studiosi delle scienze sociali.

Ci sono delle caratteristiche della condizione umana, come i ruoli di genere, che le persone ritengono essere di ordine culturale e pertanto modificabili. Se però si considera la cultura un aspetto della natura, allora non equivale più a qualcosa di "modificabile". Queste caratteristiche controverse della cultura potrebbero essere parte del patrimonio genetico del genere umano. La teoria evoluzionistica della moralità ha rafforzato questo nuovo pensiero. I fautori della cultura considerano l’etica una caratteristica acquisita, trasmessa dagli usi, dalle leggi e dalle punizioni con le quali una società riafferma i propri diritti nei confronti dei suoi membri. Lo sviluppo della genetica, però, apre nuove prospettive.

L’"altruismo" comincia ad apparire come una "strategia" genetica, che conferisce un vantaggio per la riproduzioni ai geni che lo praticano. In questo caso, si sostiene, il comportamento morale non sarebbe una caratteristica acquisita, ma ereditata. Le specie concorrenti che non sono riuscite a sviluppare sentimenti a questo punto sarebbero sparite. E ciò che vale per l’etica potrebbe valere anche per altre caratteristiche umane attribuite finora alla cultura: il linguaggio, l’arte, la musica, la religione, la belligeranza, tutte caratteristiche le cui varianti locali sono molto meno significative della loro struttura comune.

Nel suo saggio Tabula rasa, Steven Pinker riunisce le prove che lo portano a concludere che le nostre capacità fondamentali siano un risultato dell’evoluzione e quindi modificabili solo negli aspetti in cui la malleabilità conferisce un vantaggio nella riproduzione. Questo argomento è stato sviluppato meticolosamente ed è impossibile negare la consistenza delle prove scientifiche portate a sostegno. Si consideri, per esempio, la divisione dei ruoli osservabile dovunque tra uomini e donne. Le ragioni per concludere che si tratti del frutto di una selezione avvenuta nelle condizioni che minacciavano i nostri antenati di estinzione sono potenti. Tanto più se si considera l’evidente neotenia degli esseri umani, ossia la caratteristica di generare una prole dotata di un cervello grande, ma che non è in grado di prendersi cura di sé prima dei dieci anni (oggi nemmeno a questa età). La neotenia costituisce un enorme vantaggio nell’evoluzione, ma ha un costo biologico alto. Le specie i cui figli sono vulnerabili come la prole del genere umano hanno bisogno per potersi riprodurre di contare su una difesa organizzata e su una avanzata capacità di costruire rifugi. Su queste fondamenta è stato costruito il castello romantico della differenza sessuale.

I progressi delle neuroscienze cominciano a suggerire che, se da una parte il cervello è malleabile e adattabile, dall’altra esso presenta limiti e connessioni impressi senza la nostra consapevolezza. Di conseguenza alcuni meccanismi possono condizionare il nostro processo decisionale senza che noi riusciamo a contrastarli. Charles Whitman, che nel 1966 uccise 13 persone e ne ferì altre 32 sparando dall’alto della torre dell’Università ad Austin, Texas, ma che fino a quel momento era stato una persona dal carattere mite, spiegò di aver sentito che qualcosa non andava nella sua testa. Fu ucciso da un tiratore scelto della polizia e la sua autopsia rivelò un piccolo tumore che premeva sull’amigdala, una zona del cervello che le neuroscienze considerano la sede delle reazioni viscerali grazie alle quali proteggiamo il nostro spazio.

Si poteva quindi accusare Whitman per quello che aveva fatto? Partendo dal caso Whitman, David Eagleman (neuroscienziato americano della Rice University, ndr) sostiene che dovremmo rivedere la nostra concezione della responsabilità legale e morale, per arrivare ad accettare che la maggior parte di ciò che facciamo e sentiamo poggia su processi che non possiamo controllare. Il cervello si muove in incognito dietro le nostre decisioni consapevoli così come, passeggiando sulla coperta di un grande transatlantico, abbiamo la sensazione di spostarla con i nostri passi. Eagleman sostiene che la maggior parte delle cose che facciamo è più influenzata da processi inconsci che consci e che concetti quali responsabilità e libertà non sopravviveranno intatti ai progressi delle neuroscienze. Che sia stata la natura o la cultura a conformare il nostro cervello, questa conformazione non è per la maggior parte opera nostra e non è niente che vada a nostro merito o demerito.

Credo però che Eagleman non abbia descritto il problema correttamente. L’idea che lui propone di un "io" fragile che cavalca l’elefante della materia grigia pretendendo di averlo sotto controllo, non rappresenta in maniera giusta la natura dell’atto autoreferenziale. La parola "io" non si riferisce a una qualche "parte" conscia della persona, il resto della quale è un "esso" passivo e nascosto. L’"io" è uno dei termini della relazione io-tu, che è a sua volta un rapporto di responsabilità nel quale l’intera persona è coinvolta. L’uso del pronome corrispondente alla prima persona serve a sottoporre me stesso al giudizio dell’altro; serve ad assumersi la responsabilità per un gran numero di cambiamenti che avvengono nel mondo e in particolare per quelli di cui l’altro ragionevolmente mi può chiedere conto chiedendomi semplicemente "perché?". Questa domanda costituisce le fondamenta di una impresa cooperativa nella quale noi deriviamo dagli altri le ragioni, i significati e le scelte che ci rendono intelligibili.

Siamo certamente degli esseri umani, ma siamo anche persone. Gli esseri umani costituiscono un genere biologico e sta alla scienza descriverlo. Probabilmente lo farà così come suggerito dai biologi dell’evoluzione. Le persone invece non costituiscono un genere biologico né un qualsiasi altro genere naturale. Il concetto di persona prende forma in un altro modo. Il "perché?" che mira a comprendere la persona non è il "perché?" della deduzione scientifica. E la risposta prevede una concettualizzazione del mondo dal punto di vista della libertà e della scelta. Le persone fanno quello che fanno secondo quello che succede nel loro cervello. Tuttavia, quando il cervello è normale, il loro agire risponde anche ad altre ragioni, delle quali sono consapevoli e responsabili.

Possiamo educare i bambini con intrattenimenti che assopiscano il loro rapporto con il mondo reale e riconformare le reti neuronali dalle quali dipende il loro sviluppo morale. La ricerca della gratificazione immediata può togliere lo spazio al senso di agire responsabile che ha un respiro a lungo termine. Se i bambini imparano a salvare la loro memoria nei computer e la loro vita sociale in gadget portatili, allora gradualmente la memoria e l’amicizia appassiranno per ricomparire solo fugacemente come fantasmi degli archivi digitali. Se, al contrario, si permette ai bambini di interagire con figure reali, la grammatica della responsabilità della prima persona emergerà seguendo un proprio ritmo.

Descrivere le caratteristiche degli esseri umani come adattamenti non vuol dire affermare che le comprendiamo. Di conseguenza anche se accettiamo gli argomenti della psicologia dell’evoluzione, il mistero della condizione umana rimane. Questo mistero è contenuto in una singola domanda: come si può spiegare in quanto animale e comprendere in quanto persona la stessa identica cosa?
-  (Traduzione di Guiomar Parada)


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