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ELVIO FACHINELLI (1928-1989). Per il ventennale della morte.

giovedì 18 febbraio 2010
Per il Ventennale della morte di Elvio Fachinelli (1928-1989)
sull’impossibile formazione degli analisti
Conversazione di Sergio Benvenuto con Elvio Fachinelli - http://www.ildialogo.org/stampa/ELVIOFACHINELLIn.pdf] (1928-1989)”, questa “intervista alla quale teneva in modo particolare”. (...)

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> LA TRILOGIA ("La freccia ferma", "Claustrofilia", "La mente estatica") DI ELVIO FACHINELLI. I trucchi della mente (di A. Giuliani, 1992).

mercoledì 25 novembre 2015


ELVIO FACHINELLI E I TRUCCHI DELLA MENTE

di Alfredo Giuliani *

Circa tre anni fa in queste pagine (precisamente il 4 aprile 1989), segnalai all’ attenzione dei lettori un bellissimo saggio di Elvio Fachinelli, La mente estatica, notando che esso faceva seguito a un’ altra affascinante indagine, Claustrofilia, apparsa nel 1983. Claustrofilia è un termine coniato dall’ autore per circoscrivere diversi fenomeni psichici individuati dalla ricerca del "chiuso" (di cui l’ utero materno è il modello originario). Dalla ondulante dimora intrauterina, immagine di un sentirsi "fuori del tempo", Fachinelli era passato a studiare nelle varie modalità dell’ estasi (mistica o profana, eccezionale o comune) l’ esperienza del "fuori di sé", dello stacco rapinoso del tempo.

Quando parlai dei due libri qui sopra nominati non tenni presente un terzo saggio che li aveva preceduti e che era ormai introvabile (pubblicato da "L’ erba voglio" nel 1979). Si intitola, ed è un omaggio a Zenone di Elea, La freccia ferma e ora lo ristampa l’ editore Adelphi (pagg. 210, lire 16.000).

Perché avrei dovuto tenerlo presente? Perché i tre libri disegnano un percorso originale e avvincente dentro una dimensione paradossale che viviamo tutti. La freccia ferma ha un sottotitolo - Tre tentativi di annullare il tempo - che prefigura anche il tema dei due libri successivi. I trucchi escogitati dalla mente umana per denegare il tempo, segmentarlo, farlo girare in tondo e farlo tornare indietro, arrestarlo, annullarlo, questi trucchi, queste illusioni o ossessioni e ripetizioni incantate e parossistiche sono l’ inesauribile argomento di quella che ora possiamo chiamare la trilogia di Fachinelli.

Egli non era semplicemente uno psicoanalista. Aveva le attitudini dell’ antropologo e del filosofo. Percepiva gioiosamente il potere significante della poesia. Con rigore, e anche con prudenza, si avventurava in zone di confine, dove le risorse dell’ immaginazione sono altrettanto decisive dei sussidi tecnici. Ed era scrittore assai accattivante, lucido e calmo nel riferire le sorprese e le peregrinazioni del proprio indagare lo strano agire degli esseri umani. Dico aveva, era con profondo dispiacere: Fachinelli morì, appena sessantenne, pochi mesi dopo l’ uscita della Mente estatica.

Il libro che abbiamo sotto gli occhi prende spunto dal caso di un paziente ossessivo. Una storia clinica piuttosto banale: figlio unico di genitori modello, le cui immagini interne sono divenute talmente forti da renderlo incapace di distanziarli e affermare la propria identità. Come riuscirà a mantenere il loro amore e la loro stima? A stare alla loro altezza? Adolescente, viene mandato in un severo e prestigioso collegio di gesuiti, dove l’educazione religiosa impartita è di tipo precettistico.

"Ecco allora che con l’ osservanza dei comandamenti, richiesta dalla nuova autorità, gli si presenta la possibilità, così pare, di uscire dal dilemma. Osserverà scrupolosamente i comandamenti e questa osservanza impersonale gli varrà da garanzia, da pegno, da protezione magica, per ogni progetto di vita personale. In questo modo non è più direttamente in questione il problema delle sue scelte autonome; è in questione l’ obbedienza a un’ istanza superiore esterna".

Ora non è più esposto ai rischi di scelte personali (diventare colpevole di fronte all’ autorità interna, perdere amore e stima). L’ essenziale si sposta su un terreno ben definito, quello del "peccato", rispetto al quale esiste un sistema di regole altrettanto definite. Il ragazzo diventa il soggetto di una macchina morale che coincide con la vera religione, e ciò lo fa partecipe dell’ onnipotenza di Dio.

Il problema sembra risolto. La vita è comandata dal decalogo di Mosè. Solo che la legge è implacabile. Il peccato, il male, cacciato in ogni azione, parola, pensiero, risulta ovunque presente. Il decalogo si estende in maniera straordinaria, si ramifica al di là delle sue enunciazioni letterali.

Per esempio: pronunciare la parola giallo è atto impuro perché giallo rimanda a limone, e limone a limonare (pomiciare, flirtare). Se bisogna santificare la domenica, giorno del Signore, bisogna santificare anche il lunedì perché è contiguo alla domenica, e il martedì e così via. Si creano periodi di settimane e mesi nei quali è impossibile fare nulla perché dedicati al Signore. In ogni attimo c’ è un comportamento doveroso rispetto a un comportamento vietato. Certo vi è un residuo non eliminabile, vi sono azioni parole e pensieri inevitabili; allora intervengono ragionamenti "di sopravvivenza" (qualche masturbazione è necessaria: se mi vieto anche questo, tanto vale morire). Il senso di colpa acquista dimensioni gigantesche.

Il rimedio più semplice per non peccare sarebbe di sopprimere azioni, parole, pensieri. E così succede effettivamente, in gran parte. Col passare degli anni, diventato per così dire adulto, il paziente ha trovato il modo di controllare la minacciosa alternativa tra divieto e dovere, male e bene: "la segmentazione del tempo concreto, del tempo come flusso e forma individuale dell’ azione, in una serie di tempuscoli tendenzialmente sempre più piccoli. Ognuno di essi è separato e isolato dagli altri, allo scopo di effettuare nel modo giusto il segmento di azione corrispondente e per mantenerlo distinto dal tempuscolo successivo in cui si ripresenta l’ alternativa". L’ insieme di queste operazioni tende a stabilire un tempo seriale, senza storia, una collezione infinita di "ora".

Questo tempo segmentato, meccanico, è reversibile. Si può "annullare". Basterà compiere in senso inverso tutte le azioni cominciate con un atto "peccaminoso" (che, intendiamoci, ha la stessa rilevanza del limonare). Se il paziente, per portare certi documenti fiscali al suo avvocato ha dovuto rimuovere una rivista che li copriva (e che egli ritiene assurdamente "peccaminosa"), uscirà dallo studio dell’ avvocato scendendo le scale voltato all’ insù, farà retromarcia con la macchina fino a casa sua, salirà le scale di casa guardando all’ ingiù e finalmente riporrà i documenti nello scaffale nell’ esatta posizione in cui si trovavano. Così l’ azione impura sarà annullata.

La frammentazione e l’ annullamento del tempo da parte del paziente configurano un procedimento dialettico caricaturale finché si vuole, assai simile all’ immobilità della freccia di Zenone, la quale non si muove benché scoccata, perché essendo ogni distanza divisibile all’ infinito non può percorrere in un tempo finito infiniti tratti. Ovviamente non ci si può muovere nello spazio senza muoversi nel tempo. Le argomentazioni di Zenone comportano che anche il tempo, come irriflessivamente "sapeva" l’ ossessivo, è divisibile all’ infinito. E dunque immobilizzabile e percorribile alla rovescia.

Il "rendere non accaduto" (o "annullamento retroattivo") è un meccanismo di difesa descritto da Freud e considerato nell’ ambito del conflitto personale del nevrotico. Per Fachinelli, ciò che può apparire soltanto personale e derisorio (visto dall’ esterno) è il segno di una situazione, insieme tremenda e fascinosa, che rientra nel sacro.

Il tentativo di annullare il tempo vuol dire rendersi padrone del tempo. Si danno molti fenomeni che rivelano questa disposizione magica. Pensiamo al famoso bambino del rocchetto, raccontato da Freud in Al di là del principio di piacere. Quando la mamma lo lasciava solo per qualche tempo, invece di piangere, il bambino lanciava un rocchetto di legno (a cui era legato un filo) oltre la cortina del suo letto, lo faceva sparire, e contemporaneamente emetteva un suono forte e prolungato che significava "via"; poi tirava il filo e faceva ricomparire il rocchetto salutandolo con un allegro "qui".

Secondo Fachinelli, compiendo il rito di sparizione-riapparizione, il bambino padroneggiava il tempo dell’ abbandono significando "non ora" e "ora"; una modalità complessa, nella quale gesti e suoni vocali realizzavano un ritmo. Possiamo dire che la forma spazio-temporale implicita nel gioco rituale del bambino non è quella lineare, ma quella ciclica.

Il tempo ciclico, proprio di tutte le civiltà arcaiche, comporta l’ eterno ritorno dell’ effimero purché questo sia garantito dai pericoli emergenti dal caos. Per garantire il procedere dell’ universo è necessario il rituale, la ripetizione del comportamento degli eroi mitici. E’ necessaria la magia per ripristinare l’ ordine turbato, e bisogna intervenire sul tempo per ricostituire il ciclo cosmico e umano nei punti in cui è stato interrotto. L’ interruzione più radicale nel ciclo umano è la morte. Fachinelli fa un lungo e serrato esame del "culto degli antenati" nelle società arcaiche studiate dagli etnologi.

Se il morto è una persona che garantiva la sopravvivenza del gruppo, un re, un membro del consiglio degli anziani, o semplicemente un capo di famiglia, un componente autorevole della comunità, la sua riduzione a cadavere scompiglia il gruppo, elimina la garanzia. La soluzione obbligata è di rinnegare questa morte, perché se il morto non muore, anche il gruppo può continuare a vivere. Del resto, noi conosciamo benissimo tale atteggiamento. "Di fronte alla morte, di fronte a certe morti, siamo noi stessi internamente i nostri arcaici, e continuiamo a fare uso, più o meno forzato, di un comune processo di rinnegamento".

I complicati rituali degli arcaici non posso che riassumerli in poche parole. Il morto viene placato (giacché ha subito offesa, violenza), quindi assorbito in una vita trans-individuale che rimane in contatto col gruppo: egli diventa un antenato, entra a far parte del gruppo degli antenati. Gli antenati sono eterni, i viventi li incorporano ripetendone i comportamenti. Il tempo ciclico è costruito sull’ obbedienza radicale alle norme dettate dai morti.

I rituali arcaici (frazionamento e ripetizione di dettagliatissime procedure) somigliano parecchio ai rituali ossessivi. Lévi-Strauss parla di aspetti maniacali e disperati di taluni rituali. E Fachinelli avanza l’ ipotesi che il rituale diventi maniacale e disperato fino alla vera e propria ossessività soltanto là dove si è fatto problematico, difficile, il rapporto con l’ orizzonte mitico entro il quale si svolge la cerimonia.

Comunque sia, sembra che tre elementi fondamentali costituiscano l’ economia arcaica della morte: uno stato di notevole dipendenza rispetto alle figure-valore del gruppo; il rinnegamento della loro morte; la formazione di una comunità di antenati.

Ora, che cosa accade nell’ ossessivo? Al principio abbiamo una situazione di parziale appartenenza tra il bambino e una figura onnipotente, poi un rapporto strettissimo tra il soggetto concreto e un polo interno di onnipotenza magica, la Legge. Il soggetto vive le proprie aspirazioni a una identità personale come pericolo di morte o di messa a morte dell’ altro (che rappresenta l’ autorità). Ma il fatto è che anche la rinuncia a tali aspirazioni comporta il pericolo di morte.

Nell’impossibilità di uscire dal dilemma, egli effettua uno spostamento del rapporto su un piano magico. Insomma, i movimenti mentali di costituzione della comunità degli antenati, negli arcaici, sono gli stessi attraverso i quali, negli ossessivi, si costituisce l’ implacabile Legge.

La differenza è che il rituale ossessivo non sposta realmente la situazione. Nel gruppo arcaico la morte della persona garante è considerata una colpa, ma il gruppo purifica il morto e lo riassorbe nel mondo degli antenati. Nell’ ossessivo il lutto non può compiersi (e quindi deve ripetersi all’ infinito) perché la minaccia è interna; l’ ossessivo rispetta e al tempo stesso vorrebbe distruggere l’ autorità, il morto, che ha interiorizzato in posizione di onnipotenza. L’ ossessivo funziona come una microsocietà arcaica paralizzata perché tutti gli elementi stanno nello stesso individuo.

Arcaici e ossessivi si trovano ad affrontare, in condizioni totalmente diverse, un problema comune. Sulla base di queste analogie Fachinelli azzarda anche una interpretazione psicoanalitica del fascismo, cercando di comprendere le sue spinte antitetiche, la sua specifica "bivalenza" (così la chiamò Angelo Tasca).

Anche qui assistiamo a un disperato diniego della morte della patria, peraltro inconsciamente desiderata da tutti quei nazionalisti che avevano sofferto in modo inaudito, e in gran parte inutile, la guerra. "Se negli ossessivi il sacro pervade gli svolgimenti di una vicenda puerile,... col fascismo si è avuto un tentativo... di sacralizzare la storia di molti uomini... e di inserire la loro vita in un tempo altro". Il sacro fu presente soprattutto all’ inizio, come terribilità affascinante di un potere assoluto. "Il colore nero delle uniformi e delle bandiere, l’ uso di simboli mortuari come teschi e tibie intendevano affermare violentemente la minaccia di morte da parte di un potere che sovrastava e vinceva la stessa morte".

Si pensa che questo è impossibile in una società moderna, eppure è accaduto. I rituali affondano nel mito, nella mentalità arcaica; nel caso del fascismo le masse si riunivano ritualmente intorno al Capo e alla parola del Capo, ricostituendo una unità totale dentro un tempo del ritorno (i "colli fatali", la romanità ai più ignota e insignificante).

L’ elaborazione del tempo, fenomenologia senza confini, di cui La freccia ferma argomenta alcuni sondaggi, è una sorprendente invenzione umana. Non esiste soltanto un tempo storico, esistono differenti tempi storici. Svolgimenti che intendono abolire radicalmente la storia, o sacralizzarla, per paradosso danno talvolta luogo a veri parossismi storici. Il mistero resta sempre questo: è più facile comprendere una società nel suo insieme che un individuo a sé stante. Perché?

Nella società troviamo dispiegate una serie discontinua o articolata di posizioni che l’ individuo necessariamente concentra in sé. Tale dispiegamento nella società consente di afferrare problemi che nell’ individuo, nel compenetrato groviglio che è l’ individuo, risultano spesso inafferrabili. L’ individuo è uno, e tuttavia è molti. Ampliando le parole dello storico Fernand Braudel, Fachinelli, verso la fine del libro, se ne esce con una bella e a mio parere incontrovertibile affermazione: la storia non è soltanto la "somma di tutte le storie possibili", è anche la somma delle storie impossibili.

di ALFREDO GIULIANI (la Repubblica, 15.03.1992)


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