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ELVIO FACHINELLI (1928-1989). Per il ventennale della morte.

giovedì 18 febbraio 2010
Per il Ventennale della morte di Elvio Fachinelli (1928-1989)
sull’impossibile formazione degli analisti
Conversazione di Sergio Benvenuto con Elvio Fachinelli - http://www.ildialogo.org/stampa/ELVIOFACHINELLIn.pdf] (1928-1989)”, questa “intervista alla quale teneva in modo particolare”. (...)

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> ELVIO FACHINELLI (1928-1989). --- "Al cuore delle cose": la raccolta degli articoli comparsi su settimanali e quotidiani (di Enzo d’Antonio).

venerdì 15 aprile 2016

Elvio Fachinelli. Al cuore delle cose

di Enzo d’Antonio (Satisfiction, 15.04.2016)

Interrogare in profondità la realtà, l’attualità, la storia collettiva e le storie individuali con lo sguardo attento a coglierne i momenti di discontinuità, le cesure irriducibili a spiegazioni rassicuranti, indisponibili a rientrare nei vari recinti ideologici che l’epoca mette a disposizione, unendo alla perspicacia dell’analisi la partecipazione e l’empatia di chi si colloca dentro le cose, per cambiarle. Il titolo della raccolta di scritti politici di Elvio Fachinelli, Al cuore delle cose, allude a questa duplice attitudine dello psicanalista di Luserna, che come scrive il curatore Dario Borso nella sua breve quanto esauriente introduzione al libro, “di Musatti, ergo di Freud, adottò lo sguardo obliquo, lo scarto del cavallo che spiazzato sa spiazzare”,e lo utilizzò nella sua attività di “analista” della società italiana dagli anni Sessanta fino alla morte, nel 1989.

La raccolta comprende la totalità dell’attività pubblicistica di Fachinelli, vale a dire gli articoli (oggi introvabili) comparsi su settimanali e quotidiani, dall’Espresso al Corriere e Repubblica, e testi più complessi composti per riviste come, tra le altre, i Quaderni Piacentini e L’erba voglio, da lui fondata con Luisa Muraro e Lea Melandri. Ma che gli scritti si concentrino sul commento dell’attualità o affrontino questioni teoriche, lo stile del pensiero appare sempre volto ad allargare lo spettro della comprensione per cogliere i nessi tra i fenomeni, “macro” o “micro” che siano; per arrivarne al “cuore”, ovvero per salvarli anche e soprattutto nel loro sottrarsi alle spiegazioni consolidate.

Così, in un intervento a caldo sul movimento del ’68 Fachinelli sgombra il campo dall’assimilazione della lotta contro la repressione e l’autoritarismo alla ribellione alla figura paterna (già al tramonto), e sulla scorta della distinzione lacaniana tra desiderio e bisogno coglie la novità del movimento nella dialettica del desiderio all’interno dei gruppi che attuano la rivolta; mantenersi in stato di desiderio dissidente, mai appagabile, paritario per tutti, eliminando la figura del leader, spostare sempre in avanti gli obiettivi: ecco la condizione necessaria di sopravvivenza nel tempo del gruppo, del suo costituirsi come movimento politico, e della sua discontinuità e novità rispetto ai movimenti precedenti, che l’ortodossia marxista non comprende. Un’interpretazione nuova e appunto spiazzante, come lo è la conclusione, affidata a un’intervista rilasciata vent’anni dopo, nel 1988: il gruppo chiuso, spiega Fachinelli ripercorrendo la sua esperienza, ha prevalso su quello aperto, il processo di accomunamento è stato soffocato dal bisogno di sicurezza interna. Da qui la frammentazione e debolezza del movimento, che rinvia la rivoluzione futura.

Ma, avverte Borso, questo libro è come “un mosaico, o più ancora un puzzle”, e così vediamo in vari luoghi riaffacciarsi, assieme a molti altri temi che si rincorrono per variazioni e rimandi da un articolo all’altro, questo del desiderio dissidente, o meglio dei “resti notturni della vita dell’uomo, quella parte di scarto che, partendo dal sogno, dalla fantasia, dal desiderio, tende la realtà e risulta irriducibile all’esistente” nella sua relazione creativa con la vita politica e la produzione culturale, di cui Fachinelli è l’appassionato cronista.

Così, da un rimando all’altro scorrono le pagine del libro e trent’anni di realtà italiana, finché arriviamo all’ultimo articolo, scritto nell’anno della morte: un apparentemente enigmatico ritratto di don Abbondio, anzi della sua ben nota mancanza di coraggio, che poiché non può darsi da sé né ricevere dall’esterno (Dio), non complicherà mai la tranquillità e continuità della sua esistenza terrena. All’ombra di questo paradosso riposano inerti pensiero e azione. Per Don Abbondio la viltà è “prudenza” e il coraggio nient’altro che “imprudenza”, utopia, un “voler raddrizzare le gambe ai cani”. Insomma, estremismo politico.

A questo punto, giunti alla fine, tornano in mente le riflessioni di metà anni Settanta sulla situazione di stallo della politica italiana, che solo “piccoli gruppi animati soprattutto da ciò che a tutti gli altri sembra straordinaria imprudenza” possono aiutare a modificare. Come quel piccolo gruppo che avvia l’esperienza dell’asilo autogestito di Porta Ticinese a Milano, esperienza di cui Fachinelli è protagonista e che racconta in una densa forma diaristica (Elvio cacato); o l’altro di via Ciovassino, col quale avvia una riflessione inedita sul diffondersi tra i giovani dell’eroina. E capiamo allora il senso etico del coraggioso tentativo di Elvio Fachinelli di combattere i narcotici effetti della “prudenza” sul pensiero e la vita dei suoi simili.

Enzo d’Antonio

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anche in queste cose quanto ristretta, impaurita, e alla fine irrazionale, la tesi razionalistica del sogno come elemento “marginale”, separato dalla realtà. Il sogno invece come elemento permanente su cui si costruisce, e contro cui si costruisce, la realtà E quindi: sempre obbligato; sempre pertinente alla situazione data.”


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