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EUROPA ED EVANGELO. LA ’CROCE’ DI CRISTO ("X" = lettera alfabeto greco) NON HA NIENTE A CHE FARE CON IL "CROCIFISSO" DELLA TRADIZIONE COSTANTINIANA E CATTOLICO-ROMANA.

lunedì 9 dicembre 2019
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L’amor (charitas) che muove il Sole e le altre stelle ... non ha niente a che fare con "mammona", "mammasantissima", "padrini", e... "andranghatia".
"CHI" SIAMO NOI IN REALTA’. Relazioni chiasmatiche e civiltà. Lettera da ‘Johannesburg’ a Primo (...)

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> EUROPA ED EVANGELO. ---- COSTANTINO 313 d.C. Quel monogramma divino e vittorioso - E "la donazione di Costantino": il potere temporale della Chiesa si basa su un falso

giovedì 25 ottobre 2012

Quel monogramma divino e vittorioso Quanti simboli prima di vedere Cristo

di Francesca Bonazzoli (Corriere della Sera, 25 ottobre 2012)

Si potrebbe immaginare che dopo l’Editto costantiniano di tolleranza l’iconografia cristiana, fino ad allora mutuata dall’arte imperiale, cominciasse a sviluppare una serie di nuove immagini autonome. Invece, secondo lo storico André Grabar che ha dedicato tutti i suoi studi all’iconografia cristiana e bizantina, «anche senza dimenticare le massicce distruzioni, i regni di Costantino e dei suoi figli, che videro la fondazione dell’impero cristiano, sono per la storia dell’iconografia cristiana quasi come una tabula rasa».

Per il momento, in questi primi secoli, c’è fondamentalmente una sola immagine nuova legata al regno di Costantino: il cosiddetto crismon, il monogramma di Cristo, formato dalle lettere sovrapposte dell’alfabeto greco X (si legge chi) e P (si legge ro), ossia le prime due lettere della parola Cristo, l’unto, il prescelto. Secondo le cronache, peraltro celebrative e contraddittorie, dello storico Eusebio, alla vigilia della battaglia contro Massenzio sul ponte Milvio, l’imperatore avrebbe visto apparire in cielo una croce di luce sovrapposta al cerchio del sole con la scritta «In hoc signo vinces», vincerai sotto questa insegna. Costantino avrebbe quindi fatta sostituire nel labaro (il vessillo militare composto da un drappo quadrato color porpora attaccato a una lancia) l’immagine dell’aquila imperiale con quella del crismon.

Il segno compare nelle monete costantiniane anche se, a conferma del fatto che le cose siano forse andate diversamente dal miracolo raccontato da Eusebio, è assente nell’arco di Costantino eretto solo tre anni dopo la battaglia. In effetti Costantino non si convertì di colpo e anzi conservò per tutta la vita la carica di Pontifex maximus, cioè capo supremo della religione pagana tradizionale. È difficile, dunque, credere che avesse sostituito già alla battaglia del ponte Milvio l’immagine dell’aquila imperiale con quella del crismon nel labaro del suo esercito.

Anche se fu Costantino a divulgarlo, il monogramma non fu comunque una sua invenzione. Esisteva già come abbreviazione della parola greca crestòs, con la stessa pronuncia di Cristos, ma con il significato di buono, utile, propizio, usato come simbolo di buon auspicio anche in alcuni sarcofagi orientali. L’imperatore, insomma, potrebbe aver usato il segno preesistente del crismon con un significato di buon auspicio che, solo successivamente e oltre il primitivo intento di Costantino, l’agiografia imperiale avrebbe poi trasformato in monogramma cristiano.

Il buon esito della battaglia poteva a quel punto benissimo servire a far coincidere il simbolo di vittoria militare con il simbolo della vittoria di Cristo sulla morte. Ancora una volta, dunque, l’iconografia cristiana andava a sovrapporsi a quella imperiale, spostando semplicemente il significato delle immagini e dei simboli, esattamente come avviene nella trasmissione del linguaggio da una generazione all’altra quando uno stesso termine può cambiare il valore semantico.

E infatti nel cristogramma costantiniano i significati militari e religiosi si intrecciano e sovrappongono in un continuo andare e venire da uno all’altro. Il cerchio dentro cui è rappresentato il crismon, per esempio, è una possibile allusione alla corona d’alloro della vittoria così come al sole, che ogni giorno risorge come Cristo dopo la morte. E come l’iconografia costantiniana rappresentava l’imperatore con i suoi figli trionfanti su un dragone ai loro piedi, così nel crismon si poteva aggiungere la S del nome finale di Cristos sotto la lettera P con l’allusione alla vittoria finale di Cristo sul male identificato col serpente. E per sovrappiù, a questo intreccio di significati, fra i bracci della X potevano comparire anche la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, alfa e omega, per alludere all’inizio e alla fine del progetto di salvezza.

Fu proprio la resurrezione di Cristo ad escludere il tema della morte dall’arte funeraria dei primi secoli del cristianesimo, quando la croce era ancora percepita come un simbolo d’infamia. Solo a partire dal V secolo sostituì il crismon come segno per eccellenza del Cristo, anche negli stendardi militari. Ma era ancora una croce senza il corpo del Cristo e molto preziosa, lavorata con oro e gemme. La figura di Cristo non fa la sua comparsa prima del VI secolo e resta rara fino in epoca carolingia. Bisognerà poi aspettare l’XI secolo prima che in Occidente compaia un nuovo tipo di Cristo crocifisso, con il capo reclinato sulla spalla, il corpo emaciato e sulla testa una corona di spine in luogo di quella gemmata che coronava i Cristi trionfanti, vivi e con gli occhi aperti, dell’arte bizantina secondo l’equivalenza del Cristo vittorioso con l’imperatore trionfante


E il potere temporale della Chiesa si basa su un falso

di Armando Torno (Corriere della Sera, 25 ottobre 2012)

Quando si parla di Donazione di Costantino si fa riferimento a una presunta cessione, da parte dell’imperatore romano a papa Silvestro I (eletto il 31 dicembre 314) e ai suoi successori, di Roma, dell’Italia e delle province occidentali. Il documento che la testimonia apparve già dubbio nel X secolo, ma poi fu impugnato sia da Arnaldo da Brescia (morto nel 1155), da Niccolò Cusano (morto nel 1464) e definitivamente sbugiardato con un’operina da Lorenzo Valla - scritta nel 1440, durante i giorni di Eugenio IV, ma pubblicata nel 1517 - La falsa Donazione di Costantino. In essa l’umanista dimostra che la lingua in cui fu redatto il documento è un latino che risente degli influssi barbarici e i riferimenti ivi contenuti rimandano a un tempo nel quale Costantinopoli è già diventata la nuova capitale dell’impero.

Il contenuto della Donazione va diviso in due parti. Nella prima, la cosiddetta confessio, dopo le solite formule protocollari segue la narrazione della miracolosa guarigione dalla lebbra di Costantino e del suo battesimo. Si racconta che i sacerdoti pagani, dopo che le cure mediche si rivelarono inutili, suggerirono all’imperatore di immergersi in una vasca dove si sarebbe dovuto versare il sangue di bimbi innocenti. Ma egli rifiutò, anche perché il pianto delle madri lo commosse. A quel punto gli appaiono in sogno Pietro e Paolo: i santi garantiscono a Costantino la guarigione se avesse chiesto il battesimo al Papa. Il Pontefice glielo amministrò, anzi lo fece seguire anche dalla cresima. La seconda parte del documento, la cosiddetta donatio o dispositio, registra il gesto imperiale. Costantino, d’accordo con i suoi dignitari, il Senato ma anche con lo stesso popolo, decide di concedere alla Chiesa poteri, dignità e onori imperiali.

Un dettato non particolarmente chiaro, anzi piuttosto ampolloso, giunto in tre lingue: latino, slavo e greco. La prima di esse è considerata la più completa ed è quella che si utilizza con maggior frequenza per i riferimenti. Il testo di questo celebre falso si legge nella riedizione, a cura di Roberto Cessi e Roberta Sevieri, La Donazione di Costantino, pubblicata da La Vita Felice nel 2010 (costa 11,50 euro): in essa, oltre un ampio saggio introduttivo, si trovano le versioni latina e greca.

Insomma, è possibile rileggere le varie scene con cui è di fatto giustificato il potere temporale. Parole come le seguenti dovettero suscitare un certo effetto: «Abbiamo inoltre stabilito anche questo, che lo stesso venerabile padre nostro Silvestro, sommo Pontefice, e tutti i pontefici suoi successori, debbano utilizzare il diadema, ossia la corona d’oro purissimo e gemme preziose, che dal nostro capo a lui abbiamo ceduto, e portarlo sul capo a lode di Dio e gloria del beato Pietro».

Non è facile orientarsi nelle mille storie che nascono o si riflettono in questo documento, ma c’è un saggio di Giovanni Maria Vian, intitolato appunto La donazione di Costantino (Il Mulino 2004), che sa indirizzare il lettore del nostro tempo.

Non è inoltre semplice stabilire quando si cominciò a usare ufficialmente tale documento, anche se sembra che Leone IX nel 1053 sia stato il primo; sicuramente esso ebbe una notevole influenza nel Medioevo se si pensa che già nel 1059 Niccolò II concesse l’investitura della contea di Melfi al normanno Roberto il Guiscardo proprio fondandosi sulla Donazione.

Del resto basterà aggiungere che Dante nel XIX canto dell’Inferno manifesta il disagio provocato dall’insano atto, anche se da uomo del suo tempo lo crede autentico: «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,/ non la tua conversion, ma quella dote/ che da te prese il primo ricco patre!».

La discussione su vero e falso continuò sino al secolo del romanticismo, quando la Chiesa perse il suo territorio, giacché mai mancò qualche religioso isolato che si arrampicava sugli specchi per difendere le ragioni di quel broglio antico. Si può poi discutere se c’è un’unità testuale o se la Donazione sia stata una costruzione realizzatasi in tempi diversi; comunque se ne fissa in genere la stesura in un periodo che corre tra il 750 e l’850, vale a dire tra Pipino e Carlo il Calvo.

Qualche storico suggerisce l’ipotesi che Stefano II, andando in Francia nel 753, avrebbe portato con sé il documento. Altri, addirittura, sostengono che tale falso avrebbe preparato (e giustificato) l’incoronazione di Carlo Magno. Ma questa è una storia infinita. Per raccontarla in termini esaurienti sarebbe bene approfittare delle opportunità recate dalle celebrazioni costantiniane del prossimo anno.


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