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ALLAH E VIOLENZE "ANTICRISTIANE". IN MALAYSIA HANNO CAPITO IL TRUCCO DELL’UNIVERSALISMO ("CATTOLICISMO") DELLA TEOLOGIA POLITICA CATTOLICO-ROMANA.

martedì 12 gennaio 2010
Violenze anticristiane in Malesia a proposito dell’uso del nome di
“Allah”
di Stéphanie Le Bars (con Reuters)
Le Monde del 12 gennaio 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)
Si può considerare la parola araba “Allah” un’esclusività musulmana? Questa domanda
apparentemente semantica suscita (...)

In risposta a:

> ALLAH E VIOLENZE "ANTICRISTIANE". ---- NESSUNO PUO’ FARSI PADRONE DEL NOME DI DIO (di Giorgio Paolucci).

mercoledì 13 gennaio 2010


-  VIVA L’ITALIA!!! LA QUESTIONE "CATTOLICA" E LO SPIRITO DEI NOSTRI PADRI E E DELLE NOSTRE MADRI COSTITUENTI. Per un ri-orientamento antropologico e teologico-politico.

-  "PUBBLICITA’ PROGRESSO": L’ITALIA E LA FORZA DI UN MARCHIO REGISTRATO!!!

-  IL SONNO DELLA RAGIONE COSTITUZIONALE GENERA MOSTRI


LE PRETESE DEGLI ISLAMICI MALESI

NESSUNO PUÒ FARSI PADRONE DEL NOME DI DIO

di GIORGIO PAOLUCCI (Avvenire, 13.01.2010)

Quello che sta accadendo in Malay­sia sull’uso della parola ’Allah’ ri­flette le fibrillazioni politiche e reli­giose presenti nel Paese, ma è anche in­dicativo di una certa mentalità diffusa nel mondo islamico. Come noto, con una sentenza emessa lo scorso 31 dicembre la Corte costituzionale malese ha accol­to il ricorso del settimanale cattolico The Herald, edito dalla diocesi di Kuala Lum­pur, che contestava il divieto imposto ai non musulmani di utilizzare il termine ’Allah’ per indicare Dio. La vittoria dei ri­correnti è stata però di breve momento: tredici ong islamiche si sono sollevate contro la sentenza e il governo ha chie­sto la sospensione della sua esecutività in attesa dell’appello.

E in questi giorni, co­me Avvenire ha puntualmente docu­mentato, le chiese sono state prese di mi­ra da gruppi di estremisti musulmani. La giustificazione che accompagna gli at­tacchi, sostanzialmente condivisa dalle autorità di governo, è che l’uso del ter­mine Allah «può far crescere tensioni e creare confusione tra la popolazione mu­sulmana», fino alla ’classica’ accusa di proselitismo.

Ma la storia (e la ragione) parlano un lin­guaggio di tutta evidenza. Da secoli in Malaysia i fedeli islamici e cristiani, che rappresentano rispettivamente il 60 e il 10 per cento della popolazione, si rivol­gono a Dio chiamandolo Allah, un ter­mine di origine araba importato in quel­le terre in seguito all’arrivo dei seguaci di Maometto. Nella lingua malese non c’è altro termine per indicare Dio. E lo stes­so termine viene usato nella vicina In­donesia, il più popoloso Paese musul­mano del mondo (180 milioni di abitan­ti), come pure nei Paesi arabi dove vivo­no minoranze cristiane più o meno nu­merose.

Lì, nelle moschee come nelle chiese, si prega Dio chiamandolo Allah. Del resto, la parola è antecedente alla na­scita dell’islam. Con essa, molto tempo prima di Maometto, si indicava una del­le divinità più potenti tra quelle adorate dai politeisti che popolavano la peniso­la arabica. E, come ricorda Samir Khalil, uno dei massimi conoscitori del patri­monio letterario arabo-cristiano, il suo uso è attestato nella poesia pre-islami­ca anche da autori cristiani. Dunque Allah non è affatto una ’invenzione’ di Maometto o della religione musul­mana. Ma è indicativo di una certa mentalità ’esclusivista’ il fatto che i musulmani quando traducono il Co­rano nelle lingue occidentali, per indi­care la divinità usano questa parola, ri­fiutando di ricorrere ai termini Dio, God, Dieu, Gott, eccetera.

Quello che sta accadendo in Malaysia è dunque in qualche modo inquadrabile in un costume più generale, che po­tremmo definire ’appropriazione inde­bita’, anche se risente della particolare si­tuazione politica che il Paese sta viven­do. Il partito al potere da quarant’anni attraversa un momento di grande diffi­coltà, e secondo molti analisti la decisio­ne di impugnare la sentenza della Corte costituzionale favorevole ai cristiani ri­sponde al tentativo di guadagnare con­sensi nell’elettorato islamico, qui come altrove sempre più sensibile alle parole d’ordine del fondamentalismo. Para­dossalmente il partito di opposizione, che ha radici religiose molto più forti di quello maggioritario, contesta la deci­sione di sospendere la decisione dei su­premi giudici. E in questi giorni da al­cune associazioni musulmane ’mode­rate’ è partita la proposta di organizza­re ’ronde’ per proteggere le chiese da­gli attacchi dei gruppi radicali, a dimo­strazione di quanto la vicenda stia divi­dendo la popolazione.

La posta in gioco non è, con ogni evi­denza, di tipo lessicale. Dietro la possi­bilità di usare la parola Allah per riferirsi a Dio sta la grande questione del rispet­to della persona, dei diritti individuali e delle minoranze, che lì come altrove ve­de i cristiani nel mirino. E che, lì come al­trove, ripropone la sfida più bruciante per un islam chiamato a fare i conti con la modernità e con la libertà.


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