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GERUSALEMME E LA SFIDA DI NETANYAHU. Un modo di dare "a Hitler vittorie postume" (Emil L. Fackenheim)

mercoledì 24 marzo 2010
Netanyahu sfida Obama a Washington: «Gerusalemme è la nostra Capitale» *
Continua la sfida del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, al governo Usa e alla comunità internazionale: alla vigilia dell’incontro odierno alla Casa Bianca con Barack Obama, previsto per stasera, Netanyahu ha detto (...)

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> GERUSALEMME E LA SFIDA DI NETANYAHU. Un modo di dare "a Hitler vittorie postume" (Emil L. Fackenheim) --- Israele-Palestina, l’escalation di brutalità non ha futuro

giovedì 10 luglio 2014

Israele e l’orrore dei ragazzi assassini

A ISRAELE, per fortuna, non basta consolarsi additando la barbarie praticata dal nemico per trovare giustificazione alla barbarie perpetrata dai suoi figli. La ricerca di alibi morali, o magari di attenuanti, cede il posto a un profondo turbamento interiore.

di Gad Lerner (la Repubblica, 08.07.2014)

OGGI Israele deve guardarli in faccia, questi suoi figli che per vendetta hanno afferrato un coetaneo palestinese di 16 anni, Mohammad Abu Khdeir, e lo hanno bruciato vivo in un bosco di Gerusalemme. Li guarda in faccia e li riconosce perché gli sono ben noti, familiari. Magari finora se ne vergognava un po’, ma liquidava la loro esuberanza come teppismo generazionale proletario.

Sono i ragazzi di stadio della curva scalmanata del Beitar, organizzati come ultràs in un raggruppamento dal nome sefardita, “La Familia”, scelto in contrapposizione linguistica all’élite tradizionalmente ashkenazita dello Stato. Anche il premier Netanyahu tifa per il Beitar, il che naturalmente non significa nulla, se non che il sabato sugli spalti udiva spesso lo slogan “morte agli arabi” rivolto contro i calciatori arabo-israeliani; così come udiva le irrisioni blasfemedella fede musulmana.

Di fronte al baratro della perdizione e del disonore, Netanyahu agisce da politico responsabile di uno Stato di diritto. Parla di «atto ripugnante», telefona le sue condoglianze al padre di Mohammad, assicura che «nella società israeliana non c’è spazio per gli assassini, ebrei o arabi». Lo avevano preceduto, con parole nobilissime, i genitori in lutto per la morte di Eyal, Gilad e Naftali. Loro certamente si sono immedesimati nella sofferenza di una famiglia che non possono sentire nemica. Ma per poter sperare che l’orrore degli adolescenti ammazzati a casaccio rimanga un episodio circoscritto, sarà inevitabile un’autocoscienza collettiva delle società che tanto odio hanno generato. E qui viene il difficile.

Estrema e degenere, ma è la filiazione di una storia importante la vendetta che si è consumata all’alba di mercoledì 2 luglio in un bosco di Gerusalemme. Ha rilevato i codici di un fascismo-razzismo che pensavamo rinchiuso negli stadi di calcio, proprio come, vent’anni fa, le belve della guerra etnica dell’ex Jugoslavia si forgiarono nelle tifoserie organizzate.

Naturalmente il fascismo-razzismo in Israele ha altri luoghi d’aggregazione. La componente ultràs ne rappresenta solo un orpello simbolico, tipico del linguaggio giovanile universale. Non a caso, però, il suo retroterra culturale porta lo stesso nome della squadra di calcio giallo-nera di Gerusalemme. Beitar è il movimento del cosiddetto “sionismo revisionista” fondato nel 1923 da Zeev Jabotinsky, in contrapposizione al sionismo ufficiale accusato di sinistrismo filo-socialista e di eccessiva moderazione. Dal Beitar nascerà il Likud, cioè l’attuale destra israeliana, oggi affiancata (e insidiata) da nuovi movimenti messianici e etnicisti.

In forma laica o religiosa, l’ideologia postulata da costoro snatura il significato biblico di terra promessa. Per la precisione, idolatrano la terra e ne rivendicano la proprietà. L’esatto contrario di quanto è scritto nel Levitico 25-23: “...Mia è la terra, perché voi siete forestieri e residenti provvisori presso di Me”. Un Dio che si è fatto annunciare da patriarchi ebrei senza fissa dimora, eternamente stranieri anche nella terra promessa, viene strumentalizzato come fonte del diritto in base a cui negare legittimità alla residenza dei palestinesi.

Questo naturalmente non basta a spiegare la predicazione dell’odio trasformatasi in azione violenta già prima che il delitto di Hebron sollecitasse pulsioni di vendetta. L’organizzazione “Price Tag” votata a seminare il terrore fra i palestinesi con centinaia di agguati ai civili e alle loro proprietà è attiva da qualche anno, senza che le forze di sicurezza israeliane agissero efficacemente per smantellarla. A legittimarla non è stato solo il fanatismo religioso, ma anche l’affermarsi di una diversa forma di razzismo: l’islamofobia. L’idea, cioè, che gli arabi, ormai quasi tutti musulmani, per loro stessa natura siano inaffidabili e irriducibili. Solo la forza può tenerli a bada, non intendono altro linguaggio. Poco importa chiedersi le ragioni del loro agire, tanto meno intenerirsi per la loro sofferenza. Bisogna solo combatterli. Allontanarli a meno che accettino di sottomettersi.

Va rilevato come questi argomenti riavvicinino la componente ebraica che li propugna alle destre europee che nel frattempo, dopo la Shoah, hanno per lo più ripudiato il loro tradizionale antisemitismo. Anzi, di Israele ammirano proprio l’inflessibilità con cui esercita il suo diritto alla sicurezza e disconosce l’interlocutore palestinese.

“Beitar puro per sempre”, avevano scritto su uno striscione gli ultràs di “La Familia” l’anno scorso, quando la loro squadra voleva ingaggiare due calciatori musulmani. La ebbero vinta, in un paese in cui la stessa nozione di purezza razziale dovrebbe far correre tuttora brividi lungo la schiena. Si tratta di quel medesimo gusto per la violazione di un tabù che spinge molti politici della destra israeliana a accusare di nazismo gli avversari. Ma che ha suscitato enorme scalpore quando è stato lo scrittore Amos Oz a paragonare ai “neonazisti europei” gli estremisti che aggrediscono gli arabi o imbrattano di scritte odiose chiese e moschee.

C’è chi sostiene amaramente che la ricomparsa di Hitler nel dibattito pubblico, sia pure come estrema provocazione, rappresenti una sua vittoria postuma. Anche quando (succede spesso) sono gli oltranzisti ebrei a definire nazisti Hamas o gli Hezbollah. Temo invece che si tratti di qualcosa di più semplice e feroce al tempo stesso, nascosto chissà dove nella natura umana: l’odio inebriante che può sospingere un ragazzo a cospargere di benzina un suo coetaneo e dargli fuoco, pensando di trarre sollievo dall’annientamento di un corpo indifeso eletto a simbolo del nemico.

Il grande storico del fascismo e del pensiero reazionario Zeev Sternhell, vincitore del premio Israele, ha denunciato un cambiamento verificatosi addirittura nella “psicologia della nazione”. La stessa idea di pace si è deformata fino a concepirla possibile solo quando gli arabi accettino il proprio status di inferiorità. I ragazzi ebrei assassini dello stadio di Gerusalemme ne sono una terribile espressione.


Israele-Palestina, l’escalation di brutalità non ha futuro

La violenza non ha mai generato pace ma soltanto ed esclusivamente altra violenza

di Luigi Bonanate (l’Unità, 08.07.2014)

Tre ragazzi israeliani uccisi, un altro palestinese bruciato vivo, nove militanti di Hamas uccisi dai droni, 800 palestinesi arrestati a partire dal 12 giugno, quando furono rapiti i tre ragazzi israeliani. Dopo una forsennata caccia all’uomo, vana perché non si sono trovati i colpevoli dell’assassinio dei tre ragazzi, una frangia estremistica israeliana ha proceduto direttamente alla vendetta dando fuoco a un ragazzo rapito di fronte a casa sua e che - neppure lui - aveva nulla a che fare con gli eventi.

Poi, Netanyahu ha parlato con il padre della vittima palestinese e si è scusato, riconoscendo che il terrorismo e la violenza sono sempre la stessa cosa, chiunque vi ricorra; Abu Mazen ha chiesto un’inchiesta Onu sulla vicenda, e Lieberman, capo di uno dei partiti di ultra-destra israeliani, parte dell’attuale coalizione al potere, ha dichiarato che pur senza far cadere il governo il suo partito esce dall’alleanza politica con il Likud di Netanyahu.

L’unica dimensione nella quale una parte di Israele e una della Palestina si incontrano, anzi, si apparentano, è la facilità con cui ricorrono alla violenza e commettono azioni orrende e assolutamente ingiustificabili. Nessuno può permettersi di giudicare e condannare se non ha le mani nette, e purtroppo nessuno si trova in questa condizione, il che significa che la violenza o la accettiamo in toto o la respingiamo altrettanto totalmente. Questa considerazione vale per tutti e non soltanto per scusare gli atti degli amici o condannare quella degli avversari.

Dobbiamo lasciare la politica ai politici, mentre noi dobbiamo cercare di capire, formarci un’opinione, contribuire a formarne una collettiva e a prendere posizioni pubbliche: tutte cose a cui abbiamo purtroppo ormai perduto l’abitudine. Il primo impegno in ogni tentativo di ricostruzione delle dimensioni di questo problema riguarda il potere della violenza: sappiamo per certo che la violenza (politica) non ha mai generato pace ma soltanto ed esclusivamente altra (semmai maggiore, in una escalation che può essere senza fine) violenza. Ciò significa che la violenza deve, prima o poi, venire abbandonata: se non lo si fa, è perché si teme quella dell’altro, in un perverso (ma ingenuo) gioco di sfiducia reciproca.

La storia - 66 anni sono ormai passati da quando tutto ciò è incominciato - ci dice che, andando avanti così, nulla mai cambierà. Abbiamo avuto alternanze di riduzione della violenza e di recrudescenze, un numero imprecisato di guerre e due intifade: non sono servite a nulla. Esiste qualche modo di sbloccare questa situazione che, lasciata alle attuali dimensioni, non ne ha alcuno? Le guerre si muovono normalmente su una base di presunta reciprocità, altrimenti non inizierebbero mai, sapendosi prima chi ne sarebbe il vincitore.

Tra Israele e la Palestina c’è invece una fondamentale differenza: il primo è uno Stato solido, ricco, riconosciuto dalla comunità internazionale, salvo che da alcune pochissime frange estreme (Hamas, l’Iran); il secondo, la Palestina, è povero e statualmente pressoché inesistente (piccolo com’è, è persino territorialmente diviso).

In una situazione del genere non c’è che una via: che il più fortunato (lasciamo stare da dove questa fortuna gli sia giunta) aiuti il più debole. Per pura e semplice riconoscenza per la fortuna avuta. Israele sa che in una qualsiasi nuova spirale di violenza, uscirebbe sempre vittorioso. Non gli resterebbe allora che una via: spazzar via l’Autorità Nazionale Palestinese (annessi e connessi), e attirarsi contro l’esecrazione planetaria. Gli converrà mai? Ovviamente no, così come non conviene a nessun israeliano né a nessun palestinese pensare che i propri rispettivi figli e discendenti continueranno a vivere nella paura e nel terrore. Non ha alcun senso, perché non c’è argomento che superi quello di un progetto di pacificazione e la conseguente domanda, tanto semplice quanto insuperabile: ma la vita non è meglio della morte?

Filosofi e teologi ricorrono talvolta, per spiegare congiunture particolarmente complesse e difficili, alla formula della «eterogenesi dei fini», che si verificherebbe quando, intendendo con una qualche azione perseguire un certo fine, in realtà si finisce per realizzarne uno diverso. Da certe intenzioni discendono conseguenze che non vi corrispondono. Che sia questo il caso del conflitto israelo- palestinese, in questa sua sorta di inspiegabile inestinguibilità? Ma sia ben chiaro: non è ad azioni casuali, caotiche, sporadiche, che possiamo affidare il futuro del conflitto israelo-palestinese. Tutti - Hamas compreso e come pure i partiti ultra-ortodossi israeliani - diano una prova di saper lavorare con la ragionevolezza e non con la brutalità. Che questo bruttissimo episodio segni finalmente un trionfo dell’eterogenesi dei fini: da un male potrebbe discendere un bene.


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