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CARMELITANI SCALZI ED ECUMENISMO: STORIA E MEMORIA. Ritrovato nel salernitano "file" perduto del tardo Rinascimento

martedì 18 febbraio 2020
UOMINI E DONNE, PROFETI E SIBILLE, OGGI: STORIA DELLE IDEE E DELLE IMMAGINI.
A CONTURSI TERME (SALERNO), IN EREDITA’, L’ULTIMO MESSAGGIO DELL’ECUMENISMO RINASCIMENTALE .....
RINASCIMENTO ITALIANO, OGGI: LA SCOPERTA DI UNA CAPPELLA SISTINA CON 12 SIBILLE. Sul tema, la prefazione di Fulvio Papi (...)

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> CARMELITANI SCALZI ED ECUMENISMO: STORIA E MEMORIA. --- Teresa d’Avila. Chi era veramente (Lucetta Scaraffia - Anna Foa)

sabato 1 dicembre 2018

Le metamorfosi di Teresa

Chi era veramente colei che morì dicendo «alla fine, Signore, sono figlia della Chiesa»

di Lucetta Scaraffia (Osservatore Romano, 02 marzo 2015)

      • [Foto] Tamara de Lempicka, «Santa Teresa d’Avila» (1930)

La forte personalità di Teresa emergeva con troppa libertà nella Chiesa della Controriforma: già le prime edizioni delle sue opere furono purgate dei passi ritenuti troppo arditi per una donna - e non erano pochi - in modo da garantirle una perfetta ortodossia in vista della canonizzazione. Che fu trionfale: celebrata nel 1622 - in compagnia dei grandi santi della Controriforma, il conterraneo Ignazio di Loyola e Filippo Neri - dopo che era trascorso un lasso di tempo insolitamente breve dalla sua morte, avvenuta nel 1582. Una canonizzazione esemplare perché per la prima volta la santità veniva misurata in base all’esercizio eroico delle virtù, e non più solo sulle prove di capacità miracolosa. Anche in questo Teresa fu una pioniera, la prima donna santificata per le sue virtù.

Teresa è stata la prima anche nell’unica altra forma di glorificazione che la Chiesa prevede per le donne: è stata infatti la prima donna dichiarata, nel 1970 da Paolo VI, dottore della Chiesa. Bisogna ammettere che la sua personalità è stata così forte e così ricca da aprire sempre vie nuove e da imporsi a tutti, nonostante si fosse tentato, in più modi, di soffocarla.

Chi era veramente Teresa de Jesús? La risposta a questa domanda ha una storia lunga e complessa: ha contribuito lei stessa a occultare parti della sua vita, per prudenza, dal momento che il suo operato è stato sempre guardato con sospetto dall’Inquisizione. Ha sempre detto «scrivo per obbedienza» facendone un’efficace formula di protezione esibita, quasi con ironia, all’inizio di ogni scritto.

Ma naturalmente i custodi dell’ortodossia, quanti pensavano che una donna può scrivere solo se le viene dato il permesso da un rappresentante del clero, la presero sul serio. E questa divenne una prassi abituale, nei secoli successivi, e fu seguita dai confessori di tutte le monache desiderose di narrare le proprie esperienze mistiche. Potevano scrivere solo se richieste dal confessore, per obbedienza.

L’immagine di Teresa che emerge dalla canonizzazione e dai suoi scritti opportunamente “purgati” è quindi quella di una monaca obbediente, assolutamente aderente a quella cultura controriformistica chiusa e aggressiva verso l’esterno che aveva prevalso: la santa quindi viene raffigurata come una nemica acerrima dei luterani - dei quali non sapeva quasi niente - e di qualsiasi comportamento che non fosse stabilito e accettato dalla Chiesa.

Ma la descrizione che ne ha fatto una carmelitana che l’aveva conosciuta personalmente, María de San José, ci fa cogliere la forza della sua personalità e ci fa capire che la sua libertà spirituale era visibile nel volto: «La santa era di media statura, più grande che piccola; in gioventù ebbe fama di essere molto bella e dimostrava di esserlo stata fino in vecchiaia; il suo volto non era affatto comune, ma straordinario, e non poteva dirsi né tondo né affilato».

Ma per alcuni secoli questa immagine folgorante - questa forte personalità che aveva affermato «non dirò cose che non so per esperienza», staccandosi così da tutta la letteratura devozionale precedente - è stata appannata, quasi spenta.

Tanto che si può dichiarare devoto della santa un personaggio che con la sua vera personalità certo non aveva molto a che fare: Francisco Franco, che nel 1939 riceve una sua reliquia - il braccio - dalla quale non si separa più, sino alla fine. In Teresa il caudillo vede la santa de la raza, cioè la discendente di puro sangue spagnolo, colei che in un modo inflessibile difende la Chiesa più tradizionale, e ne fa un uso politico a sostegno della sua ideologia. In sostanza, Franco costituisce l’apoteosi di un processo di normalizzazione della santa iniziato in occasione della canonizzazione.

Ma la situazione riceve una scossa definitiva nel 1946, quando il diligente erudito Narciso Alonso Cortés trova nell’archivio di Valladolid le carte che provano, fuori di ogni dubbio, l’origine ebraica della famiglia di Teresa. Emergono così il processo al nonno di Teresa, accusato di essere un marrano, la sua condanna a sfilare con il sanbenito per la città di Toledo e il successivo trasferimento ad Ávila, città meno importante, ma dove era meno conosciuto questo disonore, a cui segue l’acquisto di un certificato di limpieza de sangre per far dimenticare le origini e riscattare l’onore della famiglia. Da questo momento anche la figura di Teresa viene guardata in modo diverso e torna a illuminarsi di luce propria. E si comincia a leggere con altri occhi la risposta che la santa diede al superiore dei carmelitani che la interrogava sui suoi nobili antenati: Teresa avrebbe detto che «le pesava di più avere commesso un peccato veniale che se fosse stata discendente dei più vili e bassi villani e conversos del mondo».

Dopo questa scoperta - nonostante qualche resistenza - la biografia di Teresa viene rivista e riscritta, e si trova finalmente il posto per la sua figura di scrittrice accanto a quella della monaca mistica. Perché Teresa ha sempre accettato censure e controlli senza smettere di scrivere, di prendere appunti, di provarsi in generi letterari minori che si sottraevano a quei controlli. Non smise mai di ricorrere alla parola scritta, anche attraverso le lettere, per affrontare i problemi dell’ordine, per denunciare ingiustizie, per confidare stati d’animo.

Comincia a essere messo in luce quello che costituirà un nuovo aspetto di interesse degli studiosi: il “femminismo” di Teresa, il suo essere uno dei primi autorevoli esempi di “parola di donna”. Teresa allora - si scopre - non solo aveva affrontato con ironia e consapevolezza la sua condizione di donna, ma aveva anche anticipato quello che sarebbe stato poi uno dei cavalli di battaglia delle femministe: la presenza delle donne nel Nuovo Testamento. Di fronte all’ennesima replica dell’unica frase di condanna, quella di san Paolo che proibisce alle donne di parlare in chiesa e le riduce alla più stretta clausura, lei replica scrivendo: «Vagli a dire che non stiano solo a una parte della Scrittura, che guardino alle altre, e che si possano per caso permettere di legarmi le mani».

L’attenzione di femministe laiche era stata accesa su di lei già nel 1943, da una biografia della scrittrice inglese Vita Sackville West, ben lontana da uno scritto agiografico, che conobbe un discreto successo. In lei le femministe ritrovavano un modello di donna forte e autorevole, che sa combattere le gerarchie maschili con coraggio e con risultati positivi.

La storia di Teresa, quindi, si capovolge: da modello di obbedienza diventa modello di affermazione della propria volontà, del proprio progetto, in una società come quella contemporanea, in cui le donne cercavano modelli autorevoli e positivi nel passato. Uno dei testi più importanti fra le opere di questo filone è senza dubbio il libro di Alison Weber Teresa of Avila and the Rethoric of Feminility, pubblicato nel 1996, che investiga tutti i modi che la santa ha usato per difendersi dalle persecuzioni subite in quanto donna che scrive di teologia.

Ma sicuramente l’autrice femminista che più ha contribuito a una lettura contemporanea di Teresa è Julia Kristeva, semiologa e psicanalista, che le dedica un lunghissimo romanzo-saggio, Thérèse mon amour, uscito nel 2008. Il libro racconta un rapporto vivo, una sorta di corpo a corpo fra le due donne, la scrittrice mistica e l’autrice, un’appassionata credente, l’altra atea. Ma il fascino di Teresa sta, anche per la famosa intellettuale, nella sua fede: «L’infinito è in lei e in ogni cosa» scrive, considerandola una terapeuta delle anime, capace di connettere mente e corpo, cultura e natura, materia e rappresentazione. Kristeva riconosce in Teresa «una premonizione di Freud» in quanto esperta «dello spazio interiore del sentimento amoroso».

Ma queste recenti letture, che liberano senza dubbio la santa dal modello costrittivo in cui era stata rinchiusa, dimenticano spesso che si tratta di una donna appassionatamente legata a Dio, che muore dicendo «alla fine, Signore, sono figlia della Chiesa».

E certe volte l’impressione è quella di passare da un eccesso a un altro. A quando la vera Teresa?

di Lucetta Scaraffia


Il nonno marrano di Teresa

Juan Sánchez e la macchia del sangue

di Anna Foa (L’Ossevatore Romano, 02 marzo 2015)

Teresa Sánchez de Cepeda y Ahumada nacque ad Ávila nel 1515. La sua famiglia paterna veniva da Toledo, e suo nonno, Juan Sánchez, era un ricco mercante di lane e sete di famiglia conversa (cioè convertita dall’ebraismo alla fede cattolica) trasferitosi da Toledo ad Ávila all’inizio del Cinquecento. Ad Ávila la ricchezza della casa natale di Teresa dimostra come la famiglia avesse mantenuto appieno il suo precedente status economico e sociale. Nel 1485 Juan Sánchez era stato processato dall’Inquisizione toledana sotto l’accusa di giudaizzare e condannato a vestire in processione per sei settimane il sanbenito, la veste gialla dei condannati dall’Inquisizione. Il sanbenito era poi stato, come d’uso, appeso nella cattedrale, a segno perpetuo di infamia.

      • [Foto] «Conversos» con lo scapolare indossato dai penitenti in una stampa cinquecentesca

Juan Sánchez aveva però cercato di togliersi di dosso questa macchia, che segnava indelebilmente il suo lignaggio, comprando un certificato di limpieza de sangre e trasferendosi ad Ávila per far dimenticare l’episodio. E c’era riuscito, dal momento che nessuno della famiglia era più stato sottoposto a processo dall’Inquisizione, un’istituzione, quella spagnola, che non lasciava facilmente cadere la presa su quanti erano passati sotto la sua giurisdizione e sui loro discendenti.

Sia Toledo che Ávila fino al 1492, la data dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna, erano caratterizzate da una forte presenza tanto ebraica che conversa. Ad Ávila, nel corso del Trecento la percentuale di popolazione ebraica si avvicinava al trenta per cento della popolazione complessiva. Le violenze e l’ondata di conversioni della fine del Trecento e del primo Quattrocento avevano disgregato il tessuto comunitario ebraico in gran parte del territorio spagnolo, tanto in Aragona che in Castiglia, e favorito un gran numero di conversioni, più o meno forzate. L’integrazione dei convertiti nella società spagnola, molto ampia, era stata bloccata però a metà del Quattrocento dalle leggi di limpieza de sangre, norme che furono introdotte per la prima volta proprio a Toledo nel 1449 e che impedivano ai “nuovi cristiani”, cioè ai conversos e ai loro discendenti, l’accesso a università, ordini religiosi e militari, confraternite. Una vera e propria chiusura rispetto all’integrazione dei conversos, che divise la società spagnola tra “vecchi” e “nuovi cristiani” sottoponendo questi ultimi al costante controllo inquisitoriale della loro ortodossia.

Juan Sánchez, il nonno di Teresa, non era infatti solo un converso, cioè un discendente di ebrei convertiti. Era anche un marrano, cioè un converso condannato per essere ritornato alla fede dei padri. Un’accusa, questa, verosimilmente falsa, come molte altre del genere, come prova il percorso successivo di Juan Sánchez, tutto volto a recuperare credibilità come “vecchio cristiano”, ma che bastava a coprire d’infamia l’uomo e i suoi discendenti. Ecco quindi il trasferimento ad Ávila, l’acquisto dei falsi certificati di purezza di sangue, il tentativo riuscito di far dimenticare i suoi trascorsi. Suo figlio Alonso, il padre di Teresa, sposò in seconde nozze Beatrice de Ahumada, di nobile stirpe di “vecchi cristiani”. I numerosi fratelli di Teresa andarono nelle Americhe, come era abituale tra i discendenti di conversos. Suo fratello Rodrigo vi morì combattendo, tanto che Teresa lo considerava un martire della fede, mentre suo fratello Lorenzo divenne tesoriere reale a Quito, in Perù, e tornato in patria finanziò il convento fondato da Teresa a Siviglia.

La macchia del sangue fu davvero sepolta dall’oblio, se solo nel 1946 dei documenti scoperti nell’Archivio di Vallalolid, poi scomparsi misteriosamente fino agli anni Ottanta, hanno restituito le prove irrefutabili dell’origine ebraica della santa. Rimane aperta la questione di quanto la discendenza ebraica fosse nota in famiglia e conosciuta dalla stessa Teresa, anche se gli studi sulle sue opere tendono a mettere in luce, dietro il velo del silenzio più rigido su questa questione, assenze e presenze tanto tematiche che linguistiche tali da farne presupporre la consapevolezza da parte della santa. Molti studi recenti hanno sottolineato il ruolo dell’appartenenza ebraica nel suo percorso intellettuale e religioso: dal bel libro di Rosa Rossi, agli studi di Teófanes Egido López, a quelli di Cristiana Dobner. Il tema è ormai molto presente nella storiografia su Teresa.

Vorrei però far menzione di un’interpretazione più generale della forte presenza di conversos nel rinnovamento religioso del Cinquecento spagnolo avanzata da Yosef Hayim Yerushalmi, secondo cui l’afflusso di conversos nel più ampio filone del cattolicesimo spagnolo avrebbe avuto un ruolo determinante sul rinnovamento teologico e mistico, quasi i figli degli ebrei convertiti avessero voluto, divenendo interpreti di primo piano della trasformazione religiosa, introdurre nel mondo in cui entravano inusitati spessori culturali e novità rilevanti, pur entro i confini dell’ortodossia.

di Anna Foa


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