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DEMOCRAZIA "REALE": CHE COSA SIGNIFICA? CHE COSA E’? Alcuni chiarimenti, con approfondimenti - a c. di Federico La Sala

sabato 23 novembre 2019
"Nella democrazia - scrive Gaetano Filangieri nella sua opera La Scienza della Legislazione (1781-88) - comanda il popolo, e ciaschedun cittadino rappresenta una parte della sovranità: nella concione [assemblea di tutto il popolo], egli vede una parte della corona, poggiata ugualmente sul suo (...)

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> DEMOCRAZIA "REALE": CHE COSA SIGNIFICA? CHE COSA E’? --- "La Scienza della legislazione" di Gaetano Filangieri (di Antonio Gargano)

giovedì 16 gennaio 2014

La Scienza della legislazione di Gaetano Filangieri

di Antonio Gargano *

La Scienza della legislazione di Gaetano Filangieri è stata l’opera su cui si sono formati i protagonisti della Repubblica napoletana del 1799. Il titolo stesso è molto significativo: racchiude in sé le aspirazioni dell’Illuminismo alla riforma della società su basi razionali. È implicita una forte polemica con il diritto feudale e con quello che Filangieri chiama il caos della legislazione in tutti i Paesi d’Europa. All’oscurità del diritto vigente, Filangieri contrappone i lumi della ragione. Come figlio del ’700 sostiene l’esigenza di princípi razionali che possano dare ordine e uniformità a tutta la legislazione: la legislazione non può essere fondata sulla tradizione, sulla consuetudine, sull’autorità, ma dev’essere fondata sulla ragione e sulla sua universalità.

Filangieri, come tutti i grandi uomini di cultura del ’700 napoletano, ha un punto di forza nella tradizione platonica: c’è un piano del dover essere, un piano delle idee, un piano delle norme giuridiche indipendente dai tempi e dai luoghi, dettato dalla forza della ragione ed è ad esso che bisogna rifarsi per creare nuovi rapporti tra gli uomini, una nuova legislazione che non riguarda semplicemente il piano giuridico, ma è la premessa per la ripresa morale, per la ripresa dei costumi, a sua volta premessa per la felicità nazionale. Il benessere dei popoli dipende dal prosperare dei costumi e della vita morale, che dipendono a loro volta dalla legislazione che deve essere coerente, trasparente, razionale. Questo punto di vista comporta la considerazione che i costumi non sono considerati adeguati.

È da sottolineare la posizione critica di Filangieri nei confronti del popolo: il popolo non ha raggiunto costumi adeguati ai Lumi, non c’è da fare affidamento sul popolo. «Tutto per il popolo, ma niente attraverso il popolo»: i costumi del popolo non sono adeguati ai lumi della ragione, quindi la legislazione non può adeguarsi al costume, non si può seguire il metodo di Montesquieu di accettare il costume, né si può accettare di tramandare il diritto vigente. Il diritto vigente, sedimentato nel costume, è il rispecchiamento di tempi oscuri. La ragione è in Filangieri fortemente progettante, come sarà anche in Francesco Mario Pagano. Si tratta di dare una svolta: non si devono assecondare i costumi del popolo, ma bisogna elevarli, e la legislazione è uno strumento decisivo in questo senso.

Gaetano Filangieri, nato a Napoli nel 1753, era il terzogenito di una famiglia di discendenza normanna e quindi rampollo di una casata di altissimo lignaggio, ma non di cospicua possibilità economiche, tanto che fin dall’età di cinque anni i genitori l’avevano dovuto inserire nell’esercito di Ferdinando IV come alfiere.

Per la sua formazione Filangieri venne affidato a un giovane sacerdote di tendenze gianseniste, Nicola De Luca, personaggio di un certo fervore culturale, molto innovatore, legato alle tesi della indipendenza del diritto civile dal diritto canonico. In un commento all’Ecclesiaste di De luca si intravede il rapporto che egli come pedagogista sta intrattenendo con questo giovinetto geniale. In quest’opera compare un giovane filantropo (il suo discepolo, Filangieri) che viene indirizzato al bene della specie umana; ci sono dialoghi tra il precettore e il discepolo incentrati su questa finalità: l’uomo deve concorrere al benessere della specie umana e non vivere per ragioni egoistiche. Questo personaggio di vasta cultura influenzò Filangieri, e ne fu influenzato.

Filangieri è stato un genio precoce: già a vent’anni egli presenta una personalità spiccata. Nel 1773, a vent’anni, Filangieri si reca a Palermo in visita allo zio Serafino Filangieri, vescovo di Palermo, che era tanucciano, si muoveva cioè nel solco del riformismo risalente all’età di Carlo III. La venuta di Filangieri a Palermo viene preannunziata da lettere che mettono gli ambienti palermitani in attesa dell’arrivo di questo giovane promettente. Filangieri non si smentisce, trova un ambiente molto fervido intorno al “Giornale dei letterati”, organo di critica letteraria, ma di fatto anche di critica storica e politica mal visto dal Borbone, di cui facevano parte due redattori d’eccezione, Isidoro Bianchi e Francesco Paolo Blasi (quest’ultimo morirà poi sulla forca nel 1795, accusato di aver partecipato a una congiura giacobina).

Nei dialoghi con Bianchi, Filangieri ricava punti di forza della sua visione teorica. Raccoglie la grande attenzione che c’era a Palermo per Mably (1709-1785), filosofo politico poco noto, ma significativo, tanto che, nelle tempeste della breve vita della Repubblica napoletana del ’99, i patrioti napoletani trovarono il tempo e il modo di pubblicare sue opere oltre al Contratto sociale di Rousseau. Mably presentava un tema fondamentale: una polemica anti machiavellica e una forte insistenza sulla saldatura tra morale e politica. Nei circoli palermitani Filangieri assorbe l’interesse per Mably, che ha elogiato lo spirito spartano e la congiunzione rigorosa di morale e politica. Riporta poi l’attenzione per Mably a Napoli e trasmette ai suoi discepoli l’interesse per questo autore francese.

Il primo elemento che raccoglie a Palermo è quindi la saldatura morale-politica e l’amore per Sparta. Nei circoli palermitani si era sviluppato un intenso dibattito su Rousseau con una posizione molto precisa: si rifiutava il primo dialogo del Ginevrino, quello sulle scienze e sulle arti e si accoglieva invece pienamente il secondo, quello sull’ineguaglianza. Filangieri respinge il dialogo sulle scienze e sulle arti, che denuncia i guasti che sarebbero provocati dalla tecnica, dalla scienza e dai Lumi, torna a Napoli convinto del fatto che senza i Lumi, senza la scienza e senza i filosofi non c’è progresso possibile: Rousseau ha sbagliato nell’ipotizzare un danno che venga dalla scienza e dalla cultura che sono invece i motori della trasformazione sociale.

A Palermo Filangieri prende parte a dotte conversazioni, ma assiste anche nel settembre del ’73 ad una sollevazione della plebe palermitana, una rivolta che si manifesta in maniera torbida, senza una testa pensante che la riesca a guidare. Tornato a Napoli scrive agli amici palermitani per riprendere una meditazione su questo episodio, da cui ricava la diffidenza verso il popolo non guidato dagli intellettuali: si rafforza in lui la convinzione per cui non si può avere fiducia nei costumi, cioè in quello che è sedimentato nel popolo.

L’anno dopo Filangieri dedica a Bernardo Tanucci un libretto intitolato: Riflessioni politiche sull’ultima legge del Sovrano. Tanucci aveva formulato una legge con cui si cercava di arginare l’arbitrio dei giudici e Filangieri, speranzoso nel dispotismo illuminato, nel suo denso opuscolo vede in questa legge di Tanucci una possibilità di rischiaramento consistente nel fatto che i giudici nell’emettere le sentenze devono renderle pubbliche e motivate. Questo costituiva una grande novità, in quanto la giustizia veniva amministrata senza motivazione delle sentenze.

Filangieri sostiene che bisogna spezzare gli arcana juris, cioè il velo di mistero che circonda il diritto. I giudici invece di motivare le sentenze ricorrevano alle tradizioni giuridiche: la condanna, l’assoluzione o la pena venivano non motivate, ma estratte dal diritto romano, dal diritto canonico, dalle tradizioni, dalla consuetudine, ci si riferiva a sentenze precedenti oppure al Corpus juris e non si cercava di enucleare la natura del reato e di giustificare la pena in rapporto al reato. Nel 1777 Tanucci cade e comincia l’involuzione reazionaria, sempre piú catastrofica, di Ferdinando IV, che si circonda di personaggi legati ai capricci di Maria Carolina fino a dare pieni poteri all’Acton. L’accantonamento di Tanucci crea una crepa nella fiducia da parte di Filangieri nella monarchia.

Nel 1780 Filangieri pubblica i primi due libri della Scienza della legislazione. Un giovane di 27 anni da alle stampe due volumi, preannunziando un’opera in sette libri suddivisi in piú tomi. La struttura della Scienza della legislazione secondo il piano delineato da Filangieri, consiste in un primo volume dedicato ai princípi della legislazione, un secondo dedicato alle leggi politiche ed economiche, il terzo al diritto criminale, il quarto all’educazione, il quinto alla religione (uscito postumo e incompiuto nel 1791), il sesto e il settimo, che dovevano essere rispettivamente sulla proprietà e sulla famiglia, non sono stati redatti per la morte precoce di Filangieri nel 1788, a soli trentacinqueanni.

Un immenso progetto che suscita già all’apparizione dei primi due libri un’ammirazione sconfinata. Pietro Verri gli scrive dopo pochi mesi: «Ho sentito la voce di Ercole nelle pagine della Scienza della legislazione». A Venezia viene immediatamente ristampata, giungono elogi da Milano, da Firenze, da Parma, tutti ispirati a una sorta di orgoglio nazionale. Nel 1784, anno in cui a Napoli viene messa all’Indice la prima parte della Scienza della legislazione, nell’ambito linguistico tedesco ne sono apparse tre edizioni diverse a Zurigo, a Berlino, a Vienna. L’opera viene poi tradotta in francese, in spagnolo, in inglese parzialmente, in russo, in svedese, con elogi entusiastici rivolti all’autore: il piú noto e significativo è quello di Benjamin Franklin che lo tiene presente anche per la legislazione americana e che avvia una corrispondenza con Filangieri.

Nel discorso introduttivo Filangieri si riferisce alla civiltà europea e sferza lo spirito di rapina dell’Europa nei confronti delle Indie e dell’America. L’oro è diventato l’elemento dominante dell’epoca, questo però implica una decadenza dell’Europa a cui si dovrà porre rimedio. L’oro vale dappertutto, ma non è distribuito egualmente dappertutto: bisognerà fare i conti col fatto che il danaro è diventato il valore dominante per cercare di curvarlo a fini di civiltà perché l’avidità degli europei, manifestatasi già con il saccheggio delle Indie occidentali, ha portato a gravi guasti nel costume europeo.

La riforma della legislazione viene vista come qualche cosa che si fonda su princípi naturali, ovvero razionali: la natura umana è caratterizzata dalla ragione e dal momento che la ragione è universale, i princípi della legislazione varranno per tutti i popoli del mondo; si tratta di un progetto di riforma dei costumi di portata universale.

Bisogna porsi il problema della “felicità nazionale” come dice Filangieri, ma questa non può essere conseguita se non c’è un sistema legislativo coerente, matrice di migliori costumi e di benessere. Filangieri sostiene che ci sono due requisiti fondamentali alla base della vita civile: la conservazione e la tranquillità. Egli parte dalla costatazione che ogni essere vivente, e in particolare l’uomo, ha una tendenza fondamentale a conservare se stesso, a cercare di rafforzare la propria presenza nel mondo, a moltiplicare le proprie energie e il proprio benessere; bisogna quindi mirare alla conservazione di tutti ed è quindi necessaria la tranquillità. La tranquillità si deve radicare nella certezza del diritto, che deve essere qualcosa di geometrico, di razionale.

In Filangieri si trovano espressioni simili a quelle di Spinoza, che aveva applicato ragionamenti di stile matematico-geometico alla morale. Filangieri parla di una circonferenza dal cui centro si devono ripartire i vari raggi: ci vuole un metodo deduttivo, il metodo razionale per eccellenza, che deve partire da un centro e quindi da princípi ben identificati attraverso i quali si deve costruire tutto l’apparato dell’ordinamento giuridico.

La posizione di Filangieri si può considerare come una presa di posizione per il giusnaturalismo contro il giuspositivismo: il diritto deve essere fondato su princípi razionali e non su ciò che è positus, posto, non su ciò che la storia ci lascia di fatto. Nel prearnbolo delle riflessioni politiche del 1774, Filangieri dice: «Io mi consacro interamente allo Stato», ciò a testimoniare che già a ventun anni ha la forte consapevolezza di avere una missione da compiere a cui non sottrae neanche un giorno della propria esistenza. Egli è invece piú indulgente con il prossimo: «Ognuno deve lavorare poche ore in modo da non abbruttirsi e supplire ai suoi bisogni e a quelli della sua famiglia, un lavoro assiduo, una vita conservata a stento non è mai una vita felice. Questa era la misera condizione dell’infelice, niun istante era per lui perché li doveva tutti al lavoro. Lo Stato bisogna che sia ricco e che le ricchezze vi siano ben distribuite».

Ferdinando Galiani e Antonio Genovesi, gli altri due grandi esponenti della triade dell’Illuminismo napoletano, avevano a loro volta sviluppato la scienza dell’economia. Genovesi aveva ricoperto la prima cattedra di commercio e meccanica (oggi si direbbe d’economia politica) in Europa. Dalla sua opera Filangieri ricava l’attenzione al fatto che lo Stato per poter creare prosperità deve essere esso stesso prospero.
-  «Io chiamo bontà assoluta delle leggi la loro armonia coi princípi universali della morale comune a tutte le nazioni a tutti i governi e adattabile in tutti i climi» è chiara qui la polemica con Montesquieu che ha scritto lo Spirito delle leggi sostenendo che esse nascono dal costume, dalla storia, dal clima, dalle disponibilità economiche, dall’infanzia o maturità di un popolo; Filangieri invece è piú decisamente illuminista in questo senso, e sostiene che ci sono leggi comuni a tutte le nazioni. Si risente l’eco, non solo dell’Illuminismo europeo, ma anche della Scienza Nuova di Vico e quindi l’identificazione di linee di sviluppo comuni a tutta l’umanità. «Il diritto della natura contiene i princípi immutabili di ciò che è giusto ed equo in tutti i casi»: solo il diritto naturale e razionale può essere veramente giusto perché ha come regola la ragione che è egualitaria. La regola non può essere altro che la regola della ragione. «Niun uomo può ignorare le sue leggi, esse non sono i risultati ambigui delle massime dei moralisti né delle sterili meditazioni dei filosofi, queste sono i dettami di quel principio di ragione universale, di quel senso morale del cuore che l’autore della natura ha impresso in tutti gli individui della nostra specie come la misura vivente della giustizia e dell’onestà che parla a tutti gli uomini il medesimo messaggio e prescrive in tutti i tempi le medesime leggi».

Dopo aver parlato della bontà universale delle leggi, Filangieri si addentra anche nella bontà particolare: non si può stendere una legge universale per tutto il mondo, ma ciò che è importante è che i princípi giuridici di tutela dell’individuo, di tutela del benessere, della conservazione, il rispetto reciproco, la possibilità di avere una presenza nella società garantita devono essere propri di tutte le legislazioni; da quel punto, deduttivamente, si arriva anche a situazioni piú particolari che devono essere regolamentate con princípi piú particolari.

La Scienza della legislazione presenta una demolizione morale e filosofica del feudalesimo. Il feudalesimo è arbitrio, è prepotenza, è diseguaglianza ingiustificata, le uniche disuguaglianze che possono essere tollerate sono quelle del merito, del talento, ma le disuguaglianze dovute al lignaggio, alla casta, alla prepotenza vanno respinte: bisogna distruggere le barbarie del feudalesimo per fare emergere i veri valori legati al merito e al talento. Per eliminare il feudalesimo bisogna abbattere il sistema di proprietà feudale, quindi bisogna fare in modo che il latifondo venga spezzato cosí da creare tanti piccoli proprietari. L’uomo, per potersi sostentare e per sentirsi parte nella nazione, deve avere una piccola proprietà, che gli fa mettere veramente radici. Il piano politico si salda cosí con quello economico.

Il II libro è dedicato a politica ed economia. C’è anche un’osservazione di carattere demografico che porta al passaggio dalla politica all’economia; egli sostiene che la legislazione feudale non favorisce i matrimoni, porta un rarefarsi della popolazione e afferma in maniera molto forte che l’Europa ha almeno cento milioni di abitanti in meno di quelli che dovrebbe avere perché non è incoraggiata la proprietà della terra.

Dal libro II: «Osservate lo stato di tutte le nazioni, leggete il gran libro delle società, voi le troverete divise in due parti irreconciliabili: i proprietarii e i non proprietarii, ossia i mercenarii. Sono queste due classi di cittadini infelicemente inimiche tra loro. Invano i moralisti han cercato di stabilire un trattato di pace fra queste due condizioni diverse. Il proprietario cercherà sempre di comprare dal mercenario la sua opera al minor prezzo possibile e questi cercherà sempre di vendergliela al maggior prezzo che può. In questo negoziato quali delle due classi soccomberà? Questo è evidente, la piú numerosa. Per la disgrazia comune dell’Europa, per un difetto enorme di legislazione, la classe dei proprietari non è che un numero infinitamente picciolo relativamente a quella dei mercenarii [...], la felicità pubblica non è altro che l’aggregato delle infelicità private di tutti gli individui che compongono la società. Allorché le ricchezze si restringono tra poche mani, allorché pochi sono i ricchi e molti sono gli indigenti, questa felicità privata di poche membra non farà sicuramente la felicità di tutto il corpo, anzi, come ho detto, ne farà la rovina. Se le ricchezze dunque non solo sono inutili, ma perniciose ai popoli, il legislatore non avrà fatto tutto richiamandole nello Stato se non avrà pensato alla maniera di ben ripartirle».

[LA CONTINUAZIONE - di seguito, sotto - nel post successivo]


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