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DEMOCRAZIA "REALE": CHE COSA SIGNIFICA? CHE COSA E’? Alcuni chiarimenti, con approfondimenti - a c. di Federico La Sala

sabato 23 novembre 2019
"Nella democrazia - scrive Gaetano Filangieri nella sua opera La Scienza della Legislazione (1781-88) - comanda il popolo, e ciaschedun cittadino rappresenta una parte della sovranità: nella concione [assemblea di tutto il popolo], egli vede una parte della corona, poggiata ugualmente sul suo (...)

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> DEMOCRAZIA "REALE": CHE COSA SIGNIFICA? CHE COSA E’? --- "La Scienza della legislazione" di Gaetano Filangieri (di Antonio Gargano)

giovedì 16 gennaio 2014

[CONTINUAZIONE- e fine]

Nel libro III sul diritto criminale Filangieri sviluppa una polemica a favore della trasparenza del diritto, contro i procedimenti segreti, contro le delazioni, ma c’è anche un dissenso con Cesare Beccaria: Filangieri non è contrario alla pena di morte, la vede necessaria in caso di omicidio e in caso di attentato alla sovranità dello Stato, ma è a favore di tipi di pene che siano utili alla società come ad esempio il lavoro nelle miniere o nelle galere. Quando il contratto sociale viene violato da un qualunque reato, si tratta pur sempre di un delitto contro la società e la società si deve rivalere ottenendo qualche servigio utile dal reo.

Il pensiero di Filangieri presenta una forte originalità sul tema del contratto sociale: questo non viene visto né alla maniera di Hobbes, né alla maniera di Rousseau come qualche cosa che scaturisce da un ipotetico patto tra gli individui. Il contratto sociale per Filangieri, è una condizione preliminare per la società, non può essere in alcun caso rotto dagli individui perché il contratto non parte dagli individui, ma è la precondizione logica per lo stare insieme degli uomini, ha una natura simile alle idee platoniche.

Tolto il contratto sociale è tolta anche la convivenza tra gli uomini. «Né la vendetta dell’offesa arrecata alla società né l’espiazione del reato sono gli oggetti delle pene. La vendetta è una passione e le leggi ne sono esenti. E la giustizia non è una di quelle terribili divinità alle quali i loro crudeli adoratori immolano le umane vittime per placare il loro preteso furore. Le leggi allorché puniscono, hanno innanzi agli occhi la società e non il delinquente; esse sono mosse dall’interesse pubblico e non dall’odio privato, esse cercano un esempio per l’avvenire e non una vendetta per il passato [la pena deve avere un potere fortemente dissuasivo nei confronti di futuri reati]. La vendetta, qualunque essa fosse, sarebbe assurda e inutile: assurda perché le leggi moderatrici delle particolari passioni giustificherebbero in questo caso col loro esempio quello che condannarono coi loro precetti; inutile perché non potrebbe impedire che il torto arrecato alla società dal delitto del reo non esistesse realmente. Le grida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate? L’oggetto dunque delle leggi nel punire i delitti altro non può essere se non quello di impedire che il delinquente arrechi altri danni alla società e distogliere gli altri dall’imitare il suo esempio con l’impressione che la pena da lui sofferta deve fare sui loro spiriti. Se questo fine si può quindi conseguire colle pene piú dolci, le leggi non debbono impiegare le piú severe. Quelle pene sono dunque preferibili che, serbata la proporzione che conviene col minor tormento del reo, producono il maggior orrore per i delitti, e il maggiore spavento per coloro che sarebbero tentati a commetterli. Il legislatore, nel determinare dunque le pene alle diverse specie dei delitti, non deve permettersi che quel grado di severità necessaria per reprimere l’affezione viziosa che li produce».

Il libro IV tratta dell’educazione. Filangieri dedica un intero libro all’educazione dando una serie di indicazioni precise per un’educazione universale, di tutto il popolo, ma non uniforme, bensí differenziata tra le classi dirigenti e le classi popolari: non è ipotizzabile che le conoscenze che deve avere un magistrato vengano imposte anche al popolo. Il popolo deve essere educato in un’arte specifica, deve essere educato alla virtú, ma non può essere educato alla gestione del corpo sociale, all’amministrazione delle leggi. Per chi deve amministrare la società e gestire le leggi è necessaria un’educazione severa di tipo superiore, una volta che sia appurata la sua disponibilità al bene pubblico. Non si tratta semplicemente di mettere in moto un buon sistema educativo: l’educazione fondamentale viene dalle leggi.

Se il vivere civile non è ordinato, se al delitto non corrisponde la pena, se i rapporti tra gli uomini non sono trasparenti, se non c’è la certezza del diritto, i rapporti umani diventano confusi e quindi si crea maleducazione, tendenza al sopruso e nessuna buona istruzione servirà a niente. Sono sí necessarie leggi che istituiscano un’educazione universale, ma sono proprio le leggi stesse ad avere una funzione educativa. «L’esperienza è quella che mi fa vedere nelle moderne società europee l’istruzione e i Lumi diminuire i tristi effetti della corruzione ed innalzare il solo argine che oggi si oppone ai progressi del dispotismo e della tirannide. Che ne sarebbe di noi se in mezzo alla depravazione dei nostri costumi, ai vizi della nostra educazione e all’imperfezione delle nostre leggi, se in mezzo ad un milione e quattrocentomila uomini sempre armati e sempre pronti a difendere gli attentati dei padroni dell’Europa i libri scritti dai filosofi non inculcassero i luminosi princípi della morale, non combattessero il vizio, non facessero arrossire il tiranno? Che ne sarebbe di noi se l’opinione pubblica dei detti scritti maneggiata e diretta non coprisse d’infamia il monarca che ordina una legge ingiusta e il ministro che la propone e il magistrato che la fa eseguire?».

Filangieri ha un concetto molto moderno di opinione pubblica: la presenza di una cultura illuminata funge da deterrente per il dispotismo, per l’arbitrio. Ha molta fiducia nella diffusione dei Lumi e anche per questo difende la libertà di stampa. «Se i programmi delle cognizioni e dei Lumi ci han dato per cosí dire la forza per dominare la natura e di farla servire ai nostri disegni, se la mano potente dell’uomo dirige il fulmine, soggioga i venti, impone leggi alle acque, dà ai vegetali e agli animali nuove qualità, individua, crea per cosí dire negli uni e negli altri nuove specie secondarie, forme adopera nuovi fluidi e sale, si sostiene e viaggia con le ali dell’arte sugli immensi spazi dell’etere, se il progresso io dico delle cognizioni e dei Lumi ci ha dato tanto impero sul mondo fisico, per quale motivo non potremmo noi sperare di acquistarne uno sul mondo morale?».

Questo testo presenta una certa assonanza con un brano di Robespierre: in questi due grandi spiriti dell’Illuminismo europeo si affaccia con prepotenza l’esaltazione della capacità di dominio dell’uomo sulla natura e il rammarico per il fatto che non si profili un adeguato dominio anche sul mondo morale. Filangieri spera che l’uomo possa avere un dominio anche sul mondo morale, cioè sui rapporti intersoggettivi, sulle società e sul loro andamento attraverso l’educazione: l’uomo ha avuto un progresso a metà, i Lumi si sono diffusi solo sul versante della natura e non sono stati capaci di avere presa anche sul versante umano.

Il compito è di dirigere il mondo umano: questo è il messaggio forte dell’Illuminismo napoletano, come anche della Rivoluzione francese e della Rivoluzione napoletana del ’99. Filangieri, padre spirituale della rivoluzione del ’99, formula un’idea fondamentale: la possibilità di progettare razionalmente i rapporti tra gli uomini. Questo è il significato della Scienza della legislazione: i rapporti umani si regolano con la legge, la legge si può formulare in base a una scienza, ponendo fine all’arbitrio; i rapporti giuridici si possono regolare mediante una scienza, quindi si possono progettare. Non bisogna tenersi addosso il fardello della storia, è finita la preistoria in cui l’uomo si lasciava dominare da meccanismi automatici.
-  «Queste poche riflessioni basteranno, io spero, per mostrarci la differenza che vi deve essere fra il sistema dell’educazione pubblica degli antichi e quello dell’educazione pubblica dei moderni. L’uno e l’altro possono e debbono però rassomigliarsi in un solo articolo e questo è quello dell’universalità. Se una sola classe di cittadini venisse esclusa dalla pubblica educazione il mio piano sarebbe imperfetto e vizioso».

Il tema fondamentale è quello della universalità della educazione, ma Filangieri sottolinea anche che bisogna sdoppiare l’educazione del popolo, che deve essere elevato verso i Lumi, da coloro che detengono i Lumi e debbono guidare la società. Egli dice «Essa, educazione universale, richiede che l’artigiano possa ricevere nella sua infanzia per istruzione che atta ad allontanarlo dal vizio, a condurlo alla virtú, all’amore della patria, al rispetto delle leggi e a facilitargli i progressi nella sua arte e non già quella che si richiede per dirigere la patria e amministrare il governo.

L’educazione pubblica, finalmente, per essere universale richiede che tutte le classi, tutti gli ordini dello Stato vi abbiano parte, ma non richiede che tutti questi ordini, tutte queste parti vi abbiano la parte stessa, in poche parole essa deve essere universale, ma non uniforme, pubblica, ma non comune». Stretti sono i rapporti tra benessere economico e livello di istruzione di un popolo: «...bisognerebbe interamente ignorare l’istoria del progresso dello spirito umano per ignorare i molteplici e innegabili rapporti che vi sono tra l’istruzione pubblica e l’opulenza pubblica, tra lo stato del sapere e dei lumi di un popolo e quello della sua industria e delle sue ricchezze...».

Il V libro, di cui ci sono rimasti solo frammenti preparatori di una stesura definitiva, è dedicato alla religione. C’è una religione universale razionale, la religione della ragione, che può fino a un certo punto mediarsi con le religioni tradizionali. Tutte le religioni, essendo un frutto dell’uomo, hanno qualche cosa in comune. C’è elemento comune alle religioni storiche che può essere messo in rilievo per essere portato sempre piú in luce e per far emergere, al di là degli elementi mitici, le componenti razionali. La religione dello Stato dovrà espungere gli elementi di superstizione e mettere al centro i caratteri piú puri della religione. Una religione civile lega insieme i cittadini dello Stato. Le credenze comuni fondamentali sono razionali, ma soprattutto sono religione in contrapposizione a superstizione. La superstizione è ignoranza e oscurità, la religione invece si avvicina alla ragione ed è un legame, ha un valore politico, perciò Filangieri ne parla nella Scienza della legislazione.

Filangieri aveva progettato un’opera sulla scienza delle scienze, che avrebbe dovuto cercare di compiere un lavoro di razionalizzazione, di schematizzazione dei princípi di tutte le scienze. Aveva immaginato una Istoria universale perenne, cioè una ripresa della Scienza nuova di Vico. Purtroppo le carte contenenti i primi appunti di queste opere sono andate perse nei tumulti del 1799 in cui la famiglia Filangieri è stata colpita.

Nel 1780 escono i primi due volumi della Scienza della legislazione e nel 1782 ci sono le prime reazioni da parte dei personaggi piú legati all’ordine feudale a Napoli. Nel 1784 i due volumi vengono inclusi nell’Indice dei libri proibiti, ma - come si è detto - nello stesso anno Filangieri ha la grande soddisfazione di vedersi già tradotto in tedesco e, sempre piú preoccupato della piega che sta prendendo la monarchia a Napoli, scrive a Franklin una lettera in cui dice: «io spererei di poter rendere i miei servigi alla terra libera dell’America».

Fa capire di essere pronto anche a trasferirsi in America, ma la cosa non riesce allora si ritira a Cava dei Tirreni riuscendo a ottenere di sottrarsi alle incombenze di corte. Cava dei Tirreni diventa, soprattutto nel 1786-87, un luogo di pellegrinaggio di dotti di tutta Europa. Goethe nel 1787 vi si reca a visitare questo giovane intellettuale, ne riporta un’impressione molto forte che è descritta nel suo Viaggio in Italia.

Goethe riporta in Germania notizie di Giambattista Vico attinte proprio dai colloqui con Gaetano Filangieri. La situazione politicamente si inasprisce, Filangieri però si concentra sempre di piú nel proprio lavoro e riesce a concludere altri tre libri della Scienza della legislazione, ma all’improvviso, per una degenerazione della sua malattia dovuta anche allo strenuo lavoro, il 21 luglio del 1788 muore nel castello Giusso di Vico Equense. Lí si recano Domenico Cirillo e Francesco Mario Pagano futuri protagonisti della Repubblica napoletana del 1799, a rendere omaggio all’amico morente.

Gli anni immediatamente successivi fanno assistere a un intensificarsi della piega reazionaria della monarchia napoletana; l’anno dopo la morte di Filangieri scoppia la Rivoluzione francese e Maria Carolina, sorella di Maria Luisa di Borbone, con le sue diffidenze verso i riformisti prende sempre di piú il sopravvento nella corte napoletana.

I Borbone si rendono sempre piú conto che la Scienza della legislazione è materiale rivoluzionario. Il Consiglio di Stato condanna l’opera tanto che la vedova di Filangieri si deve appellare a un amico, Carlo Mazzacane, per ottenere una sorta di indulgenza da parte della regina. Negli anni successivi alla morte di Filangieri sempre piú si delinea l’identificazione fra i suoi seguaci e gli ideali rivoluzionari.

Quando la rivoluzione a Napoli temporaneamente vince, il debito nei confronti della Scienza della legislazione diventa evidente e Francesco Mario Pagano tiene un memorabile discorso in cui raccorda l’eversione della feudalità, nuova legge della Repubblica, con la Scienza della legislazione.

In Francia si vede in Filangieri uno dei padri anche della Rivoluzione francese e quando, a seguito della repressione dei moti del ’99, la vedova di Filangieri è costretta a portare i due figli a Parigi, Napoleone Bonaparte la riceve tenendo un esemplare della Scienza della legislazione sulla propria scrivania.

* FONTE: ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI


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