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DEMOCRAZIA "REALE": CHE COSA SIGNIFICA? CHE COSA E’? Alcuni chiarimenti, con approfondimenti - a c. di Federico La Sala

sabato 23 novembre 2019
"Nella democrazia - scrive Gaetano Filangieri nella sua opera La Scienza della Legislazione (1781-88) - comanda il popolo, e ciaschedun cittadino rappresenta una parte della sovranità: nella concione [assemblea di tutto il popolo], egli vede una parte della corona, poggiata ugualmente sul suo (...)

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> DEMOCRAZIA "REALE": CHE COSA SIGNIFICA? CHE COSA E’? ---- LA SOCIETA’ DEGLI UGUALI. "Il mito della meritocrazia può distruggere la società". Intervista a Pierre Rosanvallon

martedì 8 novembre 2011

"Il mito della meritocrazia può distruggere la società"

intervista a Pierre Rosanvallon

a cura di Fabio Gambaro (la Repubblica, 8 novembre 2011)

Solo una società fondata su una vera uguaglianza può garantire la coesione sociale necessaria ad affrontare le difficili prove del nostro tempo. Per Pierre Rosanvallon è una certezza. Il celebre studioso delle forme della politica lo ribadisce nel suo ultimo libro, La société des egaux (Seuil), appena uscito in Francia e già in corso di traduzione in molte lingue. L’intellettuale francese che insegna al Collège de France e dirige La République des idées vi analizza la crisi del concetto di uguaglianza in una società, la nostra, dominata da differenze sociali sempre più marcate. Analisi da cui poi nasce la proposta di "una società degli eguali" che suona quasi come un contributo teorico al movimento degli indignados.

«Gli indignados sono solo la punta dell’iceberg di un protesta sociale diffusa che denuncia la deriva intollerabile delle disuguaglianze. Una deriva che, oltre ad essere un disastro morale, favorisce la «decostruzione sociale», spiega Rosanvallon, di cui in Italia sono disponibili diverse opere, tra cui Il popolo introvabile (Il Mulino). «Purtroppo però l’indignazione non si traduce quasi mai in scelte concrete di riforma. Anzi, mentre ci si indigna, le fratture sociali aumentano. La coscienza politica cresce, ma la coesione sociale arretra».

Come se lo spiega?

«La società condanna dei fatti prodotti da meccanismi che però vengono parzialmente accettati. Ad esempio, si denunciano le retribuzioni scandalose dei trader ma non ci si stupisce di fronte ai compensi spesso superiori dei calciatori o degli artisti. Oppure si accetta senza troppi problemi l’idea che il merito possa produrre differenze economiche enormi. Tutto ciò è un segno dello scollamento tra la democrazia come regime politico e la democrazia come forma sociale. Sul piano politico le democrazie sono oggi globalmente più forti e critiche di trent’anni fa, possono contare su contropoteri più organizzati e una maggiore informazione. Ma la democrazia come legame sociale fondato sull’uguaglianza sta pericolosamente declinando».

In passato la dimensione sociale della democrazia contava di più?

«Certamente. Per le rivoluzioni americana e francese, più che il regime politico contava l’idea di una società senza privilegi e differenze sociali. Per questo la parola "uguaglianza" era tanto importante, come aveva colto subito Tocqueville. Oggi, essa arretra dappertutto. Ma una democrazia non può certo continuare a progredire se tra gli individui viene a mancare il senso di appartenenza a una società comune e condivisa. Nella frattura sociale rischia d’insinuarsi il populismo, vale a dire la patologia della democrazia-regime che sfrutta la decostruzione della democrazia-società. Di fronte alla crisi del senso di appartenenza, il populismo risponde con l’esaltazione di un sentimento di comunità fittizio, basato su un’ideologia nazionalista fatta di esclusione, xenofobia e illusoria omogeneità. Per rispondere al populismo, occorre quindi promuovere una società dove la parola uguaglianza abbia nuovamente un senso».

Perché negli ultimi vent’anni l’eguaglianza sociale è arretrata?

«La società ha progressivamente abbandonato il modello redistributivo che per quasi tutto il secolo scorso ha progressivamente attenuato le disuguaglianze sociali. La scelta della redistribuzione era legata al ricordo delle grandi prove vissute collettivamente, soprattutto le due guerre mondiali, e alla paura del comunismo che ha spinto anche i regimi più conservatori verso le riforme sociali. Oggi il vissuto collettivo e il riformismo della paura non agiscono più, contribuendo così a rendere molto più fragile la spinta alla solidarietà».

Quanto ha pesato il trionfo dell’individualismo?

«E’ stato un fattore strutturale determinante, per altro favorito dall’avvento del nuovo capitalismo d’innovazione, il quale valorizza la produttività e la creatività individuali. Dagli anni ottanta in poila meritocrazia e l’uguaglianza di opportunità sono diventate sempre più importanti, sostenute da una trasformazione quasi antropologica dell’individualismo».

In che direzione?

«Agli albori della democrazia, l’individualismo era universalizzante. Essere un individuo significava innanzitutto essere come gli altri, con gli stessi diritti e la stessa libertà. Da qui l’idea di una società d’individui simili e uguali. Oggi invece prevale la domanda di singolarità, l’individualismo che ci distingue dagli altri, il bisogno di sentirsi unici che trova un terreno d’elezione nella società dei consumi. Abbiamo l’impressione di avere un potere supplementare sulla nostra vita solo perché ci consideriamo consumatori avvertiti, ma scegliere tra cinque operatori telefonici non fa di noi dei cittadini responsabili. La vera singolarità è costruire la propria vita come individui autonomi, esistere come persone. Il neoliberalismo, invece, ha risposto al bisogno di singolarità sacralizzando il consumatore e indicano come ideale della società quello della concorrenza generalizzata».

Come fare per rimettere l’uguaglianza al centro della società?

«Insistere sul merito e sull’eguaglianza di opportunità non basta, occorre elaborare una vera e propria filosofia dell’uguaglianza, che naturalmente non vuol dire egualitarismo. Dall’eguaglianza come metodo di redistribuzione occorre passare all’eguaglianza come relazione, che deve diventare la struttura portante di una società d’eguali, articolandola però con il bisogno di singolarità. Oggi infatti non si può più pensare all’uguaglianza come omogeneità e livellamento, occorre dare a ciascuno i mezzi della propria singolarità, senza discriminazioni. Ma accanto a questa eguaglianza "di posizione", va promossa l’eguaglianza "d’interazione", da cui dipende il sentimento di reciprocità, che è fondamentale per la coesione sociale».

Perché la reciprocità è così importante?

«C’è reciprocità quando ciascuno contribuisce in modo equivalente ad una società dove l’equilibrio dei diritti e dei doveri è lo stesso per tutti. L’assenza di reciprocità produce il sospetto sociale e la mancanza di fiducia nei confronti della collettività. Più la fiducia viene meno, più i cittadini si allontano gli uni dagli altri. La reciprocità è alla base delle cosiddette "istituzioni invisibili" che regolano la vita sociale: vale a dire, la fiducia, la legittimità, il rispetto dell’autorità. Oggi le istituzioni invisibili penano a mantenere il loro statuto e la loro efficacia. Ecco perché è necessario rimettere l’uguaglianza al centro dello spazio sociale, rendendo possibile tra l’altro quell’eguaglianza "di partecipazione" che è al centro della vita politica democratica. La possibilità per tutti di intervenire nella vita pubblica, anche al di là dell’esercizio del voto. Favorire questo tipo d’uguaglianza, da cui poi dipende anche la redistribuzione economica, è interesse di tutti. Un mondo di disuguaglianze, infatti, oltre ad essere un insulto ai più poveri, è anche un mondo dominato dall’insicurezza, dalla violenza e da costi sociali sempre elevati. La società della disuguaglianza non solo è ingiusta, ma è anche una minaccia per tutti».


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