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IL SONNO MORTIFERO DELL’ITALIA. In Parlamento (ancora!) il Partito al di sopra di tutti i partiti.

lunedì 15 luglio 2019
PER L’ITALIA E PER LA COSTITUZIONE. CARO PRESIDENTE NAPOLITANO, CREDO CHE SIA ORA DI FARE CHIAREZZA. PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI ...
Materiali sul tema (24.05.2012):
"PUBBLICITA’ PROGRESSO": L’ITALIA E LA FORZA DI UN MARCHIO REGISTRATO!!!
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> IL SONNO MORTIFERO DELL’ITALIA. --- Il mistero di Licio Gelli. «Grande Burattinaio» o semplice «burattino»? Parla l’ex giudice Giuliano Turone: troppe vicende ancora da chiarire.

sabato 19 dicembre 2015


“Ma i vertici della P2 sono rimasti nascosti”

Parla l’ex giudice Giuliano Turone: troppe vicende ancora da chiarire

di Paolo Colonnello (La Stampa, 17/12/2015)

Milano

«Grande Burattinaio» o semplice «burattino»? Il mistero di Licio Gelli, morto l’altra sera ad Arezzo, rischia di rimanere sepolto per sempre nella sua stessa tomba. «Gelli in un certo senso non era né “burattino” né “burattinaio”. Meglio: più che altro fu un “burattinone”, custode e notaio di un meccanismo che garantiva a un certo potere la possibilità che le grandi decisioni venissero prese passando per percorsi deviati, paralleli, occulti...».

Così racconta Giuliano Turone, oggi scrittore e attore di teatro, ma all’epoca, insieme all’ex pm Gherado Colombo, uno dei due giudici istruttori che scoprì e rivelò le trame della P2 cavandoli dal nascondiglio di Castiglion Fibocchi. Per capire chi era Gelli, il venditore di materassi diventato «maestro venerabile» di una loggia massonica «segreta», la Propaganda 2, alla quale risultarono iscritti potenti di ogni tipo all’inizio degli Anni 80, bisogna fare un lungo salto nel tempo, fino al patto di Yalta che divise il mondo in due blocchi, assegnando all’Italia un posto di confine. «Altrimenti non si può capire nulla della sua storia e del suo ruolo», spiega Turone. Un «burattinone» al servizio di chi? «Gelli rispondeva a una logica che andava al di là della sua persona.
-  La relazione di Tina Anselmi, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, a un certo punto parlò della P2 come di una doppia piramide: una era la base solida, quella che trovammo noi con gli elenchi degli iscritti P2 a Castiglion Fibocchi; poi c’era la piramide superiore, quella più occulta, la cui lista probabilmente è rimasta nascosta in qualche giardino di Montevideo».

Chi faceva parte di questo “meccanismo superiore” che muoveva i fili di Gelli?

«Noi arrivammo a Gelli investigando sull’omicidio Ambrosoli e sul finto sequestro Sindona. La documentazione relativa al nascondiglio segreto di Gelli ci arrivò all’ultimo momento grazie agli americani “buoni”, che a loro volta avevano incriminato Sindona negli Usa. Vi fu un’enorme collaborazione a quell’epoca, primi Anni 80, tra il nostro ufficio istruzione e la Procura di Brooklyn... Sembra un film, ma non lo è».

Se c’erano gli americani «buoni», c’è da supporre vi fossero quelli «cattivi»...

«C’erano quelli ossessionati dal fattore “K” e dall’esigenza di tenere in vita quest’incubo del comunismo e della guerra tra i blocchi per continuare a muoversi nell’ombra. Gelli rispondeva a queste logiche».

Dunque «il Venerabile» si porta nella tomba ancora dei segreti?

«Le cose che non sono state chiarite sono ancora una caterva. Pensiamo ad esempio alla strage di Bologna, vicenda per la quale Gelli e uomini dei servizi piduisti furono condannati per depistaggio. Ci sono stati tre giovanotti condannati, ma probabilmente ci sono responsabilità di altri rimaste nel buio».

Gelli ha mandato messaggi fino all’ultimo: come quando comparve in tv rivendicando i diritti d’autore sui progetti politici dell’ex premier Berlusconi, che non a caso fu tra gli iscritti della P2.

«Sì, Gelli rivendicava i diritti d’autore sul cosiddetto Piano di Rinascita Democratica che riteneva applicabile da Berlusconi: bavagli per la stampa, autonomia limitata della magistratura... Ma siamo sempre lì: non è che Gelli fosse il deus ex machina di tutto, diciamo che gestiva certe esigenze politiche, alcune delle quali passarono anche da quel famigerato “piano”».

Il suo ex collega Gherado Colombo ha sostenuto che se l’inchiesta sulla P2 non fosse stata portata a Roma - e lì lasciata ad ammuffire per anni -, Mani Pulite sarebbe emersa con dieci anni d’anticipo. Concorda?

«Certamente se la documentazione che portammo alla luce fosse stata investigata adeguatamente, certe verità, certe storture del sistema, sarebbero emerse ben prima».


Giuliano Turone: "Ma di quella loggia lui era il notaio, non la vera mente"

Il giudice che scoprì l’archivio: "Nelle carte che trovammo c’erano i misteri della storia d’Italia. Per questo ne facemmo tre copie subito"

di EMILIO RANDACIO (la Repubblica, 17 dicembre 2015)

MILANO. Ma chi e stato Licio Gelli? Cosa ha rappresentato il gran Maestro della Loggia Massonica P2? Per rispondere, forse, non ci sono parole migliori se non quelle di Giuliano Turone, il giudice di Milano che insieme a Gherardo Colombo, nel marzo del 1981 ordinò alla Guardia di Finanza di perquisire Castiglion Fibocchi, dove venne trovata la lista della P2. Gelli? "Il grande notaio di un sistema di potere occulto".

Cosa ricorda di quel giorno, dottor Turone?

"Quando la Finanza ci chiamò per dirci cosa aveva trovato, la nostra prima reazione fu di estrema attenzione, perché non pensavamo di trovare tutto quel materiale. Stavamo indagando sull’omicidio di Ambrosoli e sul rapimento "fasullo" di Michele Sindona. I contatti tra il banchiere e Arezzo erano stretto, e da qui la perquisizione".

Cosa venne sequestrato quel giorno?

"Una quantità di carte impressionante. C’erano le liste della P2, certo, ma non solo. C’erano buste sigillate con la sigla di Gelli che contenevano documenti con dentro i misteri della storia d’Italia, molti dei segreti di cui Gelli era il grande custode".

Fino a quel giorno cosa si sapeva della loggia P2?

"Si sapeva che esisteva una loggia di cui faceva parte sia Gelli che Sindona, ma non di questa importanza. Quando abbiamo scoperto che nell’elenco comparivano ministri e capi dei Servizi, abbiamo deciso di comunicarlo a Palazzo Chigi".

Quando avete scoperto l’importanza di quel ritrovamento, cosa avete fatto?

"Il giorno stesso abbiamo deciso di trasferire immediatamente a Milano le carte per fotocopiarle una a una in tre copie, tutte autenticate a mano da un cancelliere. Ci sono voluti giorni per completare il lavoro. Ricordo che per evitare depistaggi o sottrazioni, chiudemmo tutte le copie in tre diverse casseforti dell’ufficio istruzione. In agosto, l’inchiesta passò per competenza a Roma, ma nessuno, poi, riuscì mai a smentire nulla sulla genuinità di quei documenti".

Ma cosa è stata la P2, da quello che avete scoperto attraverso la vostra inchiesta?

"Uno strumento principe per creare meccanismi di potere occulti che prendeva decisioni di rilievo per le sorti del Paese. Questo non lo diceva solo la nostra inchiesta milanese, ma fa anche parte delle conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, presieduta da Tina Anselmi".

E Licio Gelli e stato il direttore di questo strumento?

"Gelli era il custode, non il grande capo. Lui era stato designato come il notaio di questo meccanismo".

Chi aveva interesse che il potere venisse gestito in questo modo occulto?

"Bisogna ricordare cosa è stato questo paese nel dopoguerra. Dallo sbarco degli alleati in Italia, c’é stata una sorta di investitura da parte degli americani in Sicilia, di uomini di Cosa nostra. Sono stati insediati anche sindaci che appartenevano a Cosa nostra e alla ’ndrangheta. Questo perché c’era il timore che l’Italia diventasse un paese sotto il controllo di Mosca. Gli Usa, in questo senso hanno obiettivamente rafforzato Cosa nostra, che era intimamente collegata sia a Sindona che a Gelli. Dalle carte di processi dei primi anni ’90, sappiamo che Licio Gelli dialogava con i capi palermitani della mafia".


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