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lunedì 1 marzo 2021
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> UN #BUONLAVORO ALL’#ITALIA INTERA, e al #GovernoDraghi.... 23 i ministri del governo Draghi: otto le donne, 15 gli uomini. Quindici ministri sono politici, 8 tecnici.

sabato 13 febbraio 2021

La scheda.

Da Bianchi a Messa, tutti gli uomini e le donne del presidente

Quindici ministri sono politici, 8 tecnici. Il 33% sono donne. Gli esordienti sono 6

di Redazione Internet (Avvenire, venerdì 12 febbraio 2021)

      • [Foto] In questo combo, al centro il presidente Draghi e dall’alto a sinistra in senso orario alcuni dei suoi ministri: Giorgetti, Carfagna, Colao, Bonetti, Messa e Cartabia

Sono 23 i ministri del governo Draghi: otto le donne, 15 gli uomini. Otto ministri sono tecnici, gli altri politici. Sette del governo Conte bis vengono confermati nel governo Draghi, che registra quindi 16 new entry. Tra i 23 ministri, 17 hanno già ricoperto ruoli di governo mentre sei sono esordienti (Marta Cartabia, Daniele Franco, Roberto Cingolani, Patrizio Bianchi, Vittorio Colao e Cristina Messa).

Sono 4 i ministri del M5S del governo Draghi, tre quelli del Pd, di Forza Italia e della Lega uno di Leu ed uno di Italia Viva. In particolare sono del M5S Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli, Fabiana Dadone e Federico D’Incà. Del Pd sono Andrea Orlando, Lorenzo Guerini e Dario Franceschini. Di Forza Italia sono Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna. Della Lega sono Erika Stefani, Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia. Di Iv è espressione Elena Bonetti. Di Leu è espressione Roberto Speranza.

E se il governo Conte bis era a trazione meridionale, questo ha ben otto ministri lombardi nella squadra. E tre settentrionali su quattro.

Fabiana Dadone alle Politiche giovanili

Fabiana Dadone viene confermata ministro nel nuovo governo Draghi, in quota politica assegnata al Movimento 5 Stelle, ma passa dalla pubblica amministrazione alle politiche giovanili, terreno sicuramente fertile per chi, come lei, è entrata in politica da giovanissima. Classe 1984, Dadone è approdata per la prima volta al ministero nel 2019 a soli 35 anni, allora seconda solo a Luigi Di Maio nella graduatoria dei ministri più giovani. Piemontese, nata a Cuneo, ha fatto esperienza politica in commissione Affari Costituzionali della Camera, dove è stata anche capogruppo M5s. Il suo ingresso in Parlamento risale alle elezioni del 2013. Allora aveva 29 anni, figurando tra le più giovani parlamentari del M5s elette. Faceva ingresso a palazzo Montecitorio con in tasca una laurea in giurisprudenza, forte dell’impegno come volontaria nel sociale. Come ministro della Pubblica amministrazione è stata lei ad occuparsi nel corso dell’emergenza Covid del passaggio obbligato dei dipendenti pubblici allo smart working, necessario per non far cessare l’erogazione dei servizi pubblici. In seguito alla fase di emergenza, Dadone ha infatti aperto una nuova fase del lavoro agile nel settore pubblico con l’introduzione, nel decreto rilancio, del Pola (Piano organizzativo del lavoro agile), che dovrà essere adottato da ogni amministrazione pubblica entro il 31 dicembre di ciascun anno. Dadone ha avuto il suo secondo figlio durante la carica di ministro, a giugno scorso. L’ex premier, Giuseppe Conte, l’ha elogiata per aver partecipato ad una riunione di governo sul decreto semplificazione in diretta dall’ospedale.

Luciana Lamorgese all’Interno

Nel Governo Draghi, mantiene alla guida del Viminale Luciana Lamorgese, ex prefetta e consigliere di Stato richiamata nello scorso Esecutivo dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella per raffreddare la temperatura delle polemiche dopo la gestione ’muscolarè e fortemente politica del suo predecessore al ministero dell’Interno, Matteo Salvini. E di doti diplomatiche e di equilibrio ci sarà bisogno nella delicata posizione di chi guida le forze di polizia e tratta temi delicati - immigrazione in primis - con alle spalle una maggioranza così composita. Potentina, 68 anni a settembre, due figli, laurea in Giurisprudenza, Lamorgese è entrata in carriera al Viminale nel lontano 1979 e lì ha fatto tutta la trafila fino ad occuparne la poltrona più prestigiosa. Tra i vari ruoli ricoperti è stata prefetta di Venezia, capo di Gabinetto del ministro dell’Interno e prefetto di Milano come ultimo incarico prima di concludere il servizio nel 2018. L’esperienza da prefetto, con la vocazione alla mediazione ed alla concertazione tra tutti i soggetti coinvolti le sono state utili nel Conte II per disinnescare polemiche all’interno della maggioranza tra M5S, Pd e Iv. Alla sua paziente opera di ’ricuciturà si devono due dei provvedimenti più complicati dell’ultimo Governo: il superamento dei dl Salvini e la regolarizzazione dei lavoratori in nero.

Roberto Cingolani a Ambiente e Transizione ecologica

Fisico milanese di levatura internazionale, genovese di adozione, studi di perfezionamento alla Normale di Pisa ed esperienze in Germania al Max Planck Institut, in Giappone e negli Usa oltre che alla guida dell’Istituto Italiano di Tecnologia: con Roberto Cingolani, 59 anni, arriva un vero e proprio scienziato - esperto di robot e nanotecnologie - sulla plancia del nuovo superministero dell’Ambiente e della Transizione ecologica, un dicastero che assorbe anche le competenze energetiche ora al Mise. Avrà anche il compito di presiedere il comitato interministeriale per il coordinamento della transizione ecologica. Sarà in pratica l’uomo decisivo per l’utilizzo delle risorse ’green’ previste dal Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, il cosiddetto Recovery Fund. Cingolani sale alla ribalta nazionale proprio quando nel 2005 diventa il primo direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Cingolani lo plasma come una sorta di amministratore delegato, ne è anzi l’anima: quando lo lascia nel 2019 l’istituto ha 11 centri di ricerca e oltre 1.700 scienziati provenienti da 60 paesi, un migliaio di brevetti, 24 startup già create e altre decine in cantiere. Giovane, visionario, Cingolani risponde alle polemiche con un entusiasmo vulcanico per la tecnologia, e un vero e proprio talento da divulgatore. Una star mondiale nelle scienze dei materiali, è nanotecnologo - non poche le iniziative a Genova sul grafene - dà impulso al progetto per l’umanoide iCub, il robot simbolo dell’Iit. Mostra doti manageriali anche quando lascia il segno nel progetto per una cittadella di Scienze della vita di Milano, lo Human Technopol. Nel 2019 diventa il capo dell’Innovazione in Leonardo (chief Technology and Innovation Officer), il gruppo aerospaziale a controllo pubblico. Tra le prime iniziative, portare in Italia, e proprio a Genova, uno dei supercomputer più potenti esistenti, per far entrare il Paese "nel club del supercalcolo mondiale" con almeno l’1% della potenza. Senza dimenticare che la nuova sfida, spiega proprio presentando il progetto, che la tecnologia sostenibile è la nuova sfida dell’innovazione: "non è pensabile fare cose nuove e scaricarne il peso sui nostri nipoti". "La sostenibilità deve diventare un parametro".

Patrizio Bianchi ministro dell’Istruzione

Un curriculum denso quello di Patrizio Bianchi, neo ministro all’Istruzione, in cui l’indubbio spessore accademico incrocia anche l’impegno amministrativo. Bianchi è stato assessore a scuola, università e lavoro della Regione Emilia-Romagna e di recente ha guidato la task force di esperti, voluta dalla ministra dell’Istruzione uscente Lucia Azzolina, per pianificare tempi e modi della ripartenza delle scuole durante la pandemia da coronavirus. Nato a Copparo (Ferrara), 68 anni, Bianchi è sposato con Laura Tabarini e ha due figli, Lorenzo e Antonio. È professore ordinario di economia applicata all’Università di Ferrara e titolare della cattedra Unesco ’Educazione, crescita e uguaglianza’. Si è laureato all’Università di Bologna con Romano Prodi, a cui è legato da un’amicizia di lunga data, e ha seguito un percorso di specializzazione alla London School of Economics and Political Sciences in Economia e politica industriale. Ha insegnato negli atenei di Trento, Udine e Bologna, dove è tornato come ordinario di politica economica nel 1991. Nel 1998 ha fondato la Facoltà di Economia dell’Università di Ferrara, è stato rettore dell’ateneo della città estense fino al 2010 e ha guidato la Fondazione della Conferenza dei rettori delle università italiane. Per due mandati ha ricoperto l’incarico di assessore della Regione Emilia-Romagna a scuola, università e lavoro gestendo anche la ripartenza delle attività didattiche dopo il terremoto del 2012, coordinando il Patto per il lavoro per lo sviluppo della Regione e dirigendo le attività per la progettazione e l’attivazione del Tecnopolo di Bologna, sede del centro dell’Agenzia europea per le previsioni meteo e del Centro europeo di supercalcolo scientifico. Dal gennaio 2020 è direttore scientifico della Fondazione internazionale Big Data e intelligenza artificiale per lo sviluppo umano.

Daniele Franco all’Economia

Per Daniele Franco, il neo ministro dell’Economia e Finanze, l’ingresso nel governo che lo porterà a varcare il portone di via XX settembre rappresenta un "ritorno". Esperto di conti pubblici, attuale direttore generale di Bankitalia, è stato Ragioniere Generale dello Stato, un ruolo dal quale ha svolto un ruolo di garanzia. Il suo curriculum garantisce a Draghi competenza e rigore professionale, e conoscenza capillare dei meandri e dei meccanismi del bilancio pubblico e di una pubblica amministrazione da semplificare. L’esperienza di Franco, veneto classe 1953 di Trichiana, nel bellunese, dopo la laurea, master in economia in Gran Bretagna, poi una carriera, scandita da incarichi accademici, fra Bankitalia, dagli esordi dopo la laurea al rientro con Draghi Governatore, la Commissione europea dove è advisor della DG Affari economici, la collaborazione con la Bce. Fino alla nomina a Ragioniere generale dello Stato, nel 2013, e nel 2019 l’arrivo ai vertici di Bankitalia e, dal 2020, la nomina a numero due del Governatore e la presidenza dell’Ivass. Le sue idee le ha ribadite in un intervento alla Giornata mondiale del risparmio, lo scorso novembre. Un’Italia che già "fatica strutturalmente a crescere" colpita duramente - specie nei settori come turismo o ristorazione - da una pandemia in cui "è difficile rovesciare le aspettative" perché il problema sono i contagi. Con un debito pubblico che andrà ridotto con "molta continuità" perché gli interventi della Bce non dureranno per sempre. E una crescita da recuperare puntando su giovani, istruzione, investimenti, innovazione: un programma tagliato apposta per l’esecutivo Draghi.

Elena Bonetti alle Pari opportunità

Elena Bonetti, l’esponente di Italia Viva rinconfermata alle Pari Opportunità, con le sue dimissioni, insieme alla collega di partito Bellanova, ha di fatto posto fine al Governo Conte. Mantonava, 47 anni, madre di due figli, alla sue prima esperienza come ministro è riuscita a far approvare il Family Act quella che ha definito "l’unica riforma approvata dal Governo Conte II" che dal luglio prossimo prevede un assegno unico per tutte le famiglie con figli, in base alle condizioni economiche. Lo stanziamento attuale è di 3 miliardi e poco meno di 6 a regime che si aggiungeranno al riordino dei fondi ora destinati alle famiglie, dai vari bonus alle detrazioni dei figli a carico. La Bonetti ha più volte lamentato che la sua riforma "nata alla Leopolda" era stata finanziata "per la sola parte dell’assegno", mentre il Family Act "andava ben oltre: con l’investimento sulle giovani coppie, sulla conciliazione tra l’esperienza familiare e quella lavorativa" e soprattutto sul lavoro femminile. Matematica, professore associato di Analisi, un passato nell’Agesci come Matteo Renzi che nel 2017 volle Bonetti nella segreteria dem. Scelta che destò sorpresa, considerato che non era una politica in senso stretto, e per di più iscritta da poco al Pd. Da ministro durante la pandemia si è sempre dichiarata a favore della scuole aperte ed ha ritenuto un grosso errore "mettere al 100% la Dad nelle superiori". Tra le sue battaglie anche quella contro la violenza sulle donne, e tanti provvedimenti per sostenere il lavoro e l’imprenditoria femminile. Bonetti ha sostenuto e promosso l’emendamendo che proroga e rafforza la legge Golfo-Mosca per la presenza delle donne nei cda delle società quotate, con l’obiettivo di quota 40%.

Stefano Patuanelli all’Agricoltura

Dal ministero dello Sviluppo Economico arriva alle Politiche agricole Stefano Patuanelli. 47 anni, tre figli, laureato in ingegneria, è nato a Trieste, dove nel 2005 è stato tra i primi ad animare il gruppo Beppe Grillo, Patuanelli, è da sempre fedelissimo di Di Maio e rappresenta l’area moderata dei 5 Stelle. Eletto consigliere e tesoriere dell’Ordine degli Ingegneri nel 2009, nel 2011 ha ritenuto corretto dimettersi, pur senza formale incompatibilità delle cariche, perché eletto in Consiglio comunale, dove ha lavorato per 5 anni, approfondendo lo studio dell’amministrazione pubblica e dei servizi pubblici. Durante il mandato si occupa di pianificazione territoriale, edilizia, ambiente, infrastrutture e trasporti. "È stata una esperienza che mi ha fatto capire quanto poco basterebbe per migliorare la qualità della vita dei cittadini", scrive sul suo profilo sul sito del Mise. Alle elezioni politiche nazionali del 2018 viene eletto senatore nella circoscrizione Friuli Venezia Giulia e successivamente scelto come capogruppo al Senato. Presta giuramento di fronte al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 5 settembre 2019 come Ministro dello Sviluppo Economico. Nella sua vita non c’è solo la politica, scrive di amare lo sport in generale ed in particolare la pallacanestro e l’atletica.

Vittorio Colao all’Innovazione tecnologica

Da sempre, ad ogni nuovo traguardo di un lunga carriera da supermanager, Vittorio Colao è stato inquadrato nella scalata al successo del vivaio milanese dei ’McKinsey Boys’. Bresciano, classe 1961, famiglia con un ramo di origini calabresi, bocconiano con un master a Harvard, nel 2014 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro. Sempre serio, atteggiamento schivo, cortese e determinato, il suo autoritratto può essere sintetizzato in un episodio che, tempo dopo, lui stesso ha raccontato. Nel 2018 aveva così spiegato la scelta di non lasciare il suo lavoro di capo azienda per un incarico al Governo: "È vero che in passato mi hanno offerto di fare il ministro, ma avevo un lavoro bello e importante da completare, dipendevano da me più di 100mila persone. Credo che gli impegni di lavoro vadano conclusi". La società che non aveva voluto lasciare era un colosso mondiale, il gruppo delle tlc Vodafone che ha guidato dal 2008 al 2018 in un intenso lavoro di riorganizzazione e di crescita. Quel percorso era iniziato nella seconda metà degli anni ’90, in Italia prima di volare a Londra, prima come direttore generale poi amministratore delegato di Omnitel che diventerà Vodafone Italia. Aver domato le sfide del settore delle tlc, negli anni della fine dei monopoli e delle gare per l’inseguirsi delle nuove tecnologie della rivoluzione del mobile, è forse la sua esperienza più vicina al ruolo che si accinge ad assumere nel Governo di Mario Draghi: ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale. È stato poi alla guida di Rcs MediaGroup. Lo scorso aprile è arrivata la chiamata a cui non poteva dire di no, dal Governo Conte, per la sfida più grande: guidare la la task force per la ripartenza dell’Italia, di un Paese e di una economia travolti dall’emergenza del Covid-19. A lui ha fatto riferimento il lavoro del gruppo di ’alto livellò di giuristi, economisti, esperti, incaricato di mettere a fuoco le sfide di una emergenza senza precedenti e di studiare le strade per uscire dalla crisi.

Erika Stefani alla Disabilità

Avvocata vicentina, classe 1971, Erika Stefani è la nuova ministra alle politiche per la disabilità del governo Draghi. Stefani è entrata in politica alle amministrative del 1999 come consigliera del Comune di Trissino e dopo una lunga carriera è approdata in Parlamento nel 2013. A giugno del 2018 è stata nominata ministra del primo governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte e ora torna alla carica per occuparsi del delicato tema delle disabilità in quota Carroccio. Si è occupata molto di giustizia e autonomie. Nata il 18 luglio 1971 a Valdagno, nel Vicentino, Stefani ha studiato giurisprudenza all’università di Padova. È entrata in politica alle amministrative del 1999 con una lista civica come consigliera del Comune di Trissino. Da questo momento in poi, la sua è stata una lunga carriera maturata a livello amministrativo e territoriale. E l’avvicinamento alla Lega è arrivato in corsa. Alle elezioni Comunali del 2009 si è presentata come candidata del Carroccio a Trissino, è stata eletta e ha ricoperto le cariche di vicesindaca e assessore all’Urbanistica. Nel 2013, quando alle politiche è stata eletta senatrice con la coalizione di centrodestra. Durante la legislatura, è stata vicepresidente del gruppo Ln-Aut dal 15 luglio 2014, membro della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, componente della commissione Giustizia. Inoltre, ha fatto parte della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere; del Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa; della commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza. Era anche membro della commissione di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro. Alle elezioni del 4 marzo 2018 è stata rieletta nel collegio uninominale di Vicenza. Poi è approdata, con Giuseppe Conte, al ministero chiamato ad occuparsi dei rapporti con le Regioni. Ora torna in campo con Draghi.

Lorenzo Guerini alla Difesa

Lorenzo Guerini è stato confermato alla guida del ministero della Difesa. Nell’ultimo anno, più delle missioni internazionali, le Forze armate sono state impegnate soprattutto nella lotta al Coronavirus e Guerini ha gestito la trasformazione dello strumento militare in una sorta di struttura parasanitaria che ha messo a disposizione caserme, uomini, mezzi e reclutato medici e infermieri per contrastare la pandemia. Guerini è stato attivo sia sul versante dell’industria della Difesa - nelle settimane scorse ha siglato con Svezia e Gb un accordo per lo sviluppo del nuovo sistema aereo avanzato Tempest, destinato a sostituire l’Eurofighter - e delle relazioni internazionali, consolidando i rapporti con i tradizionali partner europei, della Nato e, soprattutto, con gli Usa. Dunque un’attività governativa piuttosto intensa, che si è accompagnata a quella politica in senso stretto, essendo Guerini uno dei leader (con Luca Lotti) di Base Riformista, la corrente ex renziana del Pd che esprime il maggior numero di parlamentari. Ex presidente del Copasir, il Comitato parlamentare sui Servizi, Guerini - nato a Lodi nel 1966 - è laureato in Scienze Politiche. Assicuratore di professione, ha militato tra gli anni ’80 e ’90 nella Democrazia Cristiana ed è stato presidente della sua Provincia nel 1995. Dopo due mandati fu eletto sindaco di Lodi in quota Margherita e nel 2012 è stato eletto come deputato con il Pd. Fin dai tempi dell’Anci, quando Guerini era sindaco, ha consolidato i suoi rapporti con Matteo Renzi, all’epoca primo cittadino di Firenze. È da sempre considerato, nel suo partito, un abile mediatore e tessitore di compromessi. Prima di essere eletto presidente del Copasir nel 2018, Guerini - già deputato - aveva assunto ruoli nella segreteria nazionale del Pd. Nel febbraio del 2014 affiancò il presidente del Consiglio incaricato Renzi durante le consultazioni istituzionali per la formazione del nuovo governo, compreso il faccia a faccia che l’ex premier ebbe con Beppe Grillo. Tra il 2014 e il 2017 è stato vicesegretario del Pd assieme a Debora Serracchiani.

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