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SAN PAOLO, COSTANTINO, E LA NASCITA DEL CATTOLICESIMO. La "donazione di Pietro", la "donazione di Costantino" e noi, oggi.

giovedì 17 ottobre 2019
NASCITA DEL CATTOLICESIMO-ROMANO. UNA NOTA *
(...) non equivochiamo! Qui non siamo sulla via di Damasco, nel senso e nella direzione di Paolo di Tarso, del Papa, e della Gerarchia Cattolico-Romana: “[... ] noi non siamo più sotto un pedagogo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo (...)

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>La "donazione di Pietro", la "donazione di Costantino" e noi, oggi. --- Nuovo papa e nuovo concilio? Soluzione monarchica o via comunitaria? (di Franco Cardini)

venerdì 1 marzo 2013

Soluzione monarchica o via comunitaria?

di Franco Cardini (il manifesto, 1 marzo 2013)

Fu il pescatore del lago di Tiberiade Simone detto Cefa, «la Pietra» - forse perché indole forte e ostinata, forse perché duro di comprendonio -, che Gesù pose secondo l’esegesi cattolica del Vangelo a capo della comunità dei suoi seguaci destinata a divenire la Chiesa universale. Un epiteto glorioso e difficile da portare: «Pietra scartata dai costruttori, ma divenuta pietra angolare», sostegno e fondamento di un edificio spirituale destinato a durare nei millenni, è nella tradizione ecclesiale il Cristo stesso.

E fu probabilmente non senza una qualche implicita polemica nei confronti della Pietra dei fedeli che il suo tardo condiscepolo e quindi fratello-rivale, il fariseo Saul di Efeso di professione tessitore di tende e fiero di essere - a differenza del pescatore galileo - cittadino romano, latinizzò il suo nome ebraico scegliendone uno romano che foneticamente gli somigliava, Paulus, che etimologicamente significa «il Piccolo», «colui che vale poco».

Con una certa ostentata umiltà, l’efesino sottolineava così il suo gracile aspetto fisico e alludeva a una sua scarsa portata spirituale e culturale in cui era in realtà il primo a non credere. Prima della conversione (la celebre caduta «sulla via di Damasco») il rabbino Saul, allievo del grande Gamaliele, aveva a lungo perseguitato quei blasfemi eretici suoi correligionari i quali sostenevano che Gesù di Nazareth fosse l’atteso Messia: e sembra si debba a lui l’iniziativa di far uccidere a colpi di pietra uno di loro, il diacono Stefano, che la Chiesa venera come «Protomartire», primo dei martiri.

Pietro e Paolo, dioscuri cristiani, subirono entrambi il martirio in Roma durante la persecuzione neroniana: Pietro, custode della chiave d’oro che apre le porte del cielo e di quella d’argento che le chiude, morì su una croce che però, nel suo caso, i carnefici piantarono rovesciata; Paolo ebbe in quanto cittadino romano l’onore di passare sotto la scure del littore, anche se in seguito l’iconografia cristiana, poco familiare con gli usi giuridici romani, immaginò che lo strumento del suo martirio fosse una lunga spada, quella che di solito si usava nel medioevo per le decapitazioni. Ed entrambi vegliano, chiavi e spada rispettivamente alla mano, ai lati degli altari e degli stipiti dei portali di tanti chiese cattoliche.

A giudicare dagli Atti degli Apostoli, non è che si conoscessero, s’intendessero e si amassero granché: sembra che Pietro difendesse a lungo la tesi che la Rivelazione del Messia fosse destinata esclusivamente al popolo ebraico, secondo l’adempimento delle sue Scritture, e non riguardasse i goim, i «gentili» (cioè quelli che appartenevano alle gentes, i pagani), mentre da parte sua l’ebreo ma cittadino romano Paolo militasse convinto a favore della grandiosa visione profetica d’un credo universale in un Salvatore venuto per tutti i popoli.

Nonostante il permanere a lungo, in Palestina, di comunità esclusivamente «giudaico-cristiane», la visione ecumenica di Paolo prevalse: e fu lui «l’Apostolo delle Genti». Eppure, l’onore di divenire capo della comunità dei credenti romani (quindi primo «vescovo di Roma») non spettò al colto tessitore di Efeso che parlava e probabilmente scriveva correntemente greco - nonché, con buone probabilità, un po’ anche latino -, bensì al meno raffinato pescatore nativo del villaggio di Cafarnao sulla sponda occidentale del «mare di Galilea», dove ancora si mostrano i resti archeologici della sua modesta dimora a lungo e con amore studiati da un archeologo italiano, il francescano Virginio Corbo che colà è sepolto. A pochi metri dalla casupola di Pietro e dalla tomba di padre Corbo si erge, mirabilmente restaurata, una sinagoga ebraica in stile romano-ellenistico del I-II secolo d.C., un’autentica indimenticabile meraviglia archeologica.

La storia iniziata allora, oltre duemila anni or sono, tra lago di Tiberiade, Gerusalemme, Efeso e Roma, potrebbe secondo alcuni concludersi tra non troppi anni.

Secondo la corrente e tutt’altro che sicura interpretazione di un oscuro inquietante testo profetico redatto a quel che sembra nel XII secolo dal vescovo irlandese Malachia, vicino all’ordine cisterciense e amico di Bernardo di Clairvaux, Benedetto XVI sarebbe il penultimo dei «papi», termine corrente di origine siriaca con il quale almeno dal IV secolo si indicano abitualmente i vescovi di Roma; dopo di lui ve ne sarebbe ancora un altro, destinato a scomparire in una feroce persecuzione che segnerebbe la fine della Chiesa e del mondo.

La «profezia di Malachia» (in realtà forse un falso del Cinquecento) mette in fila non dei nomi, ma una serie di motti latini, ciascuno designante un papa futuro: a colui che gli esegeti ritengono Benedetto XVI spetta l’epiteto di De gloria olivae; colui che uscirà dal prossimo conclave, e che secondo il controverso testo poetico sarebbe l’ultimo, vi è designato come Petrus Romanus. Naturalmente, gli esegeti alla Dan Brown si sono scatenati e sono da tempo in frenetica attività: è ovvio che, essendo l’olivo il simbolo della pace, esso si addica a papa Ratzinger che avrebbe rinunziato al soglio pontificio nell’interesse della pacificazione all’interno della Chiesa; quanto a Petrus Romanus, si sta cercando nel collegio cardinalizio qualcuno che potrebbe portare tale epiteto e qualcuno fa notare che il cardinal Tarcisio Bertone si chiama Pietro come secondo nome di battesimo ed è nativo del paese di Romano in Piemonte. Se non è vera, è ben pensata.

Fin qui storia, esegesi, fantastoria e profezia. Ma quali scenari concreti si aprono adesso sul futuro della comunità cattolica?

Non c’è dubbio che la rinunzia di Benedetto XVI sia un segno di crisi e di sofferenza: non tanto e non solo di un singolo personaggio anziano, desideroso di riposo e di solitudine, che ha per questo deciso - e senza dubbio dopo un periodo forse lungo di tormentata meditazione - di compiere un gesto che nella Chiesa di Roma resta unico (gli spesso citati paragoni con Celestino V e con Gregorio XII non reggono). Il punto centrale da comprendere correttamente sarebbe se e fino a che punto Joseph Ratzinger si sia ritirato in quanto convinto che siano davvero soltanto le sue personali forze fisiche, psichiche e spirituali inferiori alle necessità attuali di un’istituzione profondamente scossa da gravi eventi (la questione dello Ior, i Vatileaks, i problemi connessi con i diffusi episodi di pedofilia, le polemiche sul ruolo del concilio vaticano II che lo vide giovane ma autorevole teologo e che più di recente lo ha visto critico piuttosto severo) e minacciata da ancor più gravi questioni strutturali, come la crisi delle vocazioni sacerdotali, la discordia e l’indisciplina di molti prelati, l’urgere di temi che dal celibato dei preti e dal sacerdozio femminile arrivano fino all’eutanasia e alla bioetica, il distacco dal cattolicesimo di milioni di fedeli che ad esempio in America latina stanno ormai passando in massa alle Chiese e alle sètte protestanti sostenute da forti rimesse in danaro e da un formidabile apparato propagandistico d’origine statunitense.

È così, siamo dinanzi a un’umanamente comprensibilissima ammissione di stanchezza, d’inadeguatezza, magari perfino di sfiducia? Se così fosse, inutili e ingenerose sarebbero le critiche, inopportuni polemiche e schiamazzi. Non resterebbe che rispettare la volontà di questo anziano e schivo studioso che così potentemente ha contribuito alla vita e al governo della Chiesa almeno per un buon mezzo secolo e che ora, dopo otto anni di pontificato intenso e difficile, chiede di restar solo al cospetto del suo Dio: quel Signore che - sono accorate parole della sua ultima pubblica allocuzione - negli ultimi tempi troppo a lungo «è sembrato tacere». Il «silenzio di Dio» è l’estremo, insondabile problema di tanti teologi, di tanti mistici, di tanti credenti.

Ma forse c’è di più. Se davvero il papa si è ritirato costatando quanto sia ardua la gestione autocratica di un organismo gerarchicamente ordinato, il vertice che è oggi profondamente diviso al suo interno, e si sente inoltre drammaticamente lontano dinanzi a una base disorientata, a sua volta discorde e indecisa tra desiderio di nuova coesione, insofferenza della disciplina gerarchica, insoddisfazione per la lontananza tra fede, pratica ecclesiale, bisogni e desideri concreti dei fedeli - specie degli «Ultimi» - e apostasia (sono i problemi tante volte agitati da Andrea Gallo, la sensibilità del quale è condivisa da un numero crescente di sacerdoti e di laici), allora riemerge potente la questione già affrontata nel XV secolo e quindi esorcizzata con la Controriforma e messa a tacere dal concilio di Trento.

Può la Chiesa procedere sulla via della soluzione «monarchica» pontificia, o è più consigliabile riprendere il cammino dei primi tempi della sua storia, quello poi di nuovo scelto nelle comunità ecclesiali ortodosse e orientali e ripreso poi, in circostanze differenti, sia dalla Chiesa anglicana a partire dal Cinquecento, sia da quella episcopale statunitense dalla fine del Settecento? Il cammino cioè della gestione comunitaria attraverso un supremo organo collegiale di tutti i vescovi, il concilio?

Era la situazione viva nei concili del IV secolo, gestiti - è vero - sotto la suprema autorità imperiale, e di nuovo prospettata già fino dal 1414-17 nel concilio di Costanza. Quella situazione messa da parte e considerata inadeguata e desueta dal Quattro-Cinquecento in poi, può adesso venir considerata idonea a gestire la nuova fase della vita della Chiesa cattolica nel mondo del III millennio, caratterizzato da quella che Zygmunt Bauman definisce «la Modernità liquida» e che assisterà forse all’eclisse delle fedi religiose, ma forse al contrario a un loro rinnovarsi su basi adatte ad affrontare i problemi odierni?

È questa la domanda ch’è lecito porsi: in attesa che dal prossimo conclave, tra non molti giorni, esca un papa - forse non europeo, magari perfino di pelle non proprio chiara - in grado di superare con energia la crisi attuale o provvisto del mandato affidatogli dai confratelli di convocare, mezzo secolo dopo il vaticano II, un nuovo concilio di rifondazione ecclesiastica.


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