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SAN PAOLO, COSTANTINO, E LA NASCITA DEL CATTOLICESIMO. La "donazione di Pietro", la "donazione di Costantino" e noi, oggi.

venerdì 5 luglio 2019
NASCITA DEL CATTOLICESIMO-ROMANO. UNA NOTA *
(...) non equivochiamo! Qui non siamo sulla via di Damasco, nel senso e nella direzione di Paolo di Tarso, del Papa, e della Gerarchia Cattolico-Romana: “[... ] noi non siamo più sotto un pedagogo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo (...)

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> SAN PAOLO, COSTANTINO, E LA NASCITA DEL CATTOLICESIMO. --- Ipazia, maestra di libertà. In ricordo di Margherita Hack (di Alessandro Esposito).

giovedì 4 luglio 2013

Ipazia, maestra di libertà. In ricordo di Margherita Hack

di ALESSANDRO ESPOSITO *

Circa tre anni fa uscì nelle sale cinematografiche italiane il film Agorà, del regista ispano-cileno Alejandro Amenábar: la pellicola racconta la storia, in verità poco nota, di una filosofa, matematica ed astronoma di nome Ipazia, che viveva in Alessandria d’Egitto tra la fine del quarto e l’inizio del quinto secolo dell’era volgare.

Da tutti stimata per la sua profonda erudizione e per la sua statura morale, Ipazia si trovò a vivere in un’epoca di delicata transizione: dalla cultura ellenistica alla progressiva affermazione nel bacino mediterraneo del cristianesimo niceno e teodosiano. Alla scuola del pensiero greco Ipazia si era formata, ereditandone l’estrema libertà per tutto ciò che riguardava lo studio delle scienze e dei fenomeni naturali.

Era una ricercatrice, Ipazia: curiosa, intelligente, mai sazia. Si interrogava, dubitava, stilava ipotesi che poi valutava e che, a seconda dei casi, comprovava o confutava. Così le era stato insegnato: il pensiero non conosce limiti nel suo libero esercizio. Va allenato, nutrito, coltivato.

È però consapevole, il pensiero, della sua fallibilità, della necessità di subire trasformazioni costanti alla luce dell’esperienza e delle riflessioni che essa suscita: chi ha imparato la difficile fatica del pensare sa rimettere in discussione convinzioni ed acquisizioni, sa tornare su un ragionamento e verificare dove esso, eventualmente, scricchiola, è disposto a riformulare ipotesi e a ridefinire presunte e sempre provvisorie conclusioni.

Questo è il mondo dal quale proviene Ipazia. Intorno a lei, frattanto, si sviluppa un movimento che, seppur presente già da secoli nella sua città, adesso è in forte ascesa. Li chiamano «cristiani» e vengono da una costola di quell’ebraismo che in Alessandria vanta una tradizione millenaria. Qualcuno di loro è anche suo allievo e segue con diligenza le lezioni di matematica, geometria e astronomia: la convivenza tra cristiani, ebrei e pagani è pacifica, lo studio delle discipline scientifiche è un qualcosa che li accomuna, al di là delle legittime e niente affatto problematiche differenze di credo. Ma qualcosa di nuovo sta accadendo: più in particolare, due cose.

A livello imperiale, la religione cristiana, dapprima perseguitata, è stata in un primo momento tollerata con l’editto di Costantino del 313 e poi, persino, dichiarata «religione ufficiale dell’impero», con l’editto di Teodosio del 380: aveva, insomma, trovato il suo accomodamento con il potere, divenendo, in tal modo, elemento chiave per il controllo sociale e per la repressione del dissenso. Soltanto adesso, infatti, vengono convocati i primi concili ecumenici (Nicea, nel 325 e.v. e Costantinopoli, nel 381), che hanno lo scopo di uniformare la dottrina e di individuare chi se ne discosta, catalogandolo come «eretico».

A livello locale, si afferma in Alessandria un’interpretazione settaria e fondamentalista del cristianesimo, portata avanti da una corrente detta dei «parabolani», del cui appoggio si servirà il vescovo Cirillo per consolidare la sua posizione di potere. Cirillo, in seguito proclamato santo, nonché «padre e dottore della chiesa» (sic!), si distinse per la sua radicale intolleranza: scacciò da Alessandria gli ebrei che vi risiedevano da secoli e combatté ostinatamente ogni manifestazione del libero pensiero.

Pensare in modo indipendente, si sa, rappresenta un rischio agli occhi di chiunque intenda esercitare il potere senza contraddittorio; motivo per cui Cirillo, come attestato in più di una fonte tardo-antica[1], decise di eliminare Ipazia: classico espediente a cui ricorre chi è a corto di argomenti. Ipazia fu dunque vittima di un fanatismo cristiano niente affatto estintosi: ancora oggi sono tutt’altro che inconsueti gli anatemi lanciati contro l’esercizio libero e creativo del pensiero in ambito di fede.

Chi crede, secondo alcuni (ma, ahimè, temo di dover dire: secondo i più), deve anestetizzare la riflessione, bandire la ricerca e reprimere la fantasia: il suo solo compito è quello di obbedire, senza porsi troppi interrogativi, i quali hanno il solo scopo di farci tergiversare e vacillare, e senza lasciarsi attraversare dal dubbio, che dalla fede, a giudizio di costoro, allontana irrimediabilmente. Peccato, però, che chi non dubita e non si interroga non pensi; e questo sembrano volere alcuni: una fede estranea, quando non addirittura contraria, al pensiero Una fede che si traduca in obbedienza cieca e ottusa, in pedissequa ripetizione di quanto non deve in alcun modo essere messo in discussione.

Ipazia non volle ripetere: osò la novità, come l’esito delle sue inesauste ricerche la spingeva a fare, irrimediabilmente e liberamente. Intuì, a quanto sembra, quello che la scienza arrivò a scoprire soltanto mille e duecento anni dopo, con gli studi di Keplero: che fosse la terra a girare intorno al sole e non viceversa, come invece tutta l’astronomia del tempo sosteneva, ritenendola un’acquisizione incontrovertibile. Eppure Ipazia ebbe il coraggio di sfidare quell’evidenza che tanti, accontentandosi, adducevano come prova inconfutabile a sostegno di convinzioni radicatesi nelle menti e nei cuori a suon di ripetizioni e di tesi inculcate.

Per fedeltà all’inviolabilità del libero pensiero fondato sulla ricerca, Ipazia morì, vittima di un fanatismo che propose, come ricetta utile soltanto alla schiavitù delle coscienze, la comodità dell’abitudine, che mette al riparo dalla fatica della riflessione. Per questo non dobbiamo dimenticare: e ti portiamo viva nei cuori, Ipazia, maestra di libertà, prezioso antidoto contro il fanatismo che, ancora, percorre la terra e gli uomini, alimentando quell’ignoranza che tu hai combattuto, consapevole del fatto che essa genera soltanto ottusità e violenza.

A Margherita Hack, maestra di indomita libertà

Alessandro Esposito - pastore valdese

(2 luglio 2013)

NOTE

[1] Rimarcano la responsabilità del vescovo Cirillo nell’omicidio di Ipazia Socrate Scolastico (Historia Ecclesiastica) e Damascio (Vita Isidori). Per un’accurata nota bibliografica rimando al bel volume curato da Silvia Ronchey: Ipazia. La vera storia, Milano, Rizzoli, 2010 ; nonché al volume curato da Adriano Petta e Antonino Colavito : Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo, La Lepre edizioni, Firenze, 2009 (prefazione a cura di Margherita Hack)

* Dal blog di Micromega


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