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GIAMBATTISTA VICO: OMERO, LE DONNE, E I "NIPOTINI" DI PLATONE

mercoledì 4 dicembre 2019
C’era un lord in Lucania.... *
Se pochi filosofi e letterati sanno dell’omaggio di Ugo Foscolo al filosofo delle “nozze e tribunali ed are” (“Dei sepolcri”, v. 91), moltissimi “addottrinati” ignorano ancora e del tutto che Vico per circa nove anni decisivi per la sua vita ha abitato a Vatolla, (...)

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> GIAMBATTISTA VICO: OMERO, LE DONNE, E I "NIPOTINI" DI PLATONE -- La prima donna alla Royal Society (di Franco Giudice)

martedì 21 giugno 2016


La prima donna alla Royal Society

di Franco Giudice (Il Sole-24 Ore, Domenica, 19 Giugno 2016)

      • David Cunning, Cavendish, Routledge, Abingdon, pagg. 322, € 103

È innegabile. Nelle tradizionali storie della filosofia e della scienza, le donne non figurano mai tra i cosiddetti autori canonici, quasi che una coltre di oblio volesse sottrarle alla nostra memoria storica. Così, anche se ora sappiamo che nel XVII secolo diverse donne si occuparono di scienza e filosofia, per lunghissimo tempo i loro libri sono rimasti pressoché invisibili, come se fossero stati scritti con inchiostro simpatico.

Un destino davvero beffardo, tanto più se consideriamo che quei libri suscitarono all’epoca notevole interesse e discussioni vivaci. Ma per rendersene conto, si è dovuto aspettare fino agli anni Settanta del Novecento, quando l’onda lunga dei movimenti femministi ha portato, soprattutto negli Stati Uniti, alla creazione di numerosi dipartimenti universitari di women studies, al proliferare di riviste specializzate, e alla riscoperta appunto del ruolo delle donne nello sviluppo della filosofia e della scienza in età moderna. Gli studi che ne sono derivati - non tutti, bisogna riconoscerlo, convincenti e con tesi sempre condivisibili - ci hanno restituito un panorama più variegato, popolato da figure femminili spesso trascurate, gettando una luce inattesa su ambienti culturali solo in parte noti. A tal punto che oggi, almeno nel mondo anglosassone, i risultati di tali ricerche trovano accoglienza in ogni buon manuale politically correct, dove non manca mai un capitolo sulle women philosophers o sulle women scientists.

In questa ricca e ormai quasi incontrollabile letteratura, un posto di primo piano è occupato da Margaret Cavendish, duchessa di Newcastle. Negli ultimi anni, i lavori sulla storia della sua vita, sulle sue opere e sul contesto in cui visse sono aumentati a un ritmo così incalzante da costituire un autentico filone di studi specialistici. Ai quali si deve ora aggiungere il libro di David Cunning: un’accessibile e documentata introduzione alla filosofia della Cavendish e alla sua evoluzione. La duchessa di Newcastle fu una delle più affascinanti e dotate figure intellettuali del Seicento inglese. Basti pensare che in un periodo storico in cui era piuttosto insolito che le donne si cimentassero con problemi di filosofia naturale, lei scrisse ben sei libri sull’argomento. Non solo: diede alle stampe poemi, testi teatrali, orazioni, discorsi, e perfino un’opera di fantascienza.

Un’autrice dunque prolifica, che arrivò a pubblicare qualcosa come ventitré volumi e che, pur essendo nota ai contemporanei per i suoi lavori letterari, si distinse anche per la sua attività filosofica. Anzi, fu soprattutto a tale attività che dedicò gran parte delle proprie energie, elaborando una dottrina sistematica e originale. Che si rivela ancor più sorprendente, giacché la duchessa, come ci ricorda Cunning, era priva di un’istruzione accademica formale.

Nata nel 1623 a Colchester, nella contea dell’Essex, da una famiglia della piccola nobiltà terriera, Margaret Lucas, questo il suo nome da nubile, aveva ricevuto la tipica educazione riservata alle ragazze del suo rango: le fu cioè insegnato, oltre a leggere e scrivere, canto, danza e poco altro. Nonostante un’istruzione così modesta, da lei stessa deplorata, riuscì ugualmente a farsi una straordinaria cultura filosofica e scientifica che le consentì di essere informata sulle più importanti e dibattute questioni del suo tempo. E a rendere possibile tutto ciò fu un evento che cambiò per sempre la sua vita: il matrimonio con William Cavendish, duca di Newcastle.

Eminente personaggio di corte e convinto realista, William Cavendish nutriva un profondo interesse per la filosofia e le scienze, e insieme al fratello Charles, un matematico di talento, fin dagli anni trenta del Seicento avevano creato una sorta di accademia, il cosiddetto circolo di Newcastle, di cui facevano parte alcuni dei pensatori più innovativi dell’epoca, tra cui Thomas Hobbes.

Durante la guerra civile inglese, questo gruppo, che condivideva una concezione meccanicistica della natura, espatriò a Parigi, entrando in contatto con gli intellettuali che gravitavano intorno al padre Marin Mersenne, il segretario della République des Lettres. E fu proprio a Parigi - dove si trovava anche lei in esilio come damigella d’onore della regina Enrichetta Maria, moglie di Carlo I d’Inghilterra - che nel 1644 Margaret incontrò il duca di Newcastle, che sposò l’anno dopo. Grazie alla ricca rete di relazioni dei fratelli Cavendish, Margaret scoprì un mondo forse prima nemmeno sospettato, dove poteva partecipare all’esecuzione di elaborati esperimenti scientifici e compiere osservazioni con i microscopi e i telescopi dell’imponente collezione messa insieme dal duca, che vantava due esemplari costruiti da Torricelli.

Nella residenza parigina del marito, oltre a Hobbes, la cui impostazione materialistica avrebbe esercitato un’enorme influenza sulla sua evoluzione filosofica, conobbe Mersenne, Descartes e Gassendi. Tutti autori che avevano formulato sistemi filosofici alternativi alla tradizione aristotelica ancora dominante nelle università, e di cui Margaret divorò le opere. Un lavoro insomma di studio e di ricerca, che non abbandonò più e che dal 1660, quando dopo la Restaurazione ritornò in Inghilterra, proseguì con maggiore intensità, leggendo gli scritti di Galileo e di William Harvey, così come di Robert Boyle e di Robert Hooke, due dei principali esponenti della filosofia sperimentale propugnata dalla Royal Society.

Ma la duchessa di Newcastle, come a ragione sottolinea Cunning, non voleva essere una semplice spettatrice della rivoluzione scientifica. Convinta che le competenze acquisite negli anni le avessero consentito di elaborare un originale sistema filosofico in grado di rivaleggiare con quelli dei suoi contemporanei, intendeva ritagliarsi un ruolo da protagonista. Anzi, come scrisse in una delle sue prime opere, «non desidero altro che la fama». Ovviamente, sapeva bene di vivere in un’epoca in cui la filosofia era territorio esclusivo degli uomini, e che forse anche le stesse donne l’avrebbero biasimata: «immagino che sarò censurata da quelle del mio stesso sesso e che gli uomini considereranno il mio libro con un sorriso di scherno, pensando che le donne ambiscano ad arrogarsi molte delle loro prerogative, ritenendo che i libri siano la loro corona e la spada lo scettro con cui regnano e governano». Ciò, tuttavia, non le impedì di sfidare le convenzioni sociali né, tanto meno, di rivendicare il diritto di rendere pubblica la propria concezione del mondo.

In tutte le opere di filosofia naturale, Margaret Cavendish articolò un materialismo di tipo organicistico dove la materia, a differenza di quanto pensavano i meccanicisti come Hobbes e Descartes, non era inerte e passiva, ma possedeva un movimento intrinseco, era cosciente di sé e dotata di percezione. A suo avviso, in natura non esisteva alcuna sostanza incorporea, e sosteneva che anche l’anima, per quanto più rarefatta e più pura, fosse corporea. Idee poco ortodosse, che la duchessa esprimeva con uno stile creativo estremamente personale, confidando che la scienza avrebbe tratto grandi vantaggi dall’essere presentata in modo immaginifico. Così, nello spiegare come gli atomi, con i loro principi attivi, possano creare diversi mondi, li paragonava agli «operai che costruiscono le case», e assimilava il loro movimento alla «danza».

Nel suo libro, Cunning offre una dettagliata analisi della dottrina della Cavendish, che trovò la sua esposizione più completa e matura nelle Observations upon Experimental Philosophy del 1666. In questo testo, la duchessa di Newcastle non si limitava a riproporre in forma sistematica tutti gli elementi della sua filosofia naturale, ma esprimeva anche una critica razionalistica della scienza sperimentale praticata dalla Royal Society. Un attacco duro, rivolto soprattutto a Hooke, il celebre autore della Micrographia (1665), e che prendeva di mira l’eccessivo entusiasmo per strumenti come il telescopio e il microscopio, da lei considerati, per averne avuta esperienza diretta, non sempre attendibili e spesso ingannevoli.

Non stupisce dunque che quando nel maggio 1667, dopo lunghe trattative, poté infine partecipare a una seduta della Royal Society - ed era la prima volta che un simile “privilegio” veniva concesso a una donna - si trovò di fronte una folla di curiosi, accorsi lì per vedere questa eccentrica figura femminile che varcava la soglia del tempio della scienza. La duchessa di Newcastle morì il 15 dicembre 1673, e fu seppellita nell’abbazia di Westminster come un personaggio di fama riconosciuta, proprio quella fama da lei tanto agognata. Ma ci sono voluti più di tre secoli per stabilire il valore dei suoi contributi e per correggere giudizi poco generosi e troppo affrettati. Come quello, assai autorevole e influente, di Virginia Woolf che nel Lettore comune (1925) la definì una donna «irrequieta e contorta», accusandola addirittura, in Una stanza tutta per sé (1929), di aver «buttato via il proprio tempo scribacchiando cose senza senso e sprofondando sempre più nell’oscurità e nella follia».


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