Intervista al cantautore premiato nella rassegna dei cantautori. L’omaggio a Lauzi e il futuro: "Ora mi dedico alla musica sacra"
L’anno d’oro di Vinicio Capossela
"Finalmente vinco il Tenco da solo"
di LUIGI BOLOGNINI *
SANREMO - "Finalmente mi hanno dato una targa da solo. Finora me le avevano date solo in coabitazione, era come dividere una stanza. Anche se i miei coinquilini erano Mauro Pagani e Francesco De Gregori. Non ne ho avute altre, a parte quella della macchina. La metterò in casa e la guarderò quando sono depresso".
È il solito fiume in piena Vinicio Capossela, che racconta a modo suo l’emozione di vincere il Tenco, premiato per il suo disco "Ovunque proteggi" alla più importante manifestazione italiana di musica d’autore, a Sanremo, sul palco del teatro Ariston, lo stesso dove va in scena il famigerato festival della canzonetta. La rassegna, giunta all’edizione numero 31, si chiude stasera dopo tre giorni di grande musica che accanto a nomi ormai consolidati come Gino Paoli, Noa, Wily Deville, ha messo in mostra nomi nuovi come Patrizia Laquidara, Petra Magoni e Simone Cristicchi.
È la terza volta, (dopo "All’una e trentacinque circa" che vinse nel 1991 come opera prima e "Canzoni a manovella", del 2001), ma appunto la prima in cui non vince ex-aequo. Premiato per un disco che all’uscita, a inizio 2006, venne catalogato dalla critica come "splendido, ma difficilissimo, non di impatto immediato", e che finì immediatamente - e per la prima volta per Capossela - in vetta alla hit parade. A questo album di studio fanno seguito proprio ora due iniziative editoriali in suo onore: un cofanetto della collana Stile Libero di Einaudi (libro e dvd con immagini dell’archivio Rai), e "Nel niente sotto il sole Grand Tour 2006", un dvd più cd audio dal vivo edito dalla sua casa discografica, la Warner, che uscirà tra due settimane.
Capossela, è il suo anno magico, questo.
"È quasi un caso. Il dvd è come un occhio esterno nel corso di una battaglia: se ci sei in mezzo non capisci niente, se invece ti rivedi noti ogni dettaglio, hai una visione più completa. E documenta un tour fatto in luoghi che avessero un’antichità da raccontare, come l’Anfiteatro di Verona o il Pincio a Roma. Per il resto non mi trovo interessante da rivedere, mi annoio, mi sento quasi uno specchietto per le allodole".
Il Tenco di quest’anno è dedicato - e da ben prima della sua morte - a Bruno Lauzi. Che canzone ha scelto da eseguire sul palco?
"Non è stato facile. Anche perché gli organizzatori mi hanno spedito l’opera omnia, un pacco di cd che non finiva più. Mi ci sono perso dentro, allora hanno avuto pietà di me e mi hanno mandato solo 11 canzoni. Nel dubbio ho scelto la prima, a furia di iniziare l’ascolto con quella mi ci sono affezionato: si chiama "Viva la libertà". Anche se in questo periodo, più che al cantautorato, mi sento attratto da un altro genere, il beat italiano anni Sessanta. Mi piace l’elettricità che semina nell’aria. Anzi, spero che ben presto il Tenco dedichi un’edizione a Adamo".
Il Tenco quest’anno si è molto rinnovato: niente più nomi storici come Guccini e Vecchioni, largo spazio a giovani cantautori come lei, Bersani, Pacifico, Morgan, Caparezza.
"Che bel destino: quando sono venuto qui la prima volta ero il più giovane, adesso sono il più vecchio. Certo questo era un premio che non mi aspettavo, per un disco che racconta di come tutti noi uomini siamo stati cacciati dal paradiso e adesso stiamo qui a giocare a nascondino fuori dallo sguardo di Dio, e in particolare racconta di chi ha evaso i compiti e i doveri assegnatigli dalla vita".
Un disco quasi esistenziale: chi gliel’ha ispirato?
"Letture come "Moby Dick". Laurie Anderson, per dire di un’altra che è stata premiata dal Tenco, ha tracciato un parallelo tra la baleniera Pequod e gli Stati Uniti. In entrambi i casi c’è un comandante impazzito che guida la nave per un suo personale obiettivo e per un odio umano, fregandosene del bene comune. E il resto dell’equipaggio ha la sensazione che fare qualcosa sia impossibile. Mentre il secondo del capitano è combattuto tra l’istinto di disobbedire e il senso del dovere. Una metafora che è chiarissima in "Ss. dei naufragati", ad esempio".
E adesso cosa sta leggendo?
"Continuo a leggere e rileggere l’Ecclesiaste, nella traduzione di Guido Ceronetti, che in realtà l’ha tradotto almeno sei volte, e ogni volta ne leviga il linguaggio, lo rende più scabro e perfetto. Ci sono frasi che segnano la vita. Come "Siamo un intero che fa a caccia di disfacitrici". Nel dvd c’è anche Ceronetti stesso che ne legge alcuni passi. Ma solo la voce, perché è un animista e ritiene che l’immagine rubi un po’ anche del sé".
E poi che farà, Capossela?
"Vedremo. Ho molte idee". E altro non aggiunge. Ma la prima sarà suonare, già a Natale, nelle chiese per una rassegna di musica sacra. Poi forse uscirà il nuovo romanzo (dopo "Non si muore tutte le mattine"), dal titolo "Il paese dei coppoloni", ambientato nell’Irpinia da cui viene la sua famiglia. Oppure magari uscirà "Il disco della cupa", album di musica popolare ispirato al cantastorie folk pugliese Matteo Salvatore. Dipenderà da quali saranno gli umori di questo grande e imprevedibile folletto notturno.(11 novembre 2006)
VINICIO CAPOSSELA (Wikipedia).
COSMOLOGIA, FILOLOGIA, E ANTROPOLOGIA:
L’AMORE NON E’ LO ZIMBELLO DEL TEMPO E NEMMENO CUSTODE DEL REGNO DEL "MOTORE IMMOBILE" (SHAKESPEARE).
PARTENDO DALL’INIZIO DEL SUO #MORMORIO [degno di quello "kant-ato" dalla "Cordelia" di Shakespeare].
E, BUSSANDO "ALLA PORTA DEL #CUORE CON LA STESSA #AUDACIA RISOLUTIVA DELLA #SPADA DI #ALESSANDRO DI FRONTE AL #NODO GORDIANO", FORSE, E’ DA PENSARE CHE "C’E’ UN TEMPO" PROPRIO PER RIANNODARE IL #TEMPO CON L’#ETERNITÀ.
SE E’ VERO, COME E’ VERO, CHE «[...] Già il #Qoelet! quello che #Guido Ceronetti scandalosamente definì come il “Libro assoluto, Il #buconero del canone biblico”, il cui leitmotiv straziante di inappellabili sentenze sulla #VanitàdellaVanità s’ infrange come un’onda implacabile sulla scogliera dell’eterna uguale quotidianità dell’uomo, o come piace dire nei pulpiti: “uomo tra gli uomini”, visto nella sua fragilità e nudità esistenziali.» (Annalisa Bartolotta, "C’è un tempo", cit.), ALTRETTANTO VERO E’ CHE, ACCANTO al “Libro assoluto, Il #buconero del canone biblico” (G. #Ceronetti), c’è la #matrice stessa del "Libro assoluto", il "#buco #bianco" del #canone biblico, quello dei "#buchi bianchi" (#Carlo Rovelli), il "#Cantico dei cantici": "#Amore è più forte di #Morte".
[“C’è un tempo”
di Annalisa Bartolotta (Insula Europea, 23 novembre 2025)
“Il troppo è per poco e non basta ancora ed è una volta sola”. Ricordo ancora il palpito di commozione profonda che provai nell’ascoltare questa strofa cantata da Vinicio Capossela nella sua struggente “Ovunque proteggimi”. Bussò alla porta del cuore con la stessa audacia risolutiva della spada di Alessandro di fronte al nodo Gordiano: la rivelazione della Vanità di ogni gesto umano e la percezione del Nulla come una foglia che declina dall’alto senza eco. La strofa seguente afferma “I vecchi già lo sanno il perché e anche gli alberghi tristi” restituendo in questo sapere la forza icastica: dello scorrere inesorabile del tempo, del duro travaglio, dell’amara disillusione ed irrequieta solitudine dell’uomo al tramonto ma un tempo bambino. E nell’accarezzare arrendevolmente quella che avevo definito come ‘teoria dei gesti umani’ (bramosie, ambizioni, lotte di potere etc.), ecco ritornare alla mente una vecchia lezione di catechesi: una pagina del Qoelet. Già il Qoelet! quello che Guido Ceronetti scandalosamente definì come il “Libro assoluto, Il buco nero del canone biblico”, il cui leitmotiv straziante di inappellabili sentenze sulla Vanità della Vanità s’ infrange come un’onda implacabile sulla scogliera dell’eterna uguale quotidianità dell’uomo, o come piace dire nei pulpiti: “uomo tra gli uomini”, visto nella sua fragilità e nudità esistenziali.
Un po’ di etimologia non guasta: la parola ebraica Qoèlet deriva dal participio presente femminile del verbo qahal, che significa “radunare in assemblea” e al contempo designa anche una funzione” colui che prende la parola in assemblea per darle voce” (in greco “Ekklesia-Ekklesiastès)
Il Qoelet, identificato in Salomone, è dunque colui che ha la dignità di prendere parola per dare corpo e fiato a ciò che ciascuno intimamente pensa e che spesso non ha l’onestà e la franchezza di dire a sé stesso e/o agli altri, forse per non nuocere alla propria immagine-ruolo sociale faticosamente-artificiosamente costruiti e resi-percepiti all’ esterno. Qoelet, però, non sembra alzare il dito come un profeta confessionale, non intende lanciare moniti, più umilmente brandisce la mano da vecchio saggio, invitando: “uomini e donne, bianchi e non, belli e brutti, savi ed iniqui, ricchi e poveri... giungendovi a comprendere perfino le bestie” (cf. 3,18-21) ad accettare ed accogliere tutto ciò che fluisce ciclicamente “sotto il sole”. Ed è proprio in questa lucida riflessione che si afferma in tutta la sua potenza la celebre frase Vanitas Vanitatum, che Ceronetti preferisce tradurre con l’immagine evocativa “Tutto è fumo”. La maturità e la sapienza giunte a compimento, costringono il pellegrino inerme e stanco a trovare ristoro su di una ferrosa panchina del porto della vita, dove tutto sembra evaporare e dove ineluttabilmente ci si scontra con l’inquietudine e l’ansia del mistero dei misteri: la paura dell’ignoto, del procedere inesorabile verso il luogo del non ritorno, dell’oblio e dell’eterna mancanza. Il tutto sotto l’incedere implacabile della livella del Tempo che regge ogni azione e la sua negazione, rendendo per ciò grave e pesante il non senso dell’affannarsi quotidiano dell’uomo. Questo è il c.d. tempo ciclico o Kronos, che inscrive l’esistenza umana in un unico ed identico corso, senza fine né principio, che dalla vita procede alla morte e da questa alla prima, bruciando i ponti alle domande esistenziali. Come dice Eraclito: “Una stessa è la via: “all’insù e all‘ingiù”
Diviene perciò principio cardine il tema del Tempo, il cui scorrere recita ad ognuno di noi, come una nenia irriverente e dispettosa, di nulla potere contro ciò che è al di fuori della propria portata e del proprio controllo: ciò che accade è inafferrabile e comunque deve accadere perché niente può essere stabilito da colui che è finito! Ragion per cui, tutto ciò che l’uomo compie, di positivo e di negativo, tende a ripetersi uguale in ogni epoca “ciò che fu è, e ciò che è sarà, e ciò che sarà è già stato”. E l’esistenza è dunque solo un lampo nel cielo infinito? I primi versetti del capitolo terzo del Qoelet irrompono come grimaldello nello già stabilito, gettando sulla tela della vicenda umana pennellate parallele di azioni contrapposte in cui la relatività di Einstein o il più angosciante ‘Eterno Ritorno dell’Eguale’ di Nietzsche viene fecondata/o da un Tempo lineare denominato Kairos, grazie al quale il “senso del proprio tempo” diviene “giusta misura”. Alla tentazione fatalistica di pensare che “tutto ciò che avviene sotto il cielo” (passato, presente e futuro) proceda senza ordine, sotto l’egida del caos più assoluto, il Qoelet riafferma a gran voce che invece “c’è un tempo per ogni cosa” ed “ogni cosa è stata fatta bella a suo tempo”, e “non c’è nulla da aggiungervi e nulla da togliervi”.
La lettura si apre e si chiude con 14 coppie antitetiche, di cui la prima “nascere-morire” segna l’invalicabile orizzonte della vita umana, entro cui le restanti azioni contrapposte si determinano come articolazioni interne, seguendo un’elencazione in cui gli estremi non si danno mai contemporaneamente: o si fa una cosa o l’altra. Qoelet impiega il termine ‘chefez’ per indicare tutte le possibilità di quanto accade sotto il cielo, termine che in italiano viene tradotto anche con la parola Amore. Quest’ultima secondo un‘ulteriore interpretazione deriverebbe dal latino a-mors e significherebbe senza morte. In questo gioco etimologico il tempo dell’Amore diviene il senso del tempo di ogni uomo e dialettica delle relazioni con gli altri: “io ti amo, io ho tempo per te”. In definitiva, la lettura del tempo del Qoelet tesse su di noi la trama di un derma psichico di amplificazioni gnostiche: non conta la lunghezza o brevità della vita, bensì l’intensità e la qualità dei giorni, a fronte dell’impotenza a mutare il corso della storia. L’Amore è dono del giusto tempo, quella cura del “troppo che è per poco e non basta ancora ed è una volta sola”. Ed anche io, come i vecchi stanchi e gli alberghi tristi, ora finalmente lo so e via il nodo ed il “fumo”. Concludo con una citazione di Thomas S. Eliot tratta da’ Quattro Quartetti’: “Quanto ad afferrare il punto di intersezione tra l’eterno e il tempo, si tratta non di un’occupazione ma di qualcosa che è donato e ricevuto, in un morire d’amore durante la vita, nell‘ardore, nell’abnegazione e nell’abbandono di sé”.
L’autore
Annalisa Bartolotta
Sono Annalisa Bartolotta, laureata in Giurisprudenza. Sostanzialmente vivo, amo, continuo a studiare e mi entusiasmo per tutto ciò che sa di Fisica Quantistica e Filosofia. E se Dio giocasse veramente a dadi con il mondo? Sarebbe la straordinaria bellezza della vincita del controintuitivo ed io vorrei essere contemporaneamente un po’ onda e un po’ particella, qui e là con un ventaglio di possibilità di determinazioni dell’essere...però per favore non rinchiudetemi in una scatola come il gatto di Schrödinger: soffro di claustrofobia. Amo sognare e scrutare nel cielo quella che per me è la più bella tra le stelle, Gaspare, il mio amato papà, che un giorno mi disse:" Due cose mi riempiono il cuore di felicità: il cielo stellato sopra di me e tu dentro di me". Beh, Papà era un filosofo e quindi Kant saprà capire.
LA RECENSIONE DELLA CASA DISCOGRAFICA *
Il nuovo lavoro di Vinicio Capossela si presenta come un affresco di pezzi solenni, i cui singoli elementi discendono dalla notte dei tempi e per ciò contengono il seme del tutto, compresa la loro parte di attualità. E’ sufficiente evocarli e metterli in scena, per agitare con inaudita violenza ed efficacia lo spettro del presente. Del resto, sempre c’è stato da proteggersi e da proteggere, e sempre il sole è sorto su distese di terre tali da doversi indicare come "Ovunque". «Quando si sono presi certi respiri, non ci si può più ridurre a parlare di contemporaneità. Non c’è più bisogno di nominare i potenti, i superbi di oggi, i furbi di oggi, di un E’ che è già Fu. Niente, sono polvere anche loro... Presa questa misura, allora si può scrivere, cantare dell’uomo, della terra, nell’attualità degli ottomila anni che l’abitiamo».
Al centro dei cerchi concentrici, della spirale, quindi, la pietra, l’archetipo. Di questo sono fatte, ciascuna a suo modo, le composizioni dell’album: "Non trattare", con il suo vagare abbacinato nel niente sotto il sole e il ripetersi ossessivo di parole che rimandano a quelle scolpite nell’Ecclesiaste e nei Salmi. Il grotto preistorico da cui proviene il suono dannato e sanguinolento di "Brucia Troia", con i suoi riferimenti all’Edipo Re di Pasolini e alla solitudine del Minotauro. Il mito della "Medusa" rivisitato a suon di cha cha cha. Archetipo di spettacolo è il "Colosseo" della Roma imperiale, e di grandezza i grattacieli illuminati della terza Roma, Mosca, la megapolisis cantata in "Moskavalza". Cosa c’è se non questo, nell’infanzia già perduta di "Spessotto", nell’epopea gloriosa e romantica della gioventù e dell’amicizia celebrate in "Dove siamo rimasti a terra Nutless", nella primordiale pena di un amore finito come "Pena de l’alma"? E così nella preghiera disperata e misericordiosa alla "Santissima dei Naufragati", nella nostalgia di una stagione e nel rimpianto di "Lanterne rosse", nell’illusione che è tutto nella vita di "Nel blu". E soprattutto nell’uomo che è da sempre carne e spirito: la carne che brucia e imputridisce del "Rosario della Carne", che risorge gioiosa di vita ne "L’uomo vivo", lo spirito invocato come grazia nel brano conclusivo che dà titolo all’album.
Ma appunto "Ovunque proteggi" è anche un disco che parla di grazia. La grazia che vive, a volte nascosta, dentro di noi e quella - fuori di noi - che non ci è dato di saper causare ma solo di riconoscere e, possibilmente, di proteggere. E’ un disco sulla grazia a partire da quella che appartiene ai posti, alle persone, ai musicisti, ai mille riferimenti che di questo lavoro sono via via entrati a far parte. "Ovunque proteggi" è infatti costruito su un labirinto di luoghi che "sono" nei brani, ne definiscono, ne fissano una volta per tutte nel suono la forma, portando "ogni brano in fondo alla sua suggestione". Scrivere e registrare questa volta non sono stati due processi separati, ma piuttosto due momenti, a volte diversi, a volte perfino simultanei, dello stesso processo: si è cioè scritto e registrato nei luoghi e per i luoghi. Luoghi attraverso i quali Vinicio Capossela si è lasciato guidare o dai quali si è fatto sviare, andando avanti come condotto da un leggero soffio che sposta la polvere e lascia intravedere, più avanti, la strada.
Dalla pietra...
«C’è un momento in cui il romanzo, l’argomento o il semplice spunto contemporaneo non bastano... bisogna attingere direttamente, abbeverarsi alla fonte. Da una parte ci sono le epoche, il barocco, il neoclassico, il moderno...e poi c’è la pietra. Ecco, c’è un momento in cui vieni ad amare la pietra. La pietra, le chiese di pietra e le parole scagliate come pietre». "Ovunque proteggi" inizia da qui, dalla pietra. Dall’unica cosa che trascende - e per ciò stesso sconfigge - il trascorrere del tempo. «Le religioni, e in generale le Scritture, sono piene di visioni, di profeti e di allucinazioni. Esse sono la madre di tutte le allucinazioni. Basti pensare alla scrittura biblica; in ciò che è biblico sono comprese la Creazione, L’Apocalisse.. sono visioni enormi, il crogiuolo da cui nascono uomini e dei».
"Ovunque proteggi" gesticola e parla da quello scoglio isolato in un Mediterraneo di rovesci e frammenti, su cui, nella centrifuga dei punti fermi e delle domande, i ricordi e i tormenti si fanno cianfrusaglie. Siamo sul cornicione dei tempi, dove le fedi scivolano dalle dita e cadono su selciati pagani, l’espressione s’indurisce come la lingua di una serpe, gli occhi e i comportamenti recuperano sfumature ed abitudini sprofondate nei secoli, mescolando epoche e riferimenti, fondendo mercanteggiare, conoscenze, ipotesi e sincerità. Ciascuno a tratti sconvolto e piagnucolante, a tratti imbevuto di serenate grondanti; e tutti insieme, tantissimi, abbracciati nell’assedio, spaventati, colti un momento da entusiasmo ed il secondo dopo da orrore.
Nella tempesta che infesta, a ritmo dispari, sull’elastico che fa ballare geografie e storie, l’uomo implora di poter pagare il dazio e ritrovare la bellezza, chiede appello senza far più distinzione di preferenza, fra gli dei e le scritture, i simboli e le maledizioni, che al contempo rimbombano nelle cupole. E nella ricerca di assoluzione, direzione, protezione, si travasano preghiere, incubi e visioni, che si susseguono come palline di un rosario, senza che le mani che lo sgranano si pongano più il problema di assomigliare a quelle di un vescovo, di un aruspice, di un demone, o di un semplice marinaio naufragato, fra l’uno e l’altro, nella buriana.
Non possono che uscirne incisioni ricolme di maschere impressionanti e immaginifiche, racconti dai contorni netti, scolpiti nel suono, da pronunciarsi con voci diverse, accendendo e spegnendo luci diverse, inoltrandosi in ambientazioni e situazioni diverse, pestando mani, piedi, fili elettrici e sonagli.
... all’album "Ovunque Proteggi"
Come il Vene?ka protagonista del racconto di Venedikt Vasil’evi? Erofeev "Mosca-Petu?ki" - un viaggio a tappe costruito come una via crucis, in compagnia di angeli e visioni, bevendo a ogni fermata: "Idì, Vene?ka, idì" ... Vai, Vinicio, vai... -, così Capossela ha lavorato ad "Ovunque proteggi" di getto, affidandosi alla "benedizione dell’incontro e sotto l’alta protezione del Gigante e del Mago", inseguendo le singole canzoni in lungo e in largo per l’Italia per stanarle dai luoghi che le tenevano rinchiuse: Roma, Ispinigoli, Calitri, Rubiera, Scicli, Treviso, Milano. Un lavoro iniziato nella primavera dello scorso anno, condotto e cavalcato a ritmi sempre più frenetici, facendo un passo in una direzione e due in un’altra, se del caso sbagliando per poi ricominciare, avanzando spesso nel dubbio, mettendo ogni volta a rischio tutto, fino ad arrivare alla consegna del master alla fine dell’autunno. In mezzo, sei mesi di lavoro continuo, senza orari, avendo come unico metodo la "colica di immaginazione" che ancora una volta, per Vinicio Capossela, è dietro la narrazione della nuova vicenda: «Niente si è potuto davvero programmare, e nella tensione di portare a compimento le cose ci si è mossi come rabdomanti sul filo dell’intuizione».
Un’intera epopea di incontri, di registrazioni, di magie, si è consumata così nel volgere di una stagione, combusta nella successione degli eventi che ha portato in dono le nuove canzoni. La porta sulle registrazioni si è chiusa definitivamente alla fine dell’anno, dopo un ultimo ascolto appassionato in presenza dell’amico Nutless, riapparso d’improvviso per salutare la partenza del disco per la stamperia germanica: «A fine disco invitai Nutless, preparai lo champagne, chiesi due ore lo studio e ce lo portai dentro. Mi ubriacai dirigendo tutta quella musica che in quei mesi era stata la mia ossessione, dirigevo l’opera finita, e infine la congedai. Fu l’ultima volta che ascoltai il disco».
L’album, finito e stampato, adesso è qui. L’affresco s’apre sulla tempesta, ma merita un’ultima notazione a proposito del pezzo che dà il titolo all’album. La prima stesura di "Ovunque proteggi" è in una versione strumentale che appartiene alle sessions de "Il ballo di San Vito", album del quale avrebbe dovuto rappresentare la chiusura, una volta ultimato. Ma le parole non arrivarono e "Il ballo di San Sito" si concluse senza quel brano. Pur tuttavia rimase la musica, una musica che, come ricorda oggi lo stesso Capossela, «aveva qualcosa di sacro, se per sacro intendo ciò che mi è caro. Ebbene quella musica mi faceva rimpiangere tutto ciò che mi era caro. A parte piangerci sopra, però, non sapevo cosa farmene. Quindi l’ho messa da parte, perché pensavo si meritasse qualcosa di suo. L’ho protetta, a mio modo». Ed è stato così che la canzone che per prima si era sporta per lasciarsi afferrare dalla scrittura, sia in realtà stata quella a cui tutte le altre composizioni si sono ricongiunte nel corso dell’anno passato, per arrivare a formare il nucleo di un intero disco. OVUNQUE PROTEGGI.
"Ovunque Proteggi" - I Luoghi
Roma: al "Forum Music Village", incastonato sotto una basilica sono stati registrati i corni e i timpani del pezzo imperiale per eccellenza: "Al Colosseo". Per molti versi questa registrazione ha coinciso con la posa della prima pietra del nuovo disco.
Rubiera (RE): il quartier generale della prima parte della lavorazione del disco. Nella pianura padana resa arroventata dall’estate e dal riverbero dell’asfalto e delle lamiere di eternit, lo studio ricavato da vecchie celle frigorifere denominate FRIGORALP è stato teatro di registrazioni epiche e di molte prime stesure dei brani: qui si sono condensati il suono soviet-techno di "Moskavalza" e quello della struggente serenata "Pena del alma"; qui hanno trovato forma gli altri suoni di "Brucia Troia" prima dell’incursione in terra di Sardegna.
Ispinigoli (NU): la grotta preistorica è stata cava di pietra, labirinto e città in fiamme per la registrazione di "Brucia Troia". Una cattedrale aperta nella terra, con una stalagmite di una trentina di metri - la più alta d’Europa - e migliaia di gradini che conducono dalla luce esterna alle sue profondità. L’aria primordiale ha dato vita a una delle visioni più profonde del disco, evocata con addosso una pelliccia di montone nero venduta dal conciatore di pelli di Orroli, la maschera da boves di Ottana e i campanacci di Tonara.
Calitri (AV): nel paese natale del padre di Vinicio, Vito Capossela, per registrare "Dalla parte di Spessotto" con i musicisti che suonarono 40 anni fa al suo matrimonio con Antonietta. Ancora oggi Rocco Briuolo, "Tuttacreta" e "Matalena" sono soliti incontrarsi e passare il tempo seduti fuori dall’ufficio postale, tanto che ormai tutti li chiamano la "Banda della Posta".
Treviso: presso il Teatro delle Voci si sono svolte le registrazioni di due brani dell’album. L’Orchestra d’archi Italiana proveniente da Castelfranco Veneto diretta da Mario Brunello ha inciso qui il gran vals impressionante "Nel blu", mentre lo stesso Mario Brunello ha dato al suo violoncello la forma da primo vascello che regge l’intero impianto armonico di "S.S. dei naufragati".
Scicli (RG): nella Chiesa di San Bartolomeo il corpo bandistico "A. Busacca" diretto da Roy Paci ha dato voce alla gioia de "L’uomo vivo", brano ispirato alla festa della Resurrezione che si svolge proprio a Scicli nella domenica di Pasqua.
Milano: sono stati diversi i luoghi a Milano che si sono resi "ambiente" per le registrazioni del disco. Scarlatti Grad con il suo pianoforte da camera, ad esempio, registrato per "Lanterne rosse" con sottofondo di tram sferraglianti in lontananza. Oppure il Cicco Simonetta, perfetta ambientazione per il pianoforte da saloon catturato quasi furtivamente per "Pena del alma". Ma anche la Chiesa di San Cristoforo sul Naviglio, dove il Coro della Cappella di San Maurizio ha registrato gli splendidi cori di "S.S. dei naufragati", nel corso di una session di grande intensità emotiva. E infine le Officine Meccaniche Next, quartier generale dell’ultima parte della lavorazione del disco. Qui si sono registrati pezzi dalle suggestioni più diverse, come "Non trattare", "Medusa cha cha cha", "Dove siamo rimasti a terra Nutless" e "Ovunque proteggi", oltre a completare e chiudere, nella molteplicità tentacolare del mixaggio, gran parte degli altri brani del disco: "Brucia Troia", "Dalla parte di Spessotto", "Moskavalza", "Pena del alma", "Lanterne rosse".
* Capossela, Ovunque proteggi